Bīdgeneh Missile-Related Facility

Bīdgeneh Missile-Related Facility, Iran di DigitalGlobe-Imagery, su Flickr

PREMESSA.

Nella maggior parte dei casi in cui si parla di guerra all’Iran, i vari esperti ed analisti si riferiscono soprattutto a quello che Stati Uniti e soci faranno. In questo post intendo invece capovolgere l’impostazione e cercare di analizzare, attraverso l’individuazione di alcuni scenari, quali potrebbero essere le opzioni del governo di Teheran.

SCENARIO 1. ATTACCO PREVENTIVO DA PARTE DELL’IRAN.

Qualora a Teheran dovessero ritenere imminente un attacco Occidentale, dal punto di vista militare non è così campata per aria l’idea di un attacco “preventivo” da parte iraniana: godrebbero del vantaggio della prima mossa, potrebbero sfruttare il fatto che il nemico non ha ancora completato i propri preparativi (ed assicurarsi dunque di un certo lasso di tempo prima che esso si riorganizzi) e riuscire ad utilizzare il proprio arsenale (missilistico in primis) prima che questo venga messo fuori uso dagli attacchi alleati o perlomeno prima che le sue capacità vengano fortemente deteriorate. Per quanto capace di dare un vantaggio iniziale, questa strategia si rivelerebbe però ben presto suicida: a) la reazione militare alleata arriverebbe in ogni caso ben presto durissima b) l’Iran, dal punto di vista diplomatico, si autoescluderebbe dal “concerto delle nazioni”: in primo luogo perché, attaccando per prima (priva di un qualche mandato ONU, come credo si premureranno di fare gli Occidentali) passerebbe senza appello dalla parte del torto, in secondo luogo perché per colpire gli interessi Occidentali nell’area dovrebbe giocoforza attaccare o attraversare lo spazio aereo di Stati terzi (penso ai vari emirati del Golfo che ospitano basi statunitensi, così come all’Iraq ed all’Afghanistan). Alla luce di queste due ultime “controindicazioni” considero dunque un siffatto scenario assai improbabile.

SCENARIO 2. ATTACCO OCCIDENTALE E REAZIONE IRANIANA.

