Presentazione volume “Benito Mussolini, A Clara”

Lascia un commento

Riporto dalla Lista Archivi 23 il seguente comunicato:

“Roma, martedì 6 dicembre, ore 16.00.

Presentazione del volume:

Benito Mussolini, A Clara. Tutte le lettere a Clara Petacci 1943-1945, a cura di Luisa Montevecchi, Mondadori, 2011.

Coordina: Simonetta Fiori

Intervengono: Agostino Attanasio, Mauro Canali, Giovanni De Luna, Miguel Gotor.

Saranno presenti Elena Aga Rossi, Giuseppe Parlato e Luisa Montevecchi.

La pubblicazione delle lettere di Benito Mussolini a Clara Petacci durante i seicento giorni della repubblica di Salò costituisce per la ricerca storica un evento davvero eccezionale.
La loro edizione scientifica per iniziativa dell’’Archivio centrale dello Stato, infatti, conclude una vicenda lunga e singolare, cominciata nel 1950, con il ritrovamento e l’’acquisizione da parte dello Stato del fondo Petacci, e proseguita fin quasi ai nostri giorni con controversie giudiziarie e ripetute azioni legali.

[…]

Scritte tra il 10 ottobre 1943 e il 18 aprile 1945, la maggior parte delle lettere di
Mussolini, pur di carattere personale, contiene riferimenti alle vicende politiche di quel periodo, alle operazioni militari in corso, alle riunioni del Consiglio dei ministri, ai rapporti con le personalità tedesche, alle persone del suo entourage, alle questioni familiari ed inoltre commenti alla stampa nazionale ed estera.
Non mancano riflessioni sul passato, sulle vicende immediatamente precedenti e susseguenti il 25 luglio, e brevi nostalgici flash su periodi più sereni, dalle giornate di neve sul Terminillo, alle corse al mare, ai pomeriggi nella sala dello Zodiaco, leggendo riviste e ascoltando musica.

Nelle lettere trapela sempre più vivo il senso di impotenza di fronte agli eventi, la disillusione verso il comportamento degli italiani, la consapevolezza della scarsità dei mezzi militari, lo sconforto nell’’assistere alle distruzioni di quanto aveva costruito, la premonizione di un tragico epilogo.

I saggi introduttivi di Agostino Attanasio, sovrintendente all’’Archivio Centrale dello Stato, e dei due storici Elena Aga Rossi e Giuseppe Parlato, si soffermano ciascuno su aspetti diversi del carteggio. L’’introduzione di Luisa Montevecchi illustra le vicende delle carte e gli aspetti più rilevanti del carteggio. Il volume è corredato da un ricco apparato di note.

Sala conferenze Archivio Centrale dello Stato ­
Piazzale degli Archivi, 27 ­ Roma

www.acs.beniculturali.it“.

