Feb. 23, 2012. A Free Syrian Army member prepares to fight with a tank whose crew defected from government forces in al-Qsair

Feb. 23, 2012. A Free Syrian Army member prepares to fight with a tank whose crew defected from government forces in al-Qsair di FreedomHouse, su Flickr

Una volta tanto mi trovo d’accordo con il nostro ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata il quale, intervistato dal Corriere della Sera, afferma che anche alla Russia conviene sganciarsi dall’ormai indifendibile Bashar al Assad.
Solo in questo modo, infatti, Mosca potrebbe avere voce in capitolo sulla Siria che verrà e magari mantenere i propri interessi nell’area (leggasi forniture militari e base navale di Tartus).
In effetti i vari massacri avvenuti in Siria, ultimo in ordine di tempo quello di Houla (quali che ne siano gli autori; personalmente ritengo che siano entrati in azione anche in Siria quelli che chiamo “professionisti del terrore e del disordine”, con il chiaro intento di intorbidire le acque e rendere impossibile una soluzione politica), hanno reso il presidente siriano definitivamente impresentabile ed un cambio di regime è oramai inevitabile.
Il problema è che ciò potrebbe avvenire tra un mese così come tra un anno o ancora di più; mai come in questa vicenda tutto sta nelle mani della politica. Se a livello di consessi internazionali Russia (che, come detto, avrebbe tutto l’interesse a sganciarsi) e Cina continuano a bloccare ogni iniziativa e a vanificare ogni reale sforzo di una soluzione alla crisi è altrettanto vero che nessun altro attore internazionale sembra intenzionato ad intervenire: non l’UE, attanagliata dalla crisi dell’euro, non gli Stati Uniti, con Obama concentrato sulla campagna elettorale, non la Lega Araba che continua ad appoggiare l’asfittica missione di Kofi Annan e nemmeno Israele, che forse non vuole avallare l’intervento turco e tanto meno fornire all’Iran un ghiotto casus belli rinfocolando l’intero Medio Oriente (lo stallo politico – diplomatico è ben descritto da Niccolò Locatelli su Limes).
Paradossalmente non aiuta il fatto che, militarmente, nessuna parte riesce a prevalere sull’altra: da quel che filtra attraverso i media le diserzioni nell’esercito regolare sono numericamente diminuite sicché il Free Syrian Army ha smesso di ingrossarsi; l’esercito regolare d’altro canto parrebbe iniziare ad accusare problemi logistici e di spostamento nel territorio, come sarebbe comprovato stando ad alcuni analisti dalla comparsa sul teatro delle operazioni degli elicotteri.
Se consideriamo che l’intervento in Libia dello scorso anno fu accelerato dall’emozione suscitata nell’opinione pubblica proprio dalle notizie dell’utilizzo degli elicotteri contro i manifestanti ed al contrario come oggi ciò non abbia avuto particolari eco nei mass media nostrani, si intuisce come la questione siriana rischi di passare in secondo piano. I pericoli a questo punto sono due, tra di loro correlati: 1) nella direzione del movimento di rivolta assume sempre maggior importanza l’elemento esterno => 2) il che potrebbe condurre al contagio delle regioni limitrofe (nel confinante Libano la situazione si fa sempre più calda).
In altri termini se l’opzione militare (esternazione del neoeletto presidente francese Hollande a parte) resta in secondo piano, è bene che la diplomazia riesca a trovare una soluzione prima che la situazione le sfugga (definitivamente) di mano.

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