Sicurezza nazionale e difesa delle rotte strategiche

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1880s Hippolyte Arnoux

1880s Hippolyte Arnoux - Suez Canal di blacque_jacques, su Flickr

La guerra verbale cui siamo testimoni in questi giorni tra esponenti di vario calibro del regime degli Ayatollah da una parte e dell’amministrazione statunitense dall’altra, inerente la minaccia di chiusura al transito delle navi mercantili attraverso lo stretto di Hormuz da parte iraniana e le possibili reazioni statunitensi ad un simile comportamento, hanno fatto ricordare a tutti (ogni tanto serve rinfrescare la memoria!) la vitalità della sicurezza e dell’apertura delle rotte commerciali attraverso le quali passano quei beni che ci consentono di mantenere i nostri modelli e stili di vita!
La crucialità della questione l’aveva perfettamente chiara l’Impero britannico, che aveva provveduto ad assicurare le proprie linee di comunicazione dall’arcipelago britannico fino ai suoi terminali in Estremo Oriente (Hong Kong) e Pacifico (Australia) in più modi: da una parte con l’apertura del canale di Suez (rotta che nel contempo accorciava i tempi di percorrenza) ci si era assicurati una “ridondanza nelle linee di comunicazione” rispetto a quella tradizionale che passando per il Golfo di Guinea ed il Capo di Buona Speranza finiva in India per qui biforcarsi verso est, con Hong Kong come ultimo approdo e la base di Singapore come tappa intermedia, oppure verso sud, destinazione Australia. Dall’altra assumendo il controllo diretto ed indiretto dei punti strategici (Gibilterra, Malta, l’Egitto con Suez, Somalia Britannica ed Aden, Colombo, etc.) ed impedendo, per via diplomatica ma se necessario anche con l’uso della forza, che Stati potenzialmente ostili potessero a loro volta prenderlo.
Con il processo di decolonizzazione gran parte di questi punti d’appoggio sono stati abbandonati (anche perché i grandi gruppi di portaerei / portaelicotteri + mix di mezzi da sbarco e anfibi garantivano una sufficiente capacità di proiezione di potenza), ma non tutti: la Gran Bretagna, ad esempio, tiene ancora Gibilterra più una base a Creta (Suda); la Francia ha una base a Gibuti; gli Stati Uniti come noto ne hanno numerosissime praticamente in ogni possibile teatro operativo!
Guardando agli ultimi sessant’anni, vale a dire dalla fine della II Guerra Mondiale sino ai giorni nostri, si può tranquillamente affermare che tale approccio di basso profilo ha mediamente garantito buoni risultati, essendo stati i momenti di crisi gran pochi: guerra di Suez del 1956, guerra Iran – Iraq (con apice nel 1988 allorquando si venne ad uno scontro aero-navale tra Stati Uniti ed Iran; operazione Mantide religiosa) e se vogliamo anche invasione statunitense di Panama del 1989.
Purtroppo mi sembra ora che la situazione si stia deteriorando proprio con particolar riferimento a quel tratto di mare strategico compreso nel triangolo ideale che va dal mar Rosso al Golfo Persico fino a quella vasta porzione di Oceano Indiano prospiciente il Corno d’Africa. Si tratta di un’area che geograficamente presenta ben 3 “colli di bottiglia” (canale di Suez, stretto di Bab el-Mandeb, stretto di Hormuz) attraverso i quali passa gran parte del traffico mercantile mondiale (dal petrolio arabico ai prodotti manifatturieri provenienti dalla Cina, “fabbrica del mondo”, e dall’intero sud-est asiatico). E per quanto l’importanza di Suez sia diminuita man mano che venivano varate navi di stazza troppo elevata per transitare per il canale, ciò non fa venir meno l’importanza globale della zona in oggetto. Ma quali sono i motivi di preoccupazione?
In definitiva li ho inconsapevolmente già elencati quasi tutti nel corso dei miei precedenti post (ai quali rimando): la pirateria somala è sicuramente la più nota, non fosse altro per il peso che le viene attribuito dai mass-media, ma non è solo questa a creare preoccupazione: risalendo la costa verso nord il Sudan, che in passato ha dato riparo ad Osama Bin Laden, non è certo uno stato sul quale poter contare. Salendo ancora, a prescindere dalla piega che prenderanno gli eventi al Cairo, è un dato di fatto che nell’entroterra egiziano e nel Sinai bande di beduini (gli stessi che fungono da “basisti” nei periodici attacchi alle località turistiche del Mar Rosso?) sono dediti al traffico di esseri umani (in genere somali o sudanesi in fuga dalle loro tribolate terre) e sono di per sé un fattore di instabilità. Passando sulla sponda opposta le cose non vanno meglio: a nord la questione palestinese rischia sempre di far deflagrare l’intera regione (con il Canale che è stato più volte, nel corso delle guerre arabo-israeliane, obiettivo strategico di Tsahal) mentre (molto) più a sud nello Yemen le rivolte contro il presidente Saleh non sono mai sopite ed il fondamentalismo islamico è ben radicato (da qui partono i rifornimenti per gli shabab e proprio qui molto spesso i droni statunitensi, basati anch’essi a Gibuti, hanno colpito). Venendo al Golfo Persico… la situazione l’ho descritta ad inizio post e basta qui rammentare (rimandando per dettagli all’altro mio post) come la Marina Iraniana disponga di posamine e sommergibili per far comprendere appieno la concretezza della minaccia!
Insomma, l’area a mio parere va stabilizzata prima che qualcosa sfugga di mano, gli strumenti ci sono ma quel che manca è soprattutto la volontà politica, cosa tanto più grave dal momento che sarebbe importantissimo lanciare un segnale di unità, in modo che chi in altre parti del globo fa orecchie da mercante (vedasi stretto di Malacca, ma anche il nostro Mediterraneo non è immune da rischi, magari sarà il contenuto di un prossimo post…) capisca l’antifona.

