Rafah crossing to Gaza

Rafah crossing to Gaza di brennacussen, su Flickr

Finalmente la questione ha trovato ampio risalto anche nei mezzi d’informazione generalisti: la clamorosa vicenda dell’attacco ad un posto di confine egiziano da parte di presunti combattenti islamici, che avrebbero fatto 16 morti e rubato due mezzi blindati con i quali sarebbero poi penetrati in territorio israeliano per venire infine schiacciati dall’aviazione di quest’ultimo paese, del resto non poteva passare inosservata!
Sul deterioramento della situazione nell’area del Sinai avevo già scritto qualcosa en passant molti mesi fa: evidentemente nel tempo intercorso la situazione si è aggravata e siamo passati da gruppi di beduini del deserto dediti a traffici illegali di tutti i tipi (dalle armi gli esseri umani) ed al supporto occasionale in favore di gruppi terroristici (come nei casi dei vari attacchi alle località turistiche del Mar Rosso) ad un rapporto che evidentemente deve essersi fatto più organico.
Organizzare operazioni come quelle avvenute in questi giorni infatti implica la conoscenza del territorio, una accurata preparazione (studio delle abitudini delle guardie confinarie egiziane) nonché un notevole supporto logistico: il commando che ha condotto l’attacco era composto di dieci uomini, tutti ben armati.
Ovviamente la sfida lanciata al “Nuovo Egitto” (e lo schiaffo d’immagine) non poteva non scatenare la risposta di quest’ultimo paese, la cui aviazione ha effettuato un paio di raid eliminando una ventina di miliziani il che rafforza l’ipotesi dell’esistenza di un folto gruppo armato (tra i morti del 5-6 agosto e quelli odierni siamo attorno alle 25 – 30 unità) che non poteva non godere di appoggi locali.
Oltre al numero, interessante sapere anche di chi stiamo parlando: nei vari comunicati stampa, lanci di agenzia, ricostruzioni giornalistiche si parla indifferentemente di non meglio definiti miliziani, di palestinesi (impossibile non pensare in questo caso ad Hamas, che detta legge nella Striscia di Gaza ma che nel caso specifico ha negato ogni coinvolgimento), di terroristi, di estremisti islamici, etc.
La mia sensazione è che, approfittando del caos interno all’Egitto, vari elementi si siano coagulati e che dunque un po’ tutte le “attribuzioni” di responsabilità fatte in questi giorni contengano un fondo di verità.
Ammesso dunque che gruppi estremisti (composti da palestinesi così come da afghani, termine generico questo per indicare stranieri che hanno combattuto per il jihad) abbiano rafforzato la collaborazione con gruppi di beduini locali, resta da capire quali siano gli obiettivi: se per le tribù beduine locali è ragionevole ipotizzare che lo scopo sia quello di perpetuare l’attuale debolezza dell’autorità centrale (specie in zone periferiche come il Sinai) in modo da poter continuare indisturbati i propri traffici, per i vari gruppi “terroristi” il fine ultimo potrebbe essere ben più ampio, ovvero la destabilizzazione di questa strategica area (con il canale di Suez, il confine israeliano, la presenza di obiettivi occidentali, etc.).
In questo senso l’eventuale alleanza tra beduini e “stranieri” potrebbe a breve venir meno; ritengo infatti non sia nell’interesse dei primi compiere operazioni eclatanti, bensì sia assai più saggio mantenere un basso profilo per evitare maggiori controlli.
Del resto stando alle ricostruzioni giornalistiche, e questo è un interessante risvolto di politica estera, nel corso degli attacchi le autorità israeliane e quelle egiziane sono state in costante contatto, agendo quasi da alleate. Una conseguenza forse non preventivata dai terroristi e che potrebbe indurle a rivedere la propria strategia.