L’armata di liberazione cosacca in Friuli

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Russian Cossack di Marine Corps Archive & Special Collection

Russian Cossack di Marine Corps Archives & Special Collections, su Flickr

Segnalo il seguente incontro, curato dall’AUSER ed ospitato presso la Fondazione Benetton di Treviso, che si terrà martedì 17 aprile a partire dalle ore 16.30:

L’armata di liberazione cosacca in Friuli, incontro pubblico con Silvana Sibille Sizia.

Per informazioni Luisa Tosi, 0422-308175.

Fondazione Benetton, via Cornarotta 7-9, 31100 Treviso

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Mali, cronaca di una crisi annunciata

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<a href="http://www.flickr.com/photos/magharebia/5954087853/" title="20110718 Mali arrests alleged al-Qaeda informants | مالي: اعتقال مُخبرين للقاعدة | Le Mali arrête des informateurs d'al-Qaida di Magharebia, su Flickr"><img src="https://i2.wp.com/farm7.staticflickr.com/6030/5954087853_e28b5f8598.jpg" width="500" height="375" alt="20110718 Mali arrests alleged al-Qaeda informants | مالي: اعتقال مُخبرين للقاعدة | Le Mali arrête des informateurs d'al-Qaida"></a>

20110718 Mali arrests alleged al-Qaeda informants | مالي: اعتقال مُخبرين للقاعدة | Le Mali arrête des informateurs d'al-Qaida di Magharebia, su Flickr

Il precipitare degli eventi in Mali, dove l’esercito starebbe portando a termine un colpo di stato, non dovrebbe trovare impreparati i lettori di questo blog; nemmeno due mesi fa in un mio post avevo infatti rilevato come gli sconquassamenti in Nord Africa avrebbero potuto portare ad una pericolosa destabilizzazione in quei paesi collocati a cavallo tra Africa settentrionale ed Africa subsahariana.
In particolare la presenza sul territorio del Ciad e del Mali tanto di soldati che avevano combattuto in Libia come mercenari di Gheddafi (tuareg e “neri”) quanto di membri dell’AQMI mi avevano indotto ad indicare questi stati come “indiziati N. 1”: nel caso del Mali l’incapacità manifestata dal governo centrale nel fronteggiare la sfida lanciata dai Tuareg nel nord del paese pare aver svolto un ruolo cruciale nello spingere i soldati a sollevarsi. Anche se altre motivazioni di carattere interno hanno sicuramente giocato un certo ruolo (le elezioni politiche erano previste tra un mese) è impossibile negare quanto in questa vicenda abbiano influito fattori esterni!
Che dire così a caldo? Tecnicamente il golpe dimostra la volontà dei militari di agire con maggior determinazione contro i tuareg, sicché ci si potrebbe attendere nelle prossime settimane un’escalation nei combattimenti le cui conseguenze sono ovviamente difficilmente prevedibili; personalmente immagino due scenari, entrambi poco rassicuranti: CASO A) una volta sistemate le questioni interne le truppe governative si riorganizzano e debellano i tuareg; CASO B) gli insorti approfittano del caos a Bamako e riescono ad imporre il loro controllo su ampie zone del nord del paese (le ultime notizie provenienti dal paese africano sembrano rafforzare quest’ultima ipotesi).
A prescindere ora da quale di questi scenari si realizzerà, va osservato come in entrambi i casi le conseguenze siano tutt’altro che positive: nel CASO A) i tuareg verosimilmente non verrebbero sconfitti sul campo, semplicemente (da popolo nomade del deserto quale sono) essi si sposterebbero in un altro paese confinante (così come hanno fatto pochi mesi fa fuggendo dalla Libia) ponendosi in tal modo al riparo dalle truppe maliane e potenzialmente riprendendo la loro attività di destabilizzazione dell’area. Non meglio vanno le cose nel CASO B) in quanto l’imposizione del controllo tuareg nel nord del Mali potrebbe significare la nascita di un “santuario” per predoni, terroristi, trafficanti, etc. oltre che assestare un duro colpo alle istituzioni statali del paese africano che potrebbe invilupparsi pericolosamente su sé stesso fino al collasso (cosa da evitare, essendo questo paese per l’area quello che in geopolitica si chiama pivot).
Insomma, notizie non esattamente liete per l’Europa (nel mio citato post spiegavo l’importanza che assume la stabilità di questa che è la “retrovia” dell’Africa settentrionale) tanto più che non si vede nemmeno in questo caso una qualche iniziativa occidentale degna di questo nome. Purtroppo da un’Unione Europea schiacciata dai suoi problemi economici non si può pretendere molto e nemmeno dalla Francia, ex potenza coloniale, in questi giorni alle prese con il fondamentalismo al suo interno… Insomma restano come sempre gli Stati Uniti (la zona è di competenza di AFRICOM e da oltre un decennio le forze armate statunitensi conducono esercitazioni congiunte di rifornimento / supporto aereo con i colleghi dell’area, l’ultima delle quali Atlas Accord 2012 si è svolta dal 7 al 15 febbraio scorso)… ma non mi sorprenderebbe se l’ormai onnipresente Cina approfittasse dei rivolgimenti in corso per aumentare la sua presenza anche in quest’area.