Annunci

La polveriera mediorientale

Lascia un commento

MandatiMO 1920

MandatiMO 1920 di prince_volin, su Flickr

La tensione in quello che può essere definito il “Medio Oriente allargato” è alle stelle come non capitava da anni: in Siria la ribellione contro il presidente – dittatore Assad si sta trasformando sempre più in una guerra civile (le fratture e le diserzioni in seno all’esercito sono in questo senso emblematiche), con ripercussioni diplomatiche non solo con gli stati occidentali, ma anche con la Turchia, storica alleata e bastione orientale della NATO. In Libano, sorta di “protettorato” siriano e per tramite di questo stato ultima propaggine dell’espansionismo iraniano, in pratica dal 1978 non c’è pace (vuoi per gli interventi israeliani, vuoi per gli scontri interetnici ed interconfessionali); la stessa presenza di truppe internazionali (Missione UNIFIL; Leonte per l’Italia) sta a detta di molti ponendo le basi per un futuro conflitto, potendo Hezbollah continuare beatamente la propria preparazione militare al riparo dalle rappresaglie di Israele. La situazione strategica di quest’ultimo stato non è ottimale; a prescindere dalle abituali minacce dell’Iran (sulle quali torno a breve), ha perso (momentaneamente?) l’amicizia turca così come a sud il “nuovo Egitto” difficilmente garantirà la benevola neutralità sulla quale si poteva contare sin dai tempi di Camp David (1978). Proprio l’Egitto, percorso da scontri di piazza sempre più violenti con l’approssimarsi delle elezioni e la correlata richiesta di un “passo indietro” da parte dei militari (che rappresentano un potere non solo politico, ma anche economico), rischia una pericolosa deriva islamica che porterebbe Israele ad un “virtuale” accerchiamento (senza contare la “minaccia interna” di una possibile intifada che rientra sempre tra le possibilità da contemplare).
L’Iran, per concludere, continua con il suo mix di provocazioni verbali intermezzate da altre ben più “concrete” (come l’assalto odierno all’ambasciata britannica); al netto di tutto ciò mi pare per il momento che si rimanga all’interno della “guerra di nervi” (e lo trovo naturale: se veramente Teheran mira all’atomica mostrerà i muscoli solo dopo averla ottenuta, e non prima quando non ha i mezzi!), guerra di nervi ben alimentata anche dall’Occidente. Ogni qualvolta che succede qualcosa di strano in Iran (un incidente, una morte, etc.) subito si scatena una campagna di disinformazione e controinformazione per cui non si capisce se di incidente si tratta o di sabotaggio da parte di fantomatici “agenti esteri” o ancora meglio di oppositori interni: in tal modo si instilla nel regime il sospetto facendone vacillare le certezze ma anche accrescendone il livore verso il nemico, vero od immaginario che sia. Una guerra di nervi che potrebbe durare a lungo, a meno che da qualche parte non scatti la scintilla che fa detonare il conflitto. Magari per il riacutizzarsi di una delle tante beghe petrolifere di lunga data che riguardano le sempre più attive (e spaventate) monarchie del Golfo.

I protagonisti del Risorgimento: Giovanni Matteo De Candia

Lascia un commento

Segnalo, riportando direttamente da Archivi 23, le iniziative su questo dimenticato protagonista del Risorgimento:

“L’Archivio di Stato di Roma, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e l’Archivio di Stato di Cagliari, nell’ambito delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, presentano un’iniziativa congiunta dedicata alla figura e all’opera del grande tenore cagliaritano Giovanni Matteo De Candia, in arte Mario, (Cagliari, 1810 – Roma, 1883).

Realizzato grazie ad un’’ampia ricerca storico-documentaria volta a ricostruire la vicenda umana ed artistica del tenore cagliaritano, a partire dalle fonti conservate nell’’Archivio di Stato di Roma, integrate con quelle presso l’’Accademia di Santa Cecilia e presso l’’Archivio di Stato di Cagliari e in altri archivi pubblici e privati sardi e romani, il progetto si articolerà in tre eventi di grande rilevanza culturale:

1) Roma, presso l’’Accademia di Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, la mostra documentaria “Mario. Gentiluomo, cantante e patriota” che si inaugurerà il 19 novembre p.v. con apertura al pubblico dal 20 novembre, e un concerto che avrà luogo la stessa sera alle ore 20,30 “Mario e Grisi. Viva l’’Italia. Sulle tracce del bel canto e dell’’amor di patria” con gli artisti di Opera Studio, Paola Leggeri soprano e Davide Giusti tenore, al piano Stefano Giannini.

2) Successivamente a Cagliari una serata artistica e multimediale si svolgerà il 23 novembre nel teatro del Conservatorio “Giovanni Pierluigi da Palestrina”, dal titolo “Mario De Candia, memorie e musica. Passioni, travagli, successi di un tenore cagliaritano con la Sardegna e l’Italia nel cuore“.