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Soldati d’Italia in Francia durante la Grande Guerra

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Segnalo con piacere il seguente appuntamento:

“L’ISTRIT (Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano) organizza per giovedì 5 gennaio 2012 alle ore 17.30 presso la Fondazione Benetton Studi e Ricerche (via Cornarotta 7-9, Treviso) il seguente incontro:

Soldati d’Italia in Francia durante la Grande Guerra (relazione di Alfio Centin)

Per informazioni: ISTRIT, tel 0422.910994″

Corea del Nord: quali scenari?

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kim jong il

kim jong il (coreadelnorte.com)

La notizia di politica estera del giorno è sicuramente la morte del presidente – dittatore nordcoreano Kim Jong-il. Dal momento dell’annuncio del decesso, una ovvia preoccupazione si è diffusa in tutta l’area: frenetici contatti si sono svolti sull’asse Washington – Seoul, con il governo di quest’ultima che ha innalzato il livello di allerta delle proprie truppe, borse asiatiche in rosso e tutte le diplomazie dell’area in fibrillazione.
Insomma, la tensione era palpabile anche perché a Pyongyang hanno pensato bene di intorbidire ulteriormente le acque lanciando un missile tattico.
E non si tratta di un caso perché, al di là del milione di soldati che compongono l’Armata Popolare Coreana, è proprio l’accoppiata missile (balistico) e testata nucleare a fungere da elemento deterrente nello strumento militare nordcoreano e a costituire il principale motivo di frizione con gran parte degli stati della regione. L’episodio più eclatante è stato il lancio nel 2009 di un missile, evoluzione del Taepodong-2, dalla gittata stimata in circa 6.700 Km e che nella sua traiettoria ha sorvolato l’arcipelago giapponese; se Pyonyang ha tentato di far passare in secondo piano la cosa (ufficialmente si trattava del lancio di un razzo che doveva portare in orbita un satellite…) va ricordato che quello citato non è stato che l’ultimo di una lunga serie di incidenti e provocazioni che ha visto affondamenti di navi, attacchi con mini-sommergibili, bombardamenti di isole e cannoneggiamenti vari tra le truppe di guardia al di qua ed al di là del famoso 38° parallelo.
Una simile “litigiosità” non deve sorprendere: la Corea, nell’età contemporanea, è stata numerose volte luogo e/o motivo di guerre e di momenti di crisi internazionali. Il perché è presto detto: dal punto di vista geografico la penisola coreana rappresentava, ed in parte rappresenta tuttora, a seconda da dove la si guardi e delle potenze regionali prese in considerazione, come un trampolino di lancio vuoi verso il Giappone (per la Cina) o verso il Mar Giallo (per la Russia) ma anche (per il Giappone) una via di penetrazione verso la Cina. Se nella prima fase ad essere sulla difensiva era il Celeste impero (come cambiano i tempi!) ed all’offensiva Russia e Giappone, oggigiorno i ruoli sono praticamente invertiti. Una breve cronistoria può essere d’aiuto: a lungo inserita nella sfera d’influenza cinese, così come il “grande protettore” cinese in estrema difficoltà (vedi guerre dell’Oppio), la Corea subisce gli “attacchi” delle potenze coloniali occidentali che