Picture by ma7dood, su Flickr

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Al quarto giorno dell’operazione Pilastro di difesa è oramai dato per scontato che a breve prenderanno il via le operazioni di terra: come sottolineato dai più acuti osservatori a suggerirlo non è tanto la quantità di riservisti richiamati ma la loro qualità: per la maggior parte si tratta infatti di fanti e di genieri, reparti appunto che avranno il gravoso compito di entrare nei centri abitati densamente popolati bonificando le trappole che sicuramente i miliziani palestinesi avranno predisposto.
Se il tipo di tattica che Israele adotterà sarà probabilmente simile a quella già sperimentata durante l’operazione Piombo fuso del 2009 (nuclei di carri armati e trasporti truppe pesantemente corazzati che penetrano nei centri abitati con la protezione aerea di elicotteri, caccia e droni) così come simile sarà la tattica dei miliziani palestinesi (ovvero la difesa casa per casa, il ricorso a tunnel e cunicoli, l’uso dei civili – ed in generale di luoghi “delicati” come scuole, moschee ed ospedali – come scudo / protezione per inibire l’azione di Tsahal) è indubbio che il contesto generale delle operazioni sarà radicalmente cambiato rispetto a tre anni fa.
Israele infatti non può contare praticamente più su nessun alleato: l’Egitto di Mubarak (da Camp David in poi il principale mediatore di ogni crisi) è in bilico tra islamismo moderato ed estremista, la Turchia ha di fatto chiuso i rapporti diplomatici dopo la vicenda della Freedom Flottilla, i rapporti con gli Stati Uniti di Barack Obama non sono sicuramente quelli privilegiati dell’era Bush, la monarchia hascemita in Giordania deve guardarsi dai movimenti di ribellione interni, l’Iraq è solo sulla carta filo-occidentale, il Libano continua a vivere nel suo Limbo interconfessionale, la Siria sappiamo tutti com’è messa e la posizione dell’Iran… beh, quella è arcinota!
E’ proprio la situazione internazionale complessiva l’aspetto a mio avviso maggiormente preoccupante: se sul fatto che Israele la spunti dal punto di vista militare non ci sono particolari dubbi (dipende anche dalla portata degli obiettivi prefissati dai comandi di Tel Aviv) temo che, in qualsiasi modo la vicenda si risolva, per Israele sarà un insuccesso.
Mi spiego meglio. Attribuendo a priori ad Israele la vittoria dal punto di vista strettamente militare, si possono prevedere grosso modo due scenari internazionali: 1) gli Stati confinanti mantengono la loro neutralità, Israele ha gioco facile nel vincere ma i governi di quegli Stati che non sono intervenuti ad aiutare i “fratelli” palestinesi vengono duramente contestati, infiammando nuovamente l’intero mondo arabo / musulmano; in particolare i governi traballanti e frutto di compromessi ed alchimie politiche usciti dalla Primavera Araba difficilmente sopravviverebbero, venendo sostituiti da nuovi in cui la componente estremista / integralista prevale 2) gli Stati confinanti intervengono in modo più o meno diretto (vuoi col rifornire armi, vuoi col lasciar passare “volontari”, vuoi anche con gli eserciti regolari), innescando una pericolosissima spirale di azioni e reazioni (in particolare il siriano Assad potrebbe trarre vantaggi dall’internazionalizzare la sua crisi, il che a suo volta probabilmente porterebbe all’intervento di Turchia – che vuole impedire a tutti i costi che i curdi stanziati all’interno della Siria raggiungano quell’autonomia che già ora godono in Iraq e che potrebbe essere presa a modello dai “suoi” curdi – ed Iran) che potrebbe condurre ad un conflitto generlizzato nell’intera area.
Insomma, in un caso come nell’altro Israele deve prepararsi a vivere gli anni a venire in un Medio Oriente fortemente ostile, motivo per cui, fossi nei governanti di Tel Aviv esplorerei a fondo la possibilità di concludere alleanze strategiche alternative (leggasi: non con i “deboli” Stati Uniti e con l’inconsistente Unione Europea ma bensì l’India).