BIOGRAFIA

Nobile figura, di grande impatto sia fisico che morale, Giovanni Matteo De Candia, in arte Mario, è il prototipo dell’italiano risorgimentale: grande passione artistica e politica, apertura alle idee rivoluzionarie del tempo ed estrema generosità hanno fatto di lui un simbolo, oggi dimenticato, della nostra unità nazionale. Grande collezionista d’arte, abile fotografo dilettante, De Candia raccoglie durante tutta la vita libri e manoscritti musicali che formano uno dei rarissimi esempi di biblioteca appartenuta ad un grande tenore del secolo scorso. Custodita presso l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, la biblioteca pervenne all’Accademia in dono dalla famiglia Odescalchi, così come il fondo documentario De Candia fa parte del più vasto archivio della famiglia Odescalchi conservato dall’Archivio di Stato di Roma. Essi riflettono non solo la carriera cosmopolita ed il vasto repertorio di Mario De Candia e di Giulia Grisi, sua compagna nell’arte e nella vita, ma anche la nota passione di Mario per il collezionismo e l’antiquariato. Dalle ricerche emerge l’immagine di un personaggio a tutto tondo, figlio del suo tempo ma estremamente moderno, ricco di chiaroscuri e contraddizioni, romantico e ambizioso, ma talvolta pigro, amato e corteggiato, generoso sino all’incredibile e spesso eccessivamente prodigo. Giovanni Matteo De Candia nasce a Cagliari nell’ottobre 1810 da una nobile famiglia di grande tradizione militare, che non accetta la sua vocazione artistica. In linea con i desideri del padre frequenta il Collegio militare di Torino dove Camillo Benso di Cavour e Alfonso Della Marmora sono suoi compagni di corso. A 19 anni, trasferito a Genova con il grado di sottotenente, conosce Giuseppe Mazzini e si avvicina agli ideali repubblicani. Fuggito prima a Marsiglia e poi a Parigi, dove frequenta il salotto dei principi Belgioioso fulcro della vita culturale parigina, entra in contatto con i protagonisti della cultura a lui contemporanea: Chopin, Liszt, Rossini, Bellini, Balzac, George Sand, ai due Dumas, padre e figlio. In quell’ambiente, dopo alcune esitazioni, De Candia matura la scelta di intraprendere la carriera di
cantante ed esordisce nel 1839 all’Opéra, nel Robert le Diable di Meyerbeer. Inizia così, assumendo il nome d’arte di Mario, una folgorante e proficua carriera che lo porterà sui maggiori palcoscenici europei, fra Parigi e Londra, compiendo numerose tournées in Spagna, Irlanda, America e Russia, assieme al celebre soprano Giulia Grisi. E’ cosmopolita, cittadino del mondo, ma nel cuore ha la sua terra, la Sardegna e l’Italia, dove però per motivi politici e familiari non ha mai cantato. Si sente italiano e sostiene la causa dell’’Italia unita, accompagnandone il percorso accidentato, sostenendola economicamente con grande generosità e mantenendo una fitta corrispondenza e continui contatti con Mazzini, Garibaldi ed altri patrioti. De Candia e la Grisi arrivano a mettere la loro casa londinese a disposizione dei garibaldini d’Inghilterra per un incontro con i loro compagni italiani poco prima della spedizione dei Mille, che è da loro finanziata con un generoso contributo di ben 60000 lire. E la prestigiosa Villa Salviati a Firenze,
acquistata nel 1849, dove egli visse per oltre vent’anni, è stata rifugio di esuli e perseguitati. La sua munificenza fu tale che nel 1871 Mario De Candia, ritiratosi dalle scene a conclusione di una lunga tournée in Europa e negli Stati Uniti, si trovò in gravi difficoltà finanziarie e si trasferì, per gli ultimi anni della sua vita, a Roma. Malato di cuore, in povertà, morì nel dicembre 1883, assistito dal principe Odescalchi e da altri amici”.