tentano di aprirla ai commerci (Francia 1866, Stati Uniti 1871); a raggiungere questo risultato è però paradossalmente un altro stato asiatico, il Giappone, che a seguito del conflitto proprio con la Cina del 1894-95 instaura il proprio protettorato sulla Corea. L’area rimane altamente instabile: già nel corso del conflitto del 1894-95 l’esercito imperiale nipponico era penetrato in territorio cinese, palesando tutta la debolezza dell’Impero Cinese il quale, scosso da moti interni, è teatro della rivolta anti-occidentale dei Boxer (1899-1901). Il Giappone, alleato nell’occasione delle delle potenze colonialiste, rafforza in tal modo la propria presenza ma pone nel contempo le basi di un’altra guerra: l’avversario stavolta è l’Impero zarista, il quale gli contende il possesso della Manciuria, naturale “zona di espansione” a partire proprio dalla penisola coreana. Lo scontro si fa aperto nel 1904-5 e a vincere è il paese del Sol Levante, che diviene in tal modo potenza regionale indiscussa (ruolo rafforzato durante la Prima Guerra Mondiale); nel mentre la Corea diviene nel 1910 a tutti gli effetti una colonia di Tokio e come tale segue la storia di questo paese sino al 1945 (in particolare costituirà la base per le operazioni belliche contro la Cina a partire dal 1937). E’ proprio al termine della Seconda Guerra Mondiale che si pongono le basi dello status attuale: arresosi il Giappone, la penisola coreana viene a trovarsi suo malgrado sulla linea di demarcazione di una nuovo scontro, stavolta di livello non regionale ma addirittura planetario, tra paesi aderenti all’ideologia comunista (Russia e, di lì a poco, Cina) e paesi “capitalisti”. Di qui la divisioni tra due Coree lungo il 38° parallelo e la guerra aperta (1950-53) che si concluderà non un trattato di pace bensì con un armistizio (ancora in vigore) che congelerà fino ai giorni nostri la situazione.
La Corea del Nord rimane l’unico residuato della Guerra Fredda ed un motivo di “ingessamento” politico dell’area, capace di ridestare attriti che altrove appartengono definitivamente al passato. Se la morte di Kim Jong-il significherà il superamento di questo stallo è presto da dire: dipenderà anche da quanto l’erede designato Kim Jong-un saprà tenere sotto controllo l’esercito. Di sicuro un’ulteriore gatta da pelare per gli Stati Uniti, in un momento in cui l’amministrazione Obama, e con essa l’Occidente, sta chiaramente cercando di ridefinire le priorità di politica estera al fine di utilizzare con maggior oculatezza il proprio strumento militare, non consentendo più i budget sperperi di sorta. Peccato che nel momento in cui si cerca di adottare un profilo “minimalista” in politica estera, concentrandosi sul fronte interno, proprio i dissesti economico-sociali fanno aumentare esponenzialmente le aree critiche e di conseguenza possibili le zone in cui si rende necessario una presenza (armata) “stabilizzatrice”.

Rivolta siriana e balletto delle alleanze

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A member of the Free Syrian Army burns a portrait of Bashar Assad in Al Qsair. Jan. 25, 2012

A member of the Free Syrian Army burns a portrait of Bashar Assad in Al Qsair. Jan. 25, 2012 di FreedomHouse, su Flickr

