Korean Peninsula

Korean Peninsula 1 di troubadour1, su Flickr

In un crescendo fatto di roboanti proclami ed esplicite minacce che stanno tenendo in apprensione le diplomazie di mezzo mondo, Corea del Nord e Corea del Sud si stanno sfidando in un durissimo confronto che per ora è soltanto di nervi.
Nella viva speranza che quello che mi accingo a fare resti un puro esercizio accademico, un gioco da “generali da tavolino” (giusto per riprendere una categoria cara a Correlli Barnett), cerchiamo di tratteggiare quali potrebbero essere le condotte di guerra dei belligeranti nell’infausta eventualità che dalle parole si passasse alle armi.
Un rapido sguardo alle forze contrapposte (per dettagli rimando all’articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore di pochi giorni fa a firma di Gianandrea Gaiani) ed al teatro delle operazioni rende subito evidente come le opzioni non sono poi così numerose.
Partiamo dai due schieramenti: da un lato (Corea del Nord) abbiamo delle Forze Armate numerosissime (4,3 milioni di soldati – che al sottoscritto per inciso ricordano tanto gli 8 milioni di baionette del Ventennio… – di cui uno appartenente all’Esercito) ma altamente statiche a causa dei vetusti mezzi a disposizione, con un’aviazione altrettanto “datata” ed una marina basata sul naviglio minore; dall’altro abbiamo delle Forze Armate sicuramente “corpose” (640mila unità infatti non sono poche) ma decisamente più snelle e soprattutto modernamente armate (aviazione ed MBT in primis). Alla luce di questo divario qualitativo appare chiaro il motivo per cui, nei discorsi di Kim Yong-un, un ruolo primario lo vengono a ricoprire le armi strategiche: missili a lunga gittata (ICBM) come i Taepondong ed ordigni nucleari sono visti, ovviamente, non solo come unica garanzia per la sovranità e l’indipendenza della Repubblica Democratica di Corea, ma anche come concreta arma da utilizzare nel corso delle operazioni che, si badi, sono (in linea con l’ideologia che sorregge il regime) offensive e volte a restituire l’unità al popolo coreano.
Favorevole al Nord invece il campo di battaglia: il 38 parallelo taglia la penisola in un punto relativamente stretto, motivo per cui l’attaccante (in questo caso il Nord) può concentrare le truppe e, soprattutto, la megalopoli costituita da Seoul – Incheon, nella sua sregolata crescita, è praticamente giunta a ridosso del confine e pertanto a portata della pur non eccelsa artiglieria del Nord.
Tenendo presente tutto ciò cosa possiamo aspettarci?
Ritengo sia altamente verosimile un simile scenario: il Nord parte all’attacco ma l’aviazione del Sud in breve tempo è in grado di ottenere il dominio dell’aria ed arrestare la massa di manovra del nemico (il termine è desueto ma nel caso delle forze armate di Pyongyang rende appieno l’idea) il quale riesce comunque a colpire bersagli paganti come la capitale (dove, rammento, hanno sede chaebol del calibro di Samsung, LG, Kia Motors e Daewoo – Chevrolet!).
A questa lotta in prossimità di quella che possiamo definire “prima linea” se ne affianca praticamente da subito una che tende alla “profondità strategica”: il Sud cercherebbe infatti, per mezzo di attacchi condotti dall’aviazione sin dalle prime fasi del conflitto, di distruggere i centri di comando e controllo ed in generale i nodi infrastrutturali del Nord ma soprattutto di mettere fuori uso le installazioni missilistiche ed i siti nucleari. Analoghi obiettivi si prefiggerebbe il regime di Kim Yong-un ma con la differenza che qui gli attacchi verrebbero condotti ricorrendo a missili armati, stando alle minacce, pure con testate nucleari e andrebbero a colpire pure obiettivi fuori dalla penisola coreana (Giappone e Stati Uniti) nel tentativo di “globalizzare” il più possibile lo scontro (in tal senso è lecito attendersi anche attacchi nel Mar del Giappone contro obiettivi inermi condotti con i numerosi sommergibili tascabili; n.d.r.), un po’ come fatto dall’Iraq nel corso della I Guerra del Golfo con gli attacchi su Israele.
La questione “nucleare” è centrale: Kim Yong-un è realmente disposto a farne uso? A mio avviso la cosa è possibile ma non così probabile come si vorrebbe far credere e questo non tanto perché farlo equivarrebbe ad assicurarsi la condanna del mondo intero ed all’autodistruzione (a Pyongyang sono abituati all’isolamento e la Storia insegna che regimi fanatici sono disposti a combattere fino all’annientamento – vedasi la Germania nazista) ma soprattutto perché la Corea del Nord è accreditata di possedere, al netto dei tre ordigni fatti esplodere nel corso dei test, materiale per produrre dai 6 agli 8 ordigni: considerando che gli imprescindibili vettori non si sono dimostrati proprio così precisi ho qualche dubbio che Kim Yong-un voglia giocarsi l’unica pedina di scambio realmente in suo possesso lanciando attacchi che potrebbero miseramente mancare il bersaglio!
Per concludere, dunque, un eventuale conflitto nella penisola coreana si risolverebbe sicuramente con la sconfitta nordcoreana: difatti, a fronte dello strapotere congiunto di Corea del Sud, Stati Uniti (e probabilmente Giappone), la Corea del Nord non potrebbe contare sul supporto russo e soprattutto cinese come accaduto nel corso del conflitto del 1950-53. Non escluderei però, considerando gli interessi in ballo (mi permetto di rimandare ad un mio articolo sull’argomento pubblicato su Bloglobal), un diretto intervento dell’Esercito della Repubblica Popolare Cinese nell’immediata fase di stabilizzazione post conflitto ufficialmente per aiutare a mantenere l’ordine in realtà per impedire una vittoria “piena” di Seoul e la prospettiva di una riunificazione: del resto una Corea troppo forte, ristabilita nella sua integrità territoriale, non sarebbe vista di buon occhio non solo da Pechino, ma anche da Mosca e Tokio…
Ma questi ragionamenti, come tutti quelli fatti in precedenza, mi auguro restino solo degli innocui war games.

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