Ragazzi. Piacentini alla guerra del ’15 -’18

Lascia un commento

Segnalo, così come girata sulla lista di discussione “Archivi 23”, la seguente iniziativa sulla Grande Guerra (a sua volta articolata in più eventi)

“Ragazzi. Piacentini alla guerra del ’15 -’18

Archivio di Stato di Piacenza – Palazzo Farnese, 4 novembre 2011 – 20 febbraio 2012

Promosso da: Archivio di Stato di Piacenza, Istituto storico della resistenza e dell’età contemporanea di Piacenza, Comitato provinciale per il 150° presso la Prefettura di Piacenza.

Orario: lunedì-venerdì 9,00 – 13,30 e mercoledì-giovedì 9,00 – 17.
Ingresso libero e gratuito. Visite guidate su prenotazione per scuole e gruppi.

Rassegna collaterale

La Grande Guerra: echi cinematografici. Immagini e commenti (a cura di V. Latronico)

17 Novembre 2011, La grande illusione (J. Renoir, 1937)

15 Dicembre 2011, Uomini contro (F. Rosi, 1970)

12 Gennaio 2012, La grande guerra (M. Monicelli, 1959)

16 Febbraio 2012, Vincere (M. Bellocchio, 2009)

La Grande Guerra: temi in conferenza

1° Dicembre 2011, I Pontieri nella Grande Guerra (ten. col. M. Moreni)

2 Febbraio 2012, Gli «scemi di guerra». Una ricerca piacentina (B.
Spazzapan)

Gli incontri si svolgono, alle ore 15 dei giorni suindicati, presso l’’Archivio di Stato di Piacenza. Sono aperti a tutti; per le scolaresche è obbligatoria la prenotazione”.