Il nodo sciita

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Iran Elections

Iran Elections di bioxid, su Flickr

La dichiarazione odierna di Catherine Ashton, “Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza” (ma vien da chiedersi quale UE? quale politica estera?), circa l’offerta di azzeramento dei colloqui sul nucleare iraniano, impone una veloce analisi delle prospettive anche (e soprattutto) alla luce dei risultati delle recenti elezioni politiche tenutesi in Iran, stato chiave della vicenda, ed in Russia, protettrice (almeno al Palazzo di Vetro) tanto di Teheran che di Damasco, stato a sua volta legato a doppio filo con la Repubblica islamica.
Cruciale nell’evoluzione dei prossimi mesi credo sarà l’atteggiamento che assumerà la Russia del neo (si fa per dire) presidente Vladimir Putin; finora, come detto poc’anzi, Mosca ha continuato nella sua tradizionale linea filo-araba impedendo de facto l’adozione di qualsiasi misura “seria” tanto verso il regime degli Assad quanto verso quello degli ayatollah; ovviamente in campagna elettorale Putin, che strizzava l’occhio agli elettori nazionalisti, doveva mostrare i muscoli, se necessario tirando fuori argomenti da Guerra Fredda (come puntualmente accaduto). Ora che Putin ha ottenuto la presidenza, teoricamente sarebbe possibile assistere ad un ammorbidimento delle posizioni russe, tanto più che la necessità di stabilizzazione interna (le proteste per i presunti brogli elettorali sono state vivissime ed in generale il sentiment contro gli oligarchi non è dei migliori!) consiglierebbe di mantenere un basso profilo anche se è possibile pure l’esatto contrario, essendo storicamente l’individuazione di un “nemico” esterno uno stratagemma usato per compattare l’opinione pubblica.
In sostanza l’atteggiamento della Russia dipenderà molto dall’andamento del fronte interno ed anche dal “tatto” con il quale le cancellerie occidentali riusciranno a muoversi magari garantendo una soluzione, specie in Siria, capace di salvare la faccia a Mosca (nonché gli ingenti interessi economici e strategico-militari, ovvero la vendita di armamenti e la base di Tartus).
Considerazioni simili possono essere fatte anche per l’Iran: posto che né Ahmadinejad né Ali Khamenei mettono in discussione il programma nucleare (e tantomeno sono morbidi con l’ “entità” sionista), la frattura interna da un lato può indurre a più miti consigli dall’altro ad avventurismi in politica estera.
La combinazione delle quattro opzioni “da tavolino” appena descritte può portare ad altrettanti scenari; vediamo nel dettaglio quali:
1) Russia ed Iran entrambe “cedevoli”: sarebbe, per l’Occidente, il massimo desiderabile giacché in una prima fase si potrebbe disinnescare la crisi siriana, venendosi quest’ultimo paese a trovare isolato e senza alleati (auspicabile sarebbe comunque coinvolgere la Russia garantendole un ruolo nelle scelte del post Assad), ed in una seconda fase far venire a più miti consigli l’Iran, altrettanto isolato e per di più dalle armi notevolmente spuntate contro Israele, essendo la Siria, sua “testa di ponte” nell’area, fuori dai giochi