La notizia seconda la quale la Russia ha presentato all’ONU una risoluzione contro l’uso spropositato della forza da parte siriana ha letteralmente sparigliato quelle che erano le tradizionali alleanze nell’area. Proprio la Russia infatti si era da subito schierata in prima linea nella difesa del presidente siriano Bashar al Assad ed ultimamente aveva inviato una squadra navale nelle acque siriane, giusto per dimostrare coi fatti la propria determinazione. Proprio per questo motivo la mossa diplomatica all’ONU risulta assai “strana”, senza considerare quanto essa sia in netto contrasto con le dichiarazioni rilasciate sino a pochi giorni fa! In questo senso sembra rafforzarsi l’ipotesi, ventilata da Germano Dottori in un interessante articolo, che in realtà l’obiettivo russo (con il tacito accordo israeliano) sia, piuttosto che salvare Assad, limitare l’espansione geopolitica della Turchia, altro stato tradizionalmente in buoni rapporti con Damasco ma che ultimamente ha, per così dire, “cambiato opinione”.
Sia come sia, la nuova posizione russa sembra a mio parere mettere con le spalle al muro il presidente siriano, che si ritrova come unici alleati l’Iran ed il Libano (o, più precisamente, l’Hizbollah libanese).
Resta ora da vedere dunque quanto l’Occidente e la Lega Araba vogliano “spingere sull’acceleratore” e raggiungere una soluzione alla crisi siriana; dal punto di vista operativo mi sembra che gli Stati Uniti anche in questo caso siano intenzionati a “sovrintendere” all’affare ma delegando ad altri il “lavoro vero e proprio”. Per la delicatezza del caso (vale a dire: per non irritare troppo platealmente l’Iran, essendo Damasco la punta avanzata di quella “mezza luna sciita” che da Teheran si spinge fin nel Mediterraneo), sono del parere che si lascerà la parvenza che siano i siriani a “sbrigarsela tra di loro”. Vanno in questa direzione le opzioni finora ventilate di istituire un “corridoio umanitario” oppure l’immancabile no fly zone, grazie alle quali, manco a dire, i soliti “consiglieri” militari potranno trasferire consigli ed armi ai sempre più numerosi disertori dell’esercito siriano, organizzandoli in una forza capace di abbattere il regime senza che “ufficialmente” vi sia nessuna particolare ingerenza straniera.
Dovesse essere questa l’evoluzione prossimo futura, sarà interessante verificare il tipo di accordo (ed il grado di integrazione) cui riusciranno ad addivenire le varie potenze interessate a giocare un ruolo nell’area. Giusto per dire la mia, credo che l’idea francese di usare il Libano come base logistica sia avventata (il rischio di una reazione di Hizbollah è troppo elevata e ciò potrebbe mettere in una delicata posizione le truppe ONU schierate a mo’ di cuscinetto lungo il Litani). Se l’opzione prescelta è quella di instaurare un corridoio umanitario, molto meglio prediligere la parte nord (dalla Turchia) o quella giordana (dove già molti profughi si sono rifugiati); se invece si punta sulla no fly zone non c’è che l’imbarazzo della scelta, tra basi in Turchia, Cipro, etc. ed aerei basati sulle portaerei.
Insomma, con un po’ di tatto ed equilibro, è possibile uscire dalla crisi siriana preservando la pace regionale nonché le esauste casse Occidentali.

Fonti documentarie del Novecento per la narrazione della storia italiana dal Risorgimento alla Resistenza

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Segnalo, riportando direttamente dalla lista Archivi 23, il seguente appuntamento:

“L’’ANAI – Sezione Lazio, in collaborazione con: Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano – Museo Centrale del Risorgimento; CineCittà Luce; Università La Sapienza di Roma SSAB – Scuola speciale archivistica e biblioteconomia; AAMOD -– Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio democratico organizzano il seguente incontro:

Fonti documentarie del Novecento per la narrazione della storia italiana dal Risorgimento alla Resistenza.

Roma, 15 dicembre 2011 / Ore 15,00 – – 17,00
Museo del Risorgimento italiano – saletta cinematografica

Partecipano:

Marco Pizzo: Il fondo Ritratti dell’’Istituto per la storia del Risorgimento
Andrea Amatiste: Un anno sull’’Altipiano. La Grande Guerra raccontata attraverso le immagini dell’’Archivio Storico Luce e gli scritti Emilio Lussu
Giovanni Paoloni: L’’Italia vista dalla comunità accademica
Letizia Cortini: Resistenza, una nazione che insorge: il contributo del cinema di non fiction. Percorso di ricerca e riscoperta delle fonti filmiche”

Seguirà brindisi ai 150 anni dell’’Unità d’Italia e per le prossime festività natalizie.

Guerra all’Iran: la strategia di Teheran

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Bīdgeneh Missile-Related Facility

Bīdgeneh Missile-Related Facility, Iran di DigitalGlobe-Imagery, su Flickr

PREMESSA.

Nella maggior parte dei casi in cui si parla di guerra all’Iran, i vari esperti ed analisti si riferiscono soprattutto a quello che Stati Uniti e soci faranno. In questo post intendo invece capovolgere l’impostazione e cercare di analizzare, attraverso l’individuazione di alcuni scenari, quali potrebbero essere le opzioni del governo di Teheran.