Corno d’Africa e pirateria

Lascia un commento

Somalia coastline

Somalia coastline di ctsnow, su Flickr

Lo spunto per questo post viene da una notizia di alcuni giorni fa: in pratica l’equipaggio di un peschereccio taiwanese, dopo un breve corpo a corpo, ha letteralmente buttato a mare i 6 pirati somali che avevano momentaneamente preso il controllo della loro imbarcazione. Senza voler sminuire i momenti tragici vissuti dall’equipaggio (3 membri sono rimasti feriti nella colluttazione con i sequestratori) fa sorridere che pochi pescatori siano riusciti là dove invece stanno miserabilmente fallendo le principali marine militari del mondo (è in campo persino una flotta NATO; operazione Ocean Shield).
Le cause principali di questo insuccesso vengono individuate, in modo pressocché univoco, in: 1) regole d’ingaggio non adeguate, nel senso che pongono troppe restrizioni all’uso della forza 2) impossibilità di attaccare i santuari dei pirati, nei quali vengono condotte le navi e gli equipaggi sequestrati, curata la parte “logistica” / dei rifornimenti, etc.
Pur condividendo questa chiave di lettura, temo però che essa da sola non basti a spiegare del tutto una simile incapacità di fermare il “fenomeno pirateria”; a tal fine credo sia utile guardare storicamente come ci si è comportati per cercare di proteggere il traffico mercantile.
1) Organizzazione di convogli scortati: è il più ovvio, lo facevano già gli spagnoli nel XVI e XVII secolo per proteggere i propri galeoni colmi d’oro provenienti dal sud America presi di mira da pirati e corsari (inglesi e francesi in primis).
2) Mercantili armati: si installavano alcuni pezzi di artiglieria leggera o si imbarcavano alcune aliquote di uomini armati al fine di assicurare un minimo di protezione; l’esempio classico è costituito dalla marina mercantile britannica nella prima fase delle Battaglia dell’Atlantico durante la II Guerra Mondiale (in questo caso il nemico, ovvero i sommergibili dell’Asse, erano regolarmente iscritte nel “ruolo naviglio” ma seguivano una condotta bellica per molti versi assimilabile a quella di corsa). Il sistema non diede gli esiti sperati e dopo un po’ si passò proprio al metodo dei convogli.
3) Bombardamento navale delle basi nemiche: si tratta di una sorta di punizione che mediaticamente può aver un certo impatto ma che dal punto di vista strettamente militare non risolve granché in quanto una volta ritirate le navi i pirati possono tornare a fare i propri comodi. Un esempio storico può essere l’insieme di operazioni condotte dal capitano da Mar Angelo Emo contro i pirati barbareschi nel 1785-86 (bombardamento dei centri nord africani di Tunisi, Sfax, Biserta, etc.).
4) “Rastrellamenti” sistematici delle basi nemiche attraverso un’operazione combinata esercito e marina; è sicuramente un metodo molto più efficace rispetto al precedente e, specie se viene garantito un controllo del terreno (diretto o indiretto, vale a dire accordandosi con i potentati del luogo condotti a più miti consigli dal predetto uso della forza), può dare risultati di lunga durata. In sostanza dipende dal tipo di obiettivi che si intende raggiungere e di conseguenza dal numero di forze a disposizione: storicamente una campagna di vasto respiro è stata quella condotta dai romani nel corso della I guerra illirica (230-229 a.C.) mentre assai meno impegnativa, quasi duemila anni dopo, la guerra condotta dagli Stati Uniti contro i bey e dey di Tunisi, Algeri e Tripoli (1801-5) durante la quale non vennero impiegate intere legioni come nel caso precedente ma più contenuti contingenti di fanti di marina (i futuri marines).
Se lo studio della storia ci offre queste soluzioni, sono esse (naturalmente con i debiti adeguamenti tecnologici, operativi, etc.) applicabili al caso dell’odierna pirateria somala?
Vediamo un po’:
1) giacché per il Canale di Suez transitano annualmente circa 20mila navi, con stazze (= velocità di navigazione) diverse, credo che lo sforzo organizzativo sarebbe sproporzionato alla minaccia, ma comunque fattibile. Ipotizzando a spanne di dover organizzare 400 convogli l’anno da 50 navi l’uno, ciascuno scortato da una nave, solo così ci vorrebbero circa 400 navi; ovviamente la stessa nave può scortare nel tempo più convogli ma considerando i tempi morti di rifornimento, manutenzione, rotazione degli equipaggi / avvicendamento delle unità, attesa delle navi da scortare nei punti di ritrovo ed organizzazione dei convogli stessi, tempi di navigazione etc. non credo potrebbe fare più di una missione di scorta al mese (= 12 l’anno, anzi 6 aggirandosi di norma su questa tacca il periodo di permanenza in zona delle operazioni)! Tirando le somme per garantire la scorta ai 400 convogli annui ci vorrebbero più o meno 35 navi costantemente operative, cifra cui a ben guardare già ci si è avvicina sommando le navi schierate nello scacchiere dell’Oceano Indiano dalla NATO (Standing Naval Group 1 alternato al 2; 8 – 10 imbarcazioni ciascuno), dall’Unione Europea (missione Atalanta, altre 10 – 12 unità) e da ulteriori paesi (alcuni sotto il cappello della Combine Task Force 150, che da sola conta 10- 12 navi). Il problema dunque non è tanto di asset ma mi vien da pensare sia di natura squisitamente politica (leggasi: unificazione del comando, razionalizzazione delle forze disponibili, condivisione delle dottrine d’impiego, etc). Se il problema è davvero questo, piuttosto che chinarsi ai mille compromessi della politica, meglio lasciar stare in partenza (bisogna tra l’altro verificare se tutti gli armatori sono disponibili…).
