Press conference by JSE for Syria and Head of UNSMIS di United Nations - Geneva

Press conference by JSE for Syria and Head of UNSMIS di United Nations – Geneva, su Flickr

Vada come vada a finire, la vicenda siriana dimostra, una volta ancor di più, almeno un paio di cose:
1) l’ONU va riformata: è dal 1989 o giù di lì che si discute la cosa ma ancora non si riesce a trovare una soluzione; è semplicemente ridicolo che l’ organizzazione che (con risultati alterni) cerca di “governare” il mondo rifletta rapporti di forza ed equilibri vecchi già al momento in cui sono stati stabiliti (mi riferisco in particolare al ruolo spropositato ricoperto da Francia e Regno Unito, oggi come nel 1945) ed è semplicemente ancor più ridicolo che esista ancora il potere di veto in sede di Consiglio di Sicurezza. L’ONU, se vuol apparire viva e vitale, dev’essere in grado di prendere decisioni vere e non essere alla mercé di posizioni che tuttora (come già scritto la rivolta siriana è una di queste) riflettono posizioni ideologiche.
2) gli strumenti attualmente a disposizione sono spesso perfettamente inutili, a cominciare dalle sanzioni economiche (sugli osservatori, poi, va steso un velo di pietà): così è stato (giusto per fare tre esempi calzanti) in Iraq, in Libia ed adesso in Siria (e questo vale anche se la notizia del recente shopping londinese di Asma al Assad dovesse rivelarsi l’ennesima bufala giornalistica di una guerra in cui i mass-media occidentali, esclusi de facto dal teatro delle operazioni, hanno dipeso quasi completamente da fonti giocoforza di parte, vuoi l’agenzia di stato SANA vuoi i portavoce del Free Syrian Army). A mio parere le sanzioni economiche possono avere una qualche speranza di deterrenza nei confronti degli stati da esse colpiti solo se inserite in un percorso che gradualmente ma automaticamente (in caso di mancato rispetto delle risoluzioni, of course) portano a ben più gravi conseguenze. Detto in chiaro: lo Stato “sanzionato” è consapevole che o si adegua oppure le misure successive alle sanzioni saranno inevitabili e soprattutto ben più dolorose.
3) dal punto di vista strettamente militare, infine, la rivolta siriana ha dimostrato una volta di più, dopo le esperienze palestino-libanesi ed irakene, come gli eserciti regolari trovino grossa difficoltà a raggiungere un risultato definitivo in ambiente urbano; se veloci incursioni di mezzi blindati e corazzati possono portare ad una temporanea normalizzazione della situazione, il loro ritiro corrisponde a lasciar campo libero ai seppur meno pesantemente armati ribelli. Inoltre l’esercito regolare di turno (oggi quello siriano, ieri l’US Army e Tsahal) si vede esposto ad un continuo logorio dei mezzi che brevemente porta alla degradazione delle capacità operative (degradazione che ovviamente sarà tanto più grave in funzione delle dimensioni dell’esercito che ne è vittima).
In questo senso il solo pensiero di poter imporre la “volontà” del “concerto delle Nazioni” esclusivamente attraverso l’esercizio dell’Air Power è destinato a rimanere una pia speranza: nel post intervento occorre sporcarsi le mani e prepararsi ad anni di presenza militare! A queste conclusioni, dopo le esperienze balcaniche ed afghane, ci sono arrivati tutti; il punto è che le disastrate casse europee non permettono più di far chissà che. Insomma, “manodopera” (di qualità) in giro non ce n’è molta, gli Stati Uniti sono avvisati.

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