1880s Hippolyte Arnoux

1880s Hippolyte Arnoux - Suez Canal di blacque_jacques, su Flickr

La guerra verbale cui siamo testimoni in questi giorni tra esponenti di vario calibro del regime degli Ayatollah da una parte e dell’amministrazione statunitense dall’altra, inerente la minaccia di chiusura al transito delle navi mercantili attraverso lo stretto di Hormuz da parte iraniana e le possibili reazioni statunitensi ad un simile comportamento, hanno fatto ricordare a tutti (ogni tanto serve rinfrescare la memoria!) la vitalità della sicurezza e dell’apertura delle rotte commerciali attraverso le quali passano quei beni che ci consentono di mantenere i nostri modelli e stili di vita!
La crucialità della questione l’aveva perfettamente chiara l’Impero britannico, che aveva provveduto ad assicurare le proprie linee di comunicazione dall’arcipelago britannico fino ai suoi terminali in Estremo Oriente (Hong Kong) e Pacifico (Australia) in più modi: da una parte con l’apertura del canale di Suez (rotta che nel contempo accorciava i tempi di percorrenza) ci si era assicurati una “ridondanza nelle linee di comunicazione” rispetto a quella tradizionale che passando per il Golfo di Guinea ed il Capo di Buona Speranza finiva in India per qui biforcarsi verso est, con Hong Kong come ultimo approdo e la base di Singapore come tappa intermedia, oppure verso sud, destinazione Australia. Dall’altra assumendo il controllo diretto ed indiretto dei punti strategici (Gibilterra, Malta, l’Egitto con Suez, Somalia Britannica ed Aden, Colombo, etc.) ed impedendo, per via diplomatica ma se necessario anche con l’uso della forza, che Stati potenzialmente ostili potessero a loro volta prenderlo.
Con il processo di decolonizzazione gran parte di questi punti d’appoggio sono stati abbandonati (anche perché i grandi gruppi di portaerei / portaelicotteri + mix di mezzi da sbarco e anfibi garantivano una sufficiente capacità di proiezione di potenza), ma non tutti: la Gran Bretagna, ad esempio, tiene ancora Gibilterra più una base a Creta (Suda); la Francia ha una base a Gibuti; gli Stati Uniti come noto ne hanno numerosissime praticamente in ogni possibile teatro operativo!
Guardando agli ultimi sessant’anni, vale a dire dalla fine della II Guerra Mondiale sino ai giorni nostri, si può tranquillamente affermare che tale approccio di basso profilo ha mediamente garantito buoni risultati, essendo stati i momenti di crisi gran pochi: guerra di Suez del 1956, guerra Iran – Iraq (con apice nel 1988 allorquando si venne ad uno scontro aero-navale tra Stati Uniti ed Iran; operazione Mantide religiosa) e se vogliamo anche invasione statunitense di Panama del 1989.
Purtroppo mi sembra ora che la situazione si stia deteriorando proprio con particolar riferimento a quel tratto di mare strategico compreso nel triangolo ideale che va dal mar Rosso al Golfo Persico fino a quella vasta porzione di Oceano Indiano prospiciente il Corno d’Africa. Si tratta di un’area che geograficamente presenta ben 3 “colli di bottiglia” (canale di Suez, stretto di Bab el-Mandeb, stretto di Hormuz) attraverso i quali passa gran parte del traffico mercantile mondiale (dal petrolio arabico ai prodotti manifatturieri provenienti dalla Cina, “fabbrica del mondo”, e dall’intero sud-est asiatico). E per quanto l’importanza di Suez sia diminuita man mano che venivano varate navi di stazza troppo elevata per transitare per il canale, ciò non fa venir meno l’importanza globale della zona in oggetto. Ma quali sono i motivi di preoccupazione?
In definitiva li ho inconsapevolmente già elencati quasi tutti nel corso dei miei precedenti post (ai quali rimando): la pirateria somala è sicuramente la più nota, non fosse altro per il peso che le viene attribuito dai mass-media, ma non è solo questa a creare preoccupazione: risalendo la costa verso nord il Sudan, che in passato ha dato riparo ad Osama Bin Laden, non è certo uno stato sul quale poter contare. Salendo ancora, a prescindere dalla piega che prenderanno gli eventi al Cairo, è un dato di fatto che nell’entroterra egiziano e nel Sinai bande di beduini (gli stessi che fungono da “basisti” nei periodici attacchi alle località turistiche del Mar Rosso?) sono dediti al traffico di esseri umani (in genere somali o sudanesi in fuga dalle loro tribolate terre) e sono di per sé un fattore di instabilità. Passando sulla sponda opposta le cose non vanno meglio: a nord la questione palestinese rischia sempre di far deflagrare l’intera regione (con il Canale che è stato più volte, nel corso delle guerre arabo-israeliane, obiettivo strategico di Tsahal) mentre (molto) più a sud nello Yemen le rivolte contro il presidente Saleh non sono mai sopite ed il fondamentalismo islamico è ben radicato (da qui partono i rifornimenti per gli shabab e proprio qui molto spesso i droni statunitensi, basati anch’essi a Gibuti, hanno colpito). Venendo al Golfo Persico… la situazione l’ho descritta ad inizio post e basta qui rammentare (rimandando per dettagli all’altro mio post) come la Marina Iraniana disponga di posamine e sommergibili per far comprendere appieno la concretezza della minaccia!
Insomma, l’area a mio parere va stabilizzata prima che qualcosa sfugga di mano, gli strumenti ci sono ma quel che manca è soprattutto la volontà politica, cosa tanto più grave dal momento che sarebbe importantissimo lanciare un segnale di unità, in modo che chi in altre parti del globo fa orecchie da mercante (vedasi stretto di Malacca, ma anche il nostro Mediterraneo non è immune da rischi, magari sarà il contenuto di un prossimo post…) capisca l’antifona.

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