2) Questa via è stata concretamente implementata dall’Italia, che ha autorizzato l’imbarco di nuclei di militari della marina a bordo delle navi in transito nelle zone a rischio. Similmente all’estero diverse compagnie di navigazione hanno deciso di assoldare operatori di sicurezza privati (contractors). Questa soluzione, al di là delle varie questioni giuridiche da dirimere (la presenza di armi a bordo è esclusa da numerosi codici mercantili), soffre a mio avviso di una grande pecca: pur efficace (essendo i pirati assalitori di norma armati di armi leggere ed al massimo qualche RPG, la presenza di un nucleo di difensori altrettanto ben armato può bastare a dissuadere dall’assalto / respingerlo), essa non elimina il problema. In pratica ai pirati basterà fare dietro-front ed aspettare una preda più facile.
3) Il bombardamento navale (oggigiorno aero-navale) delle basi dei pirati è un’altra opzione sicuramente percorribile; gli obiettivi principali sono senz’altro depositi di carburante, imbarcazioni usate per gli assalti, rimesse, infrastrutture portuali (da intendere in senso molto lato, essendo le infrastrutture somale inesistenti), etc., anche se sussiste il rischio concreto con queste operazioni di colpire gli equipaggi delle navi sequestrate. In ogni caso è indubbio che simili operazioni consentono di ridurre le capacità operative del nemico senza però azzerarle del tutto. Insomma, la minaccia si affievolirà per un certo lasso di tempo ma una volta riparati i danni, reclutato nuovo personale e reperiti nuovi barchini le attività piratesche riprenderanno quasi come prima.
4) E’ questa a mio avviso la soluzione, sicuramente più impegnativa ma allo stesso tempo più efficace e duratura, che potrebbe portare ad una soluzione del “problema pirateria”: in buona sostanza si tratta, dopo aver ammorbidito le posizioni dei pirati, di dispiegare uomini nelle aree in questione al fine di bonificarle definitivamente. Considerando l’ostilità sollevata da interventi esterni quand’anche ispirati da motivazioni umanitarie (si veda il fallimento dell’Operazione Restor Hope, 1992-93), la componente di terra dovrebbe essere numericamente limitata ed il dispiegamento non prolungato nel tempo, tanto più che l’obiettivo non è l’occupazione territoriale ma solo quello di dare una “ripulita”. Certo, considerando che da più parti si segnalano interconnessioni tra i pirati e gli shabaab (a loro volta eredi di quelle Corti Islamiche che solo l’intervento etiope del 2006 ha consentito di eliminare), se la ripulita in questione servisse anche da corroborante per il Governo Federale di Transizione sarebbe meglio, ma in un paese che dal 1991 non conosce che carestie e guerre fratricide, ci vuol ben altro che questo!
Tornando alla questione pirateria, credo altresì che due ulteriori fattori (rispettivamente di ordine tattico e strategico) potrebbero favorire un favorevole risoluzione della faccenda: a) in primo luogo ritengo sarebbe utile ricalibrare lo strumento militare schierato; l’uso di fregate e cacciatorpediniere contro barchini da 3 – 4 metri ed equipaggi di 5 – 6 uomini mi sembra sproporzionato. Le loro capacità di navigazione d’altura hanno senso solo se l’obiettivo è quello di eliminare le navi-madre dalle quali i barchini partono all’attacco (in tal modo si limiterebbe assai il raggio d’azione dei pirati), cosa che peraltro non mi sembra si stia facendo con molta solerzia! Una volta tolte di mezzo le navi-madre le fregate ed i cacciatorpediniere perdono grossa parte della loro utilità (ad esclusione dell’eventuale componente aerea imbarcata) nonché della loro efficacia contro i barchini basati a terra; contro questi ultimi servono mezzi più piccoli e manovrieri (ad inizio XX secolo la Regia Marina utilizzò, proprio per combattere la pirateria ed il contrabbando e proteggere i commerci e la pesca, una flottiglia di sambuchi armati). Mi rendo conto che l’attuazione di un simile proposito abbia come prerequisito la disponibilità di una serie di basi fisse, il che comporta un aggravio dei costi e l’esposizione ad azioni di guerriglia, ma questo potrebbe essere nel contempo un modo per dare quel minimo di stabilità al GFT di cui dicevo sopra. Peraltro, e qui vengo al punto b), geograficamente parlando tali stazioni navali dovrebbero essere distribuite abbastanza capillarmente lungo tutta la costa e non solo sul versante africano ma anche su quello arabico; in particolare ricercando la collaborazione (difficile) del governo yemenita (nel cui interno spesso e volentieri gli Stati Uniti, a partire dalla loro base di Gibuti, compiono attacchi con velivoli UAV Predator) andrebbe creata una base d’appoggio a Socotra. Anche in questo caso l’esperienza coloniale italiana è di conforto: la Regia Marina a lungo dovette lottare per debellare traffici illegali dall’una all’altra sponda (anche oggi è per questa via che transitano parte degli “aiuti” per gli shabaab ed è sempre lungo questa rotta che si intessono i contatti con gli “afghani”), al punto che la vera pacificazione del Mar Rosso e della regione del Corno d’Africa avvenne solo nel 1912 dopo la “battaglia” di Kunfida.
Insomma, una soluzione all’emergenza pirateria è possibile, basta volerlo.