2) Russia “rigida” ed Iran “malleabile”: in questa poco probabile evenienza, il rischio principale è l’incancrenirsi della situazione siriana (= Assad che si rifiuta di lasciare il potere) con tutto ciò che ne consegue per gli equilibri della regione (ruolo della Turchia, questione curda, infiltrazioni qaediste dall’Iraq, deterioramento della situazione e rottura dei fragili equilibri in Libano e di qui ripercussioni su Israele); l’Iran dal canto suo, dimostrandosi seriamente disposto a collaborare con l’AIEA, etc. riuscirebbe a prendere tempo ed anche ad uscire da sotto i riflettori, essendo tutta l’attenzione focalizzata su Damasco. Insomma, più Assad regge (grazie alla Russia), più a Teheran è possibile temporeggiare
3) Russia “cedevole” ed Iran “rigido”: è lo scenario a mio parere più probabile ed anche il più pericoloso giacché il mutato atteggiamento russo, facendo paventare la perdita di ogni protezione politico-diplomatica (in seno all’ONU) e militare (in termini di “consiglieri” e forniture), potrebbe spingere tanto Teheran quanto Damasco, legate tra di loro a doppio filo, a mosse azzardate (provocazioni plateali e/o attacchi ad interessi israeliani o comunque occidentali) magari sfruttando la presunta cautela dell’amministrazione Obama impegnata a sua volta nelle presidenziali
4) Russia ed Iran entrambi “rigidi”: questo scenario, sulla carta il meno desiderabile, in realtà non farebbe altro che perpetuare l’odierna situazione di stallo (ma anche il suo avvitarsi, con il rischio più volte paventato di infiltrazioni terroristiche in Siria), stallo che potrebbe essere rotto a) dal rinnovato slancio dell’iniziativa diplomatica statunitense (sia in presenza di una nuova amministrazione repubblicana, in genere più apertamente filo-israeliana ed attiva in politica estera, sia di un Obama-bis che a quel punto, non potendo più ambire ad un nuovo mandato, potrebbe dimostrarsi più intraprendente e risoluto di quanto sia stato finora) b) da un attacco preventivo da parte di Israele, anch’esso pronto a sfruttare la “latitanza” degli Stati Uniti tutti concentrati sulle presidenziali e non disposto ad attendere con le mani in mano la notizia che l’Iran ha la sua “bella” bomba nucleare.
Per concludere, se è vera la massima di Clausewitz che “la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi”, mai come in questo frangente storico i destini (di guerra) del Medio Oriente sono nelle mani della politica, seppur attraverso i meccanismi, talvolta opachi, della rappresentatività popolare.

Nodi della Storia d’Italia: 1938 – 1994

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Seconda Guerra Mondiale

Seconda Guerra Mondiale di Roby Ferrari, su Flickr

All’interno del ciclo di conferenze Nodi della Storia d’Italia: 1938 – 1994, segnalo almeno i seguenti incontri:

ANGELO VENTURA (Professore emerito – Università di Padova), Verso la catastrofe: l’Italia fascista e la Seconda guerra mondiale, Mercoledì, 7 marzo 2012

MONICA FIORAVANZO (Università di Padova), La Repubblica sociale italiana, Mercoledì 21 marzo 2012.

I suddetti incontri, organizzati dall’Istituto veneto per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea – Dipartimento di Scienze storiche, geografiche e dell’antichità dell’Università di Padova in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova, si terranno presso l’Università degli Studi di Padova – Palazzo del Bo (via VIII febbraio, 2), Aula Nievo dalle ore 15.30 alle ore 18.00. Per informazioni contattare la Segreteria organizzativa: Istituto veneto per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, Università di Padova, via VIII febbraio 2, tel. 049/8273331, fax 049/8273332.