Si tratta dello scenario più probabile: in considerazione dei “propositi nucleari” del regime degli ayatollah, una coalizione più o meno vasta di stati “occidentali” attacca l’Iran (con o senza il mandato dell’ONU) per impedire il completamento del suo programma atomico. Sulle possibili modalità di questo attacco ho già scritto in un precedente articolo, ma è bene ricordarne le fasi al fine di vedere come Teheran potrebbe conseguentemente muoversi. In un primo momento verrebbero colpiti i centri C3I rispettivamente con missili da crociera lanciati da sottomarini e incrociatori e missili stand-off e bombe di precisione sganciati dai bombardieri strategici; in una fase immediatamente successiva all’indebolimento delle difese aeree scatterebbe, con le famose bombe anti-bunker, tra cui la GBU-57, l’attacco vero e proprio a quelle strutture collegate al programma nucleare iraniano, verosimilmente con il supporto a terra di qualche team di forze speciali. Appare evidente come ci troviamo di fronte ad operazioni essenzialmente basate sull’air-power, alle quali Teheran potrebbe rispondere con un atteggiamento di “basso profilo” oppure al contrario cercando di rovesciare il tavolo alzando la posta in gioco.
La prima via prevede sostanzialmente di cercare di controbattere ai raid nemici con l’uso della contraerea e dell’aviazione e di respingere quei team di terra eventualmente infiltrati preservando quanto più possibile le installazioni “sensibili”. Personalmente ritengo altamente improbabile che, qualora l’Iran dovesse accettare lo scontro, si limiterebbe a questo tipo di reazione passiva; sono invece convinto che la reazione sarebbe veemente (e qui vengo alla seconda opzione) e soprattutto indiscriminata. Infatti, nell’impossibilità di colpire direttamente gli attaccanti (nessuno dei quali confina con il territorio dell’Iran), è plausibile l’ipotesi che si tenti di colpire quei paesi già citati che ospitano basi o truppe statunitensi (Bahrain, Arabia Saudita, Iraq, Afghanistan, etc.) ed ovviamente l’odiato Israele. Gli attacchi sarebbero portati per via aerea (con missili), ma non è da escludere nemmeno che nel Golfo Persico (ricordo per inciso che in Bahrain ha sede la V Flotta) e nell’Oceano Indiano (dov’è schierato il dispositivo anti-pirateria internazionale) la marina iraniana, equipaggiata anche di tre sottomarini classe Kilo sovietici, non tenti qualche sortita contro le navi nemiche o ancora peggio contro il traffico petrolifero, giusto per riprendere uno spauracchio dei tempi del conflitto Iran-Iraq (1980-88). Inutile però dire che questo tentativo di “internazionalizzazione del conflitto” avrebbe il suo fulcro nell’attacco ad Israele (verosimilmente uno dei Paesi impegnati in prima linea nelle operazioni), attacco che in parte potrebbe essere portato direttamente con missili a lunga gittata lanciati dall’Iran anche se il grosso delle operazioni verrebbe delegato a quelle organizzazioni che Teheran ha provveduto negli anni a foraggiare e a rifornire di armi (inclusi molti razzi a breve gittata, come i Grad), vale a dire Hamas nella Striscia di Gaza ed Hezbollah nel sud del Libano. L’obiettivo, ovviamente, sarebbe quello di far riesplodere l’annosa questione palestinese ed è indubbio che il momento è propizio: l’intero Nord-Africa deve ancora assestarsi (le notizie che giungono dall’Egitto non sono a riguardo molto rassicuranti), il Libano da decenni non conosce vera pace e le truppe internazionali (missione UNIFIL) schierate nel confine a mo’ di cuscinetto potrebbero diventare un ghiotto obiettivo, la Siria poi non ne parliamo, percorsa com’è da quasi un anno da rivolte interne ed ai ferri corti con la Turchia. Se la situazione ad occidente non è tranquillizzante, altrettanto si può dire più ad oriente dove, sfruttando la comune adesione allo sciismo (diffuso non a caso anche in Siria e Libano, n.d.r.), si potrebbe sobillare in chiave anti-americana la popolazione dell’Iraq meridionale (la ricca regione petrolifera di Bassora). Spostandosi infine ancor più ad oriente quasi banale ricordare che l’Afghanistan, che già tanti grattacapi sta dando agli Occidentali, rappresenta una formidabile occasione per “rompere le uova nel paniere” agli Stati Uniti nel momento in cui l’amministrazione Obama sta ritirando gradualmente le truppe (senza contare che l’entrata dell’Iran negli affari dell’Afghanistan potrebbe urtare la sensibilità del Pakistan, altra potenza nucleare che da sempre ha mire egemoniche su questo travagliato stato). In questi ultimi scenari l’attività sarebbe tipicamente di guerriglia, contro la quale la superiorità tecnologica e di mezzi e dimostrato servire gran poco.

SCENARIO 3. ATTACCO OCCIDENTALE E PASSIVITA’ IRANIANA.

Anche questo è uno scenario spesso non considerato, specie alla luce della roboante retorica di Ahmadinejad e soci, ma dal punto di vista dell’immagine potrebbe risultare assai efficace. Infatti, specie qualora l’attacco occidentale dovesse avvenire senza una sufficiente / convincente “copertura legale” (leggasi: risoluzione ONU), il presentarsi come vittime del “capitalismo americano-sionista” sarebbe un fondamentale coagulante per l’intera nazione araba (= mi riferisco a quella parte che ha in odio l’Occidente ed i suoi modelli) ed una notevole vetrina per Ahmanidejad, il quale potrebbe proporsi come suo leader specie se le accuse di perseguire un programma nucleare a scopo militare dovessero risultare infondate (non sarebbe del resto la prima volta…). Per il presidente iraniano il rischio sarebbe soprattutto legato alla tenuta del fronte interno: da una parte la Rivoluzione verde, stroncata nel 2009, potrebbe riprendere vigore dall’altra i “duri e puri” Pasdaran potrebbero non condividere una politica così remissiva. D’altro canto non è nemmeno da escludere che Ahmadinejad non sappia cogliere l’occasione della “lotta contro il nemico esterno che attacca ingiustamente” per rinsaldare attorno a sé il proprio popolo.

CONCLUSIONI

Dalla lettura del <post avrete intuito come dei tre scenari presentati quello che trovo più probabile è sicuramente il secondo; se l’Iran manterrà un basso profilo o tenterà invece di incendiare tutti i paesi limitrofi, questo dipenderà anche dal contesto diplomatico in cui si svolgeranno i fatti: ad esempio sarebbe importante che la “bomba siriana” fosse stata nl frattempo disinnescata, giusto per evitare complicazioni con Turchia e soprattutto Libano.
Insomma, pur non essendo mai stato convinto dalla famosa teoria dell'”effetto domino”, credo che in questo caso i rischi di contagio siano effettivamente elevati e che le diplomazie occidentali dovrebbero agire con i piedi di piombo.

Annunci