Verso un attacco all’Iran?

1 commento

Iran nuclear

Iran nuclear di sonyapryr, su Flickr

Non può mancare un mio intervento in quello che è l’argomento di politica estera del momento, vale a dire il paventato attacco preventivo all’Iran, il quale, secondo l’ennesimo rapporto dell’AIEA, sarebbe a buon punto sulla strada della realizzazione dell’atomica, avendo (udite udite) il suo programma sul nucleare finalità non esclusivamente civili.
Sorvolando ora sull’attendibilità dell’AIEA, i cui rapporti spiccano sempre per i loro equilibrismi, cose dette e non dette, talvolta edulcorando tal’altra rincarando i propri giudizi a seconda dei vari contesti politico-diplomatici, mi sento di dire che per il momento la vera battaglia sia soprattutto quella tra le varie cancellerie di tutto il mondo.
Riassumendo, a leggere le dichiarazioni rilasciate fino ad oggi, mi sembra che il Regno Unito sia favorevole e gli Stati Uniti pure (anche se Obama mi pare restio a lanciarsi nell’ennesima avventura bellica con le elezioni presidenziali sempre più vicine), che la Francia e la Russia siano nettamente contrarie mentre più defilata la Cina la quale se da un lato afferma che “le sanzioni non bastano” dall’altro nemmeno parla di guerra come una possibile opzione. Insomma i membri con diritto di veto non sono concordi sicché ottenere l’avallo dell’ONU è pura utopia. Non a caso Israele, per bocca della sua più alta carica, ha detto che non intende stare ad aspettare che si muova la comunità internazionale: insomma, potrebbe agire da solo.
E questo perché, e qui vengo alla parte propriamente militare, l’attacco non sarebbe relativamente complesso: 1) bombardamento preliminare dei centri di Comando, Controllo, Comunicazioni ed Intelligence (C3I) => soppressione capacità di difesa aerea 2) attacco vero e proprio alle strutture rientranti nel programma nucleare iraniano verosimilmente con l’aiuto di truppe speciali infiltrate in prossimità di quei bersagli induriti che necessitano di un trattamento speciale.
Lo stato israeliano ha adeguate capacità per portare a termine autonomamente e favorevolmente siffatte operazioni, il grosso problema a mio avviso sta nelle possibili reazioni 1) iraniane 2) degli stati limitrofi. In entrambi i casi gioca a sfavore di Israele la sua esigua estensione territoriale.
Nel caso 1), reazione iraniana, Israele grazie ai missili imbarcati nei suoi sottomarini gode di capacità di seconda risposta (che in un scenario classico da Guerra Fredda dovrebbe farle dormire sonni tranquilli, ma con Ahmadinejad la razionalità mi sembra un optional); al netto dei Patriot PAC-3 e soprattutto degli Arrows difensivi però inutile dire che un massiccio attacco missilistico (convenzionale, si intende), essendo limitati gli obiettivi, potrebbe ben presto saturare l’area e sortire pertanto gravi danni.
Il caso 2) a mio parere è ancora più preoccupante; l’instabilità dell’area è massima dopo la cosiddetta Primavera Araba a seguito della quale Israele ha perso non dico l’appoggio, ma quanto meno la benevolenza di pedine fondamentali dello scacchiere medio orientale, come l’Egitto e la Turchia. Se aggiungiamo lo stato di semi-guerra civile in Siria ed in Libano (paesi politicamente vicinissimi all’Iran) e l’ovvia ostilità di Hamas a Gaza, si scopre come Israele sia letteralmente accerchiata da nazioni quanto meno “non amiche” (che è ben diverso da amiche), essendo l’unico lato non ostile rappresentato dal Mediterraneo, nel quale però non ci si può ritirare.
Insomma, questo post credo dimostri come non bisogna prendere decisioni a cuor leggero e che qualora dovessero venir compiute gravi scelte, l’ideale sarebbe che queste avvenissero all’interno della cornice ONU, pur con tutte le limitazioni e le concessioni che una simile strada impongono.

