Turchia in bilico tra Occidente ed Oriente: quali ripercussioni?

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130204-D-NI589-871 di U.S. Department of Defense Current Photos, su Flickr

Invito tutti coloro che dovessero essere interessati alle turbolenti vicende del Vicino e Medio Oriente, ed in particolare a quelle della Turchia, alla lettura del seguente articolo:

Turchia: indispensabile baluardo strategico o potenziale minaccia?.

In esso, redatto dal sottoscritto per Bloglobal – Osservatorio (indipendente) di politica internazionale (con il quale collaboro da un paio di mesi a questa parte), si tenta (alla luce delle scelte politiche, economiche e di sicurezza “orientaleggianti” imposte dall’attuale gruppo dirigente turco) di fornire una valutazione delle possibili conseguenze, in particolare per la sicurezza strategica della NATO e dell’Unione Europea, derivanti da questo “nuovo corso”.

Europeana 1914-18: fonti storiche e Grande Guerra

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Diary of Gallipoli: entry for 25th April 1915. Diary of 494 Sergeant Joseph Cecil Thompson, Gallipoli 25th April 1915. Pages  four and five

Diary of Gallipoli: entry for 25th April 1915. Diary of 494 Sergeant Joseph Cecil Thompson, Gallipoli 25th April 1915. Pages four and five

Segnalo l’iniziativa Europeana 1914‐1918, avviata in vista del 100° anniversario della I Guerra Mondiale che si celebrerà l’anno prossimo: Europeana, la biblioteca digitale europea, ha infatti intrapreso un progetto che prevede la digitalizzazione, conservazione e pubblicazione di cimeli e testimonianze sulla Grande Guerra che, è questo l’auspicio, dovrebbe fornire anche ad un pubblico non specialistico strumenti adeguati per una migliore comprensione circa l’impatto e gli effetti che tale conflitto ebbe sulla gente comune.
I risultati raggiunti sono già ragguardevoli: sul sito http://www.europeana1914-1918.eu/it sono già state pubblicate le digitalizzazioni di oltre 45.000 oggetti digitali quali lettere, cartoline, foto, diari storici risalenti a quel tragico periodo.

La necessità di far conoscere tale iniziativa anche in Italia, contribuendo all’ulteriore arricchimento di questa raccolta digitale, ha spinto l’ICCU (Istituto Centrale per il Catalogo Unico), in collaborazione con il Museo del Risorgimento italiano e la BNCR (Biblioteca Nazionale Centrale di Roma) ad organizzare per 15 maggio 2013, presso la sede della BNCR (Viale Castro Pretorio n. 105, Roma), la Giornata di raccolta e digitalizzazione delle memorie di guerra, articolata in due parti: la prima (ore 10.00 – 12.45) consisterà in un seminario formativo dal titolo Fonti storiche e Grande Guerra (qui il programma), nel quale si parlerà di fotografie di guerra, manifesti e volantini propagandistici, giornali di trincea, letteratura di guerra, cimeli, etc. La seconda parte, parzialmente sovrapposta alla prima, si protrarrà fino alle 18.00 e consentirà, a quanti in possesso di materiali utili, di effettuare la loro digitalizzazione ed eventualmente di registrare i racconti tramandati di padre in figlio (ponendo attenzione dunque anche alle fonti orali!).

Un’iniziativa sicuramente da appoggiare dal momento che con essa si riesce a far riemergere materiale spesso ignoto agli storici, coinvolgendo quei popoli che un secolo fa si trovarono a lottare l’uno contro l’altro, nonché un interessante esperimento di “digitalizzazione dal basso” / “digitalizzazione partecipata”(che poggia sulla piattaforma sicuramente aperta e di qualità offerta da Europeana) che contrasta nettamente con i progetti di digitalizzazione condotti in modo dirigistico su specifici fondi o raccolte ai quali siamo stati abituati sinora.

Prigionieri dei Savoia? I prigionieri dell’Esercito Napoletano a Fenestrelle

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Fenestrelle_Il_Forte, di gallogiancarlo su Flickr

Per l’interesse suscitato nella più recente storiografia, complice la concomitanza con i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia, segnalo la seguente conferenza condotta dal professor Alessandro Barbero che si terrà il 7 maggio 2013 alle ore 16,30 a Torino presso l’Archivio di Stato – Sala Conferenze (Piazzetta Mollino, 1) con ingresso libero fino ad esaurimento dei posti:

Prigionieri dei Savoia? I prigionieri dell’Esercito Napoletano a Fenestrelle

A partire da accurate ricerche d’archivio verrà smontata la veridicità di alcune “leggende”, assai in voga negli ultimi anni, secondo le quali migliaia di prigionieri appartenenti all’esercito del defunto Regno delle Due Sicilie sarebbero stati rinchiusi ed uccisi all’interno di un articolato complesso concentrazionario che avrebbe avuto nel “lager” di Fenestrelle il suo centro.
In realtà dall’analisi della corrispondenza ufficiale, dei ruoli matricolari, etc. è possibile ricostruire non solo il trattamento ricevuto dai prigionieri ma anche le modalità, inevitabilmente talvolta pure traumatiche, attraverso le quali molti dei soldati e degli ufficiali prigionieri vennero traghettati nel costituendo Regio Esercito.