SCENARIO 1. ATTACCO PREVENTIVO DA PARTE DELL’IRAN.

Qualora a Teheran dovessero ritenere imminente un attacco Occidentale, dal punto di vista militare non è così campata per aria l’idea di un attacco “preventivo” da parte iraniana: godrebbero del vantaggio della prima mossa, potrebbero sfruttare il fatto che il nemico non ha ancora completato i propri preparativi (ed assicurarsi dunque di un certo lasso di tempo prima che esso si riorganizzi) e riuscire ad utilizzare il proprio arsenale (missilistico in primis) prima che questo venga messo fuori uso dagli attacchi alleati o perlomeno prima che le sue capacità vengano fortemente deteriorate. Per quanto capace di dare un vantaggio iniziale, questa strategia si rivelerebbe però ben presto suicida: a) la reazione militare alleata arriverebbe in ogni caso ben presto durissima b) l’Iran, dal punto di vista diplomatico, si autoescluderebbe dal “concerto delle nazioni”: in primo luogo perché, attaccando per prima (priva di un qualche mandato ONU, come credo si premureranno di fare gli Occidentali) passerebbe senza appello dalla parte del torto, in secondo luogo perché per colpire gli interessi Occidentali nell’area dovrebbe giocoforza attaccare o attraversare lo spazio aereo di Stati terzi (penso ai vari emirati del Golfo che ospitano basi statunitensi, così come all’Iraq ed all’Afghanistan). Alla luce di queste due ultime “controindicazioni” considero dunque un siffatto scenario assai improbabile.

SCENARIO 2. ATTACCO OCCIDENTALE E REAZIONE IRANIANA.

Si tratta dello scenario più probabile: in considerazione dei “propositi nucleari” del regime degli ayatollah, una coalizione più o meno vasta di stati “occidentali” attacca l’Iran (con o senza il mandato dell’ONU) per impedire il completamento del suo programma atomico. Sulle possibili modalità di questo attacco ho già scritto in un precedente articolo, ma è bene ricordarne le fasi al fine di vedere come Teheran potrebbe conseguentemente muoversi. In un primo momento verrebbero colpiti i centri C3I rispettivamente con missili da crociera lanciati da sottomarini e incrociatori e missili stand-off e bombe di precisione sganciati dai bombardieri strategici; in una fase immediatamente successiva all’indebolimento delle difese aeree scatterebbe, con le famose bombe anti-bunker, tra cui la GBU-57, l’attacco vero e proprio a quelle strutture collegate al programma nucleare iraniano, verosimilmente con il supporto a terra di qualche team di forze speciali. Appare evidente come ci troviamo di fronte ad operazioni essenzialmente basate sull’air-power, alle quali Teheran potrebbe rispondere con un atteggiamento di “basso profilo” oppure al contrario cercando di rovesciare il tavolo alzando la posta in gioco.
La prima via prevede sostanzialmente di cercare di controbattere ai raid nemici con l’uso della contraerea e dell’aviazione e di respingere quei team di terra eventualmente infiltrati preservando quanto più possibile le installazioni “sensibili”. Personalmente ritengo altamente improbabile che, qualora l’Iran dovesse accettare lo scontro, si limiterebbe a questo tipo di reazione passiva; sono invece convinto che la reazione sarebbe veemente (e qui vengo alla seconda opzione) e soprattutto indiscriminata. Infatti, nell’impossibilità di colpire direttamente gli attaccanti (nessuno dei quali confina con il territorio dell’Iran), è plausibile l’ipotesi che si tenti di colpire quei paesi già citati che ospitano basi o truppe statunitensi (Bahrain, Arabia Saudita, Iraq, Afghanistan, etc.) ed ovviamente l’odiato Israele. Gli attacchi sarebbero portati per via aerea (con missili), ma non è da escludere nemmeno che nel Golfo Persico (ricordo per inciso che in Bahrain ha sede la V Flotta) e nell’Oceano Indiano (dov’è schierato il dispositivo anti-pirateria internazionale) la marina iraniana, equipaggiata anche di tre sottomarini classe Kilo sovietici, non tenti qualche sortita contro le navi nemiche o ancora peggio contro il traffico petrolifero, giusto per riprendere uno spauracchio dei tempi del conflitto Iran-Iraq (1980-88). Inutile però dire che questo tentativo di “internazionalizzazione del conflitto” avrebbe il suo fulcro nell’attacco ad Israele (verosimilmente uno dei Paesi impegnati in prima linea nelle operazioni), attacco che in parte potrebbe essere portato direttamente con missili a lunga gittata lanciati dall’Iran anche se il grosso delle operazioni verrebbe delegato a quelle organizzazioni che Teheran ha provveduto negli anni a foraggiare e a rifornire di armi (inclusi molti razzi a breve gittata, come i Grad), vale a dire Hamas nella Striscia di Gaza ed Hezbollah nel sud del Libano. L’obiettivo, ovviamente, sarebbe quello di far riesplodere l’annosa questione palestinese ed è indubbio che il momento è propizio: l’intero Nord-Africa deve ancora assestarsi (le notizie che giungono dall’Egitto non sono a riguardo molto rassicuranti), il Libano da decenni non conosce vera pace e le truppe internazionali (missione UNIFIL) schierate nel confine a mo’ di cuscinetto potrebbero diventare un ghiotto obiettivo, la Siria poi non ne parliamo, percorsa com’è da quasi un anno da rivolte interne ed ai ferri corti con la Turchia. Se la situazione ad occidente non è tranquillizzante, altrettanto si può dire più ad oriente dove, sfruttando la comune adesione allo sciismo (diffuso non a caso anche in Siria e Libano, n.d.r.), si potrebbe sobillare in chiave anti-americana la popolazione dell’Iraq meridionale (la ricca regione petrolifera di Bassora). Spostandosi infine ancor più ad oriente quasi banale ricordare che l’Afghanistan, che già tanti grattacapi sta dando agli Occidentali, rappresenta una formidabile occasione per “rompere le uova nel paniere” agli Stati Uniti nel momento in cui l’amministrazione Obama sta ritirando gradualmente le truppe (senza contare che l’entrata dell’Iran negli affari dell’Afghanistan potrebbe urtare la sensibilità del Pakistan, altra potenza nucleare che da sempre ha mire egemoniche su questo travagliato stato). In questi ultimi scenari l’attività sarebbe tipicamente di guerriglia, contro la quale la superiorità tecnologica e di mezzi e dimostrato servire gran poco.

