Libia desde un autobus 13

Libia desde un autobus 13 di Rafa http://www.micamara.es, su Flickr

Nonostante i principali mass media ormai concentrino la propria attenzione solo sulle possibili commesse che le industrie occidentali potrebbero accaparrarsi durante i cosiddetti processi di “ricostruzione”, la cosiddetta Primavera araba è ben lungi dall’essere terminata.
Infatti non è che una volta “sistemati” Siria e Yemen si possa dire “missione compiuta”: gli assestamenti, a ben guardare, sono ancora in corso in tutti gli Stati percorsi da queste storiche rivolte popolari! Se in Egitto la situazione è stata congelata con l’esercito che di fatto continua a mantenere le leve del potere, pure negli altri stati la calma è solo apparente: in Tunisia le forze politiche sono spaccate ed il disagio sociale è ancora altissimo tant’è che le persone che si danno fuoco in segno di protesta sono, secondo alcune statistiche, addirittura quintuplicate; in Libia pochi giorni fa si sono verificati scontri a Bani Walid, roccaforte dei Warfalla, dove la bandiera verde del deposto regime sarebbe tornata a sventolare sugli edifici pubblici.
Ma quel che è peggio è che la caduta di regimi al potere da decenni ha portato ad un allentamento del controllo dei confini meridionali, ovvero quelli verso l’Africa sub-sahariana, tradizionalmente instabili ed oggetto di conflitti: 1) in quanto i confini medesimi sono stati tracciati con il righello ai tempi della spartizione coloniale (si pensi a quello tra Libia e Ciad) 2) senza tener conto della presenza di tribù nomadi del deserto abituate a muoversi liberamente a cavallo di essi, vivendo di commerci più o meno leciti.
Gli effetti dell’alleggerimento del controllo statale sono già visibili: a prescindere ora dalle decennali richieste di indipendenza del popolo Saharawi, nella fascia desertica e semi-desertica che fa da spartiacque tra Africa settentrionale ed Africa nera, è operativa Al Qaeda per il Maghreb (AQMI), brand regionale del noto network del terrore “inventato” dal defunto Osama bin Laden, la quale sembra oramai controllare il Sahel ed ovviamente sono presenti i tuareg i quali, venuto a cessare il patto con Gheddafi, hanno recentemente condotto attacchi in Mali.
Resta da vedere ora come questi vari gruppi, tutti fattori di destabilizzazione, interagiranno tra di loro; ad esempio tuareg ed AQMI una volta vengono dati per alleati, un’altra per rivali. Sicuramente il controllo di quest’area strategica attraverso la quale transita di tutto (uomini, armi, droga) rischia sicuramente di rappresentare un pericoloso fattore di destabilizzazione tanto per l’Africa equatoriale (ed in special modo la regione del golfo di Guinea; i recenti avvenimenti in Nigeria, dove si è diffuso il gruppo Boko Haram, sono emblematici) quanto per quella settentrionale.
E quest’ultimo aspetto è quello che ci riguarda più direttamente dal momento che la sicurezza europea non può prescindere da una sponda sud stabile e pacifica, tale da rendere il Mediterraneo un mare sul quale si possono sviluppare floridi commerci, turismo, etc. Al contrario esso potrebbe tornare ad essere, almeno nella percezione, quello che in effetti è stato per gran parte dell’età moderna: un luogo dal quale potevano arrivare rischi e pericoli. Una prospettiva sicuramente da scongiurare.

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