Crisi coreana: perché la politica di basso profilo di Washington è pericolosa

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Korean Peninsula

MIM-104 Patriot(PAC-2 & PAC-3) di Ken H / @chippyho, su Flickr

Torno sulle vicende della penisola coreana ma questa volta, diversamente dal post di qualche giorno fa, con un taglio decisamente più “politico”.
In particolare voglio soffermarmi sulle pericolose, anzi controproducenti, implicazioni derivanti dalla decisione, volontariamente seguita dall’amministrazione Obama, di mantenere un basso profilo in modo da evitare in qualsiasi modo “fraintendimenti” con Pyongyang (emblematica in questo senso la scelta di rinviare il lancio, da tempo pianificato, di un missile Minuteman 3 dalla Vandenberg AFB).
Quali sono i motivi di questa mia avversione?
Sono tra coloro che ritengono che la politica, tanto quella interna quanto quella estera, sia sotto sotto un gioco delle parti con i suoi riti e rituali talvolta tendenti alla “teatralità”: pertanto non c’è niente di peggio per Kim Jong-un, a prescindere ora dalle motivazioni che l’hanno spinto a questa escalation verbale (volontà di dimostrare la sua leadership al popolo ed ai vertici delle sue forze armate; speranza di ottenere aiuti internazionali facendo leva sul suo deterrente nucleare; desiderio di dimostrare alla Cina la sua indipendenza; spaventare con roboanti proclami l’opinione pubblica mondiale ed i corpi diplomatici stranieri di modo che l’eventuale effettuazione dell’ennesimo test – nucleare o missilistico poco importa – venga accolto quasi con un sospiro di sollievo, etc.), che non riuscire a scatenare una reazione in quello che viene presentato come il nemico. Agli occhi dei militari potrebbe sembrare che il giovane Kim, in fondo, non viene preso sul serio a Washington oppure, ancora peggio, che l’apparato militare nordcoreano non viene considerato una minaccia da parte del Pentagono; cosa che potrebbe in un certo senso costringere davvero Kim a “fare qualcosa” per non perdere la faccia e la legittimazione presso il suo popolo ed i suoi generali.
Meglio dunque avrebbero fatto gli USA a “stare al gioco”, alzando il livello di guardia delle proprie truppe di stanza nel teatro asiatico e rischierando in modo più visibile rispetto a quanto abbiano fatto i propri mezzi (a tal proposito mi immagino la soddisfazione con la quale, a Pyongyang, avranno accolto le immagini delle batterie di Patriot PAC 3 schierate nel cuore di Tokio!).
Così facendo, inoltre, avrebbero trasmesso agli alleati regionali (Corea del Sud e Giappone) il messaggio che gli Stati Uniti sono pronti ad onorare l’impegno alla difesa collettiva; purtroppo temo che a Seoul ed a Tokio la percezione sia stata quella di un alleato titubante, il che potrebbe indurre questi governi ad accelerare il riarmo (già in corso da quelle parti in reazione a quello cinese), valutando a loro volta l’adozione dell’arma atomica (l’idea, alla faccia della non proliferazione, è tornata a circolare nei circoli sudcoreani), rinforzando i partiti nazionalisti, altrettanto a rischio di colpi di testa, ed in ultima analisi destabilizzando ulteriormente l’area.

Da Cornuda a Porta Pia – L’esercito Pontificio

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Porta Pia

Porta Pia. Picture by Gwenaël Piaser, su Flickr

Per i cultori della materia segnalo il seguente incontro, ospitato presso gli spazi della Fondazione Benetton Studi e Ricerche (via Cornarotta 7-9, Treviso) e curato dall’ISTRIT, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, che si terrà giovedì 18 aprile alle ore 17.30:

Da Cornuda a Porta Pia – L’esercito Pontificio; incontro con Enzo Raffaelli.

Per ulteriori eventuali informazioni ISTRIT: info@istrit.org.