Primavera araba e difesa europea

Lascia un commento

8848 Scud Launch

8848 Scud Launch di kbaird, su Flickr

In una recente intervista concessa a Il Sole 24 Ore l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, presidente del comitato militare della NATO, ha sostanzialmente affermato (con notevole diplomazia) che la missione della NATO stessa è finita e che ora spetta ai libici sobbarcarsi del compito di assicurare la difesa del proprio paese; d’accordo, poche righe sotto lo stesso ammiraglio aggiungeva che vi è un gruppo di “paesi amici” (inclusa l’Italia) che affiancherà le nuove autorità libiche laddove richiesto / opportuno, ma l’impressione generale era quella di “disimpegno” (saranno le ristrettezze di bilancio di cui soffrono, chi più chi meno, tutti i paesi membri dell’Alleanza Atlantica…).
Fatto sta che una simile impostazione non mi sembra affatto rassicurante; dal momento che ci siamo presi la briga di aiutare i libici a togliere di mezzo Gheddafi, adesso mi sembra il minimo esigere che “la nuova Libia” sia migliore della vecchia.
Badate bene, non sto alludendo a contropartite economiche (c’è già chi ci pensa) né ad instaurare un “protettorato” europeo o peggio ancora ribadire modalità di intervento nei paesi africani di stampo neocoloniale (a cento anni giusti giusti dall’altra nostra avventura libica sarebbe un vero anacronismo!); semplicemente sto dicendo che la nuova Libia deve essere funzionale alla difesa del fianco sud della NATO (e dell’Italia che è in prima linea). Faccio un banale esempio: come noto il deposto colonnello disponeva di missili SCUD ed un paio ce ne ha lanciati contro nel 1986 (a Lampedusa, n.d.r.; non tutti concordano sulla versione ufficiale, ma questo è un altro discorso ancora). Se la gittata di questo missile era limitata ad alcune centinaia di chilometri, è altrettanto noto che persino nazioni tecnologicamente non avanzatissime, grazie all’aiuto di qualche scienziato ex-sovietico, sono riuscite ad estenderne considerevolmente il raggio d’azione (si pensi alla Corea del Nord, il cui Rodong 1 è accreditato di una gittata di 1350 – 1500 Km), al punto che il possesso da parte libica di una simile arma esporrebbe, ovviamente in modo teorico, gran parte del territorio nazionale ad un possibile attacco. Estendendo questo rischio anche agli altri paesi coinvolti dalla cosiddetta “primavera araba” (vale a dire: ipotizzando che missili balistici a medio-raggio, MRBM, possano venir lanciati anche dai territori di Tunisia ed Egitto) risultano minacciati anche parte di Spagna, Grecia, Malta e Cipro (tutti paesi membri della NATO e/o dell’Unione Europea). Uno scenario che mi auguro i nostri vertici politico-militari abbiano ben presente!
Insomma, in assenza di uno “scudo missilistico” di difesa, è necessario un adeguato controllo dell’intero Nord Africa perché, piaccia o no, da lì inizia la difesa dell’Europa meridionale. Obiettivo raggiungibile anche con il proseguimento (sotto altra veste) dell’impegno della NATO e non dei singoli stati ad essa aderenti perché se non vado errando l’articolo 5 del trattato parla di difesa collettiva. Altrimenti che ci stiamo a fare nell’Alleanza?

Older Entries