SCENARIO 3. ATTACCO OCCIDENTALE E PASSIVITA’ IRANIANA.

Anche questo è uno scenario spesso non considerato, specie alla luce della roboante retorica di Ahmadinejad e soci, ma dal punto di vista dell’immagine potrebbe risultare assai efficace. Infatti, specie qualora l’attacco occidentale dovesse avvenire senza una sufficiente / convincente “copertura legale” (leggasi: risoluzione ONU), il presentarsi come vittime del “capitalismo americano-sionista” sarebbe un fondamentale coagulante per l’intera nazione araba (= mi riferisco a quella parte che ha in odio l’Occidente ed i suoi modelli) ed una notevole vetrina per Ahmanidejad, il quale potrebbe proporsi come suo leader specie se le accuse di perseguire un programma nucleare a scopo militare dovessero risultare infondate (non sarebbe del resto la prima volta…). Per il presidente iraniano il rischio sarebbe soprattutto legato alla tenuta del fronte interno: da una parte la Rivoluzione verde, stroncata nel 2009, potrebbe riprendere vigore dall’altra i “duri e puri” Pasdaran potrebbero non condividere una politica così remissiva. D’altro canto non è nemmeno da escludere che Ahmadinejad non sappia cogliere l’occasione della “lotta contro il nemico esterno che attacca ingiustamente” per rinsaldare attorno a sé il proprio popolo.

CONCLUSIONI

Dalla lettura del <post avrete intuito come dei tre scenari presentati quello che trovo più probabile è sicuramente il secondo; se l’Iran manterrà un basso profilo o tenterà invece di incendiare tutti i paesi limitrofi, questo dipenderà anche dal contesto diplomatico in cui si svolgeranno i fatti: ad esempio sarebbe importante che la “bomba siriana” fosse stata nl frattempo disinnescata, giusto per evitare complicazioni con Turchia e soprattutto Libano.
Insomma, pur non essendo mai stato convinto dalla famosa teoria dell'”effetto domino”, credo che in questo caso i rischi di contagio siano effettivamente elevati e che le diplomazie occidentali dovrebbero agire con i piedi di piombo.