Crisi coreana: le possibili opzioni militari

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Korean Peninsula

Korean Peninsula 1 di troubadour1, su Flickr

In un crescendo fatto di roboanti proclami ed esplicite minacce che stanno tenendo in apprensione le diplomazie di mezzo mondo, Corea del Nord e Corea del Sud si stanno sfidando in un durissimo confronto che per ora è soltanto di nervi.
Nella viva speranza che quello che mi accingo a fare resti un puro esercizio accademico, un gioco da “generali da tavolino” (giusto per riprendere una categoria cara a Correlli Barnett), cerchiamo di tratteggiare quali potrebbero essere le condotte di guerra dei belligeranti nell’infausta eventualità che dalle parole si passasse alle armi.
Un rapido sguardo alle forze contrapposte (per dettagli rimando all’articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore di pochi giorni fa a firma di Gianandrea Gaiani) ed al teatro delle operazioni rende subito evidente come le opzioni non sono poi così numerose.
Partiamo dai due schieramenti: da un lato (Corea del Nord) abbiamo delle Forze Armate numerosissime (4,3 milioni di soldati – che al sottoscritto per inciso ricordano tanto gli 8 milioni di baionette del Ventennio… – di cui uno appartenente all’Esercito) ma altamente statiche a causa dei vetusti mezzi a disposizione, con un’aviazione altrettanto “datata” ed una marina basata sul naviglio minore; dall’altro abbiamo delle Forze Armate sicuramente “corpose” (640mila unità infatti non sono poche) ma decisamente più snelle e soprattutto modernamente armate (aviazione ed MBT in primis). Alla luce di questo divario qualitativo appare chiaro il motivo per cui, nei discorsi di Kim Yong-un, un ruolo primario lo vengono a ricoprire le armi strategiche: missili a lunga gittata (ICBM) come i Taepondong ed ordigni nucleari sono visti, ovviamente, non solo come unica garanzia per la sovranità e l’indipendenza della Repubblica Democratica di Corea, ma anche come concreta arma da utilizzare nel corso delle operazioni che, si badi, sono (in linea con l’ideologia che sorregge il regime) offensive e volte a restituire l’unità al popolo coreano.
Favorevole al Nord invece il campo di battaglia: il 38 parallelo taglia la penisola in un punto relativamente stretto, motivo per cui l’attaccante (in questo caso il Nord) può concentrare le truppe e, soprattutto, la megalopoli costituita da Seoul – Incheon, nella sua sregolata crescita, è praticamente giunta a ridosso del confine e pertanto a portata della pur non eccelsa artiglieria del Nord.
Tenendo presente tutto ciò cosa possiamo aspettarci?
Ritengo sia altamente verosimile un simile scenario: il Nord parte all’attacco ma l’aviazione del Sud in breve tempo è in grado di ottenere il dominio dell’aria ed arrestare la massa di manovra del nemico (il termine è desueto ma nel caso delle forze armate di Pyongyang rende appieno l’idea) il quale riesce comunque a colpire bersagli paganti come la capitale (dove, rammento, hanno sede chaebol del calibro di Samsung, LG, Kia Motors e Daewoo – Chevrolet!).
A questa lotta in prossimità di quella che possiamo definire “prima linea” se ne affianca praticamente da subito una che tende alla “profondità strategica”: il Sud cercherebbe infatti, per mezzo di attacchi condotti dall’aviazione sin dalle prime fasi del conflitto, di distruggere i centri di comando e controllo ed in generale i nodi infrastrutturali del Nord ma soprattutto di mettere fuori uso le installazioni missilistiche ed i siti nucleari. Analoghi obiettivi si prefiggerebbe il regime di Kim Yong-un ma con la differenza che qui gli attacchi verrebbero condotti ricorrendo a missili armati, stando alle minacce, pure con testate nucleari e andrebbero a colpire pure obiettivi fuori dalla penisola coreana (Giappone e Stati Uniti) nel tentativo di “globalizzare” il più possibile lo scontro (in tal senso è lecito attendersi anche attacchi nel Mar del Giappone contro obiettivi inermi condotti con i numerosi sommergibili tascabili; n.d.r.), un po’ come fatto dall’Iraq nel corso della I Guerra del Golfo con gli attacchi su Israele.
La questione “nucleare” è centrale: Kim Yong-un è realmente disposto a farne uso? A mio avviso la cosa è possibile ma non così probabile come si vorrebbe far credere e questo non tanto perché farlo equivarrebbe ad assicurarsi la condanna del mondo intero ed all’autodistruzione (a Pyongyang sono abituati all’isolamento e la Storia insegna che regimi fanatici sono disposti a combattere fino all’annientamento – vedasi la Germania nazista) ma soprattutto perché la Corea del Nord è accreditata di possedere, al netto dei tre ordigni fatti esplodere nel corso dei test, materiale per produrre dai 6 agli 8 ordigni: considerando che gli imprescindibili vettori non si sono dimostrati proprio così precisi ho qualche dubbio che Kim Yong-un voglia giocarsi l’unica pedina di scambio realmente in suo possesso lanciando attacchi che potrebbero miseramente mancare il bersaglio!
Per concludere, dunque, un eventuale conflitto nella penisola coreana si risolverebbe sicuramente con la sconfitta nordcoreana: difatti, a fronte dello strapotere congiunto di Corea del Sud, Stati Uniti (e probabilmente Giappone), la Corea del Nord non potrebbe contare sul supporto russo e soprattutto cinese come accaduto nel corso del conflitto del 1950-53. Non escluderei però, considerando gli interessi in ballo (mi permetto di rimandare ad un mio articolo sull’argomento pubblicato su Bloglobal), un diretto intervento dell’Esercito della Repubblica Popolare Cinese nell’immediata fase di stabilizzazione post conflitto ufficialmente per aiutare a mantenere l’ordine in realtà per impedire una vittoria “piena” di Seoul e la prospettiva di una riunificazione: del resto una Corea troppo forte, ristabilita nella sua integrità territoriale, non sarebbe vista di buon occhio non solo da Pechino, ma anche da Mosca e Tokio…
Ma questi ragionamenti, come tutti quelli fatti in precedenza, mi auguro restino solo degli innocui war games.