Protesters battle police in Cairo’s Tahrir Square on the second anniversary of Egypt’s January 25 revolution. Credit: Khaled Moussa al-Omrani/IPS

Protesters battle police in Cairo’s Tahrir Square on the second anniversary of Egypt’s January 25 revolution. Credit: Khaled Moussa al-Omrani/IPS

La situazione in Egitto, a dieci giorni dalla deposizione manu militari del presidente Morsi, può a buon diritto essere definita “liquida”: i Fratelli Musulmani, forti dell’appoggio di una consistente fetta della popolazione, continuano a scendere in piazza (con gli inevitabili scontri provocanti morti e feriti) a reclamare un passo indietro da parte dei generali che non verrà mai; questi ultimi, dal canto loro, continuano tra mille incertezze e mille equilibrismi (interni ed esterni) nella difficile gestione della transizione post-Morsi.
Essi infatti devono riuscire da un lato a mettere d’accordo l’eterogenea opposizione che si è creata contro i Fratelli Musulmani e dall’altro ottenere l’appoggio della comunità internazionale, il cui atteggiamento è tutt’altro che unanime. Diverse potenze Occidentali si sono dimostrate estremamente tiepide nei confronti del “nuovo corso” cairota: ambiguo in particolare il comportamento degli Stati Uniti i quali se da un lato hanno confermato che la consegna degli F16 prevista dal corposo pacchetto di aiuti militari che annualmente prende la strada del paese dei Faraoni avverrà regolarmente (il che equivale ad un riconoscimento implicito della nuova situazione venutasi a creare) dall’altra hanno pure chiesto il rilascio di Morsi, richiesta peraltro avanzata pure della Germania (e da un discreto numero di O.N.G. che chiedono perlomeno di avere rassicurazioni sulle condizioni di detenzioni dell’ormai ex presidente).
Pare di capire, leggendo tra le righe, che il cambio di potere avvenuto in fondo non dispiaccia (l’esercito egiziano ha buoni rapporti con il Pentagono ma anche con Morsi le cose non andavano così male; quest’ultimo era stato espressamente elogiato per la sua opera di mediazione in occasione della periodica crisi verificatasi a Gaza l’autunno scorso, n.d.r.) ma sarebbe auspicabile che venisse rispettata, almeno di facciata, un minimo di legalità.
In sintesi i generali godrebbero di credito sì, ma condizionato, e questo potrebbe velocemente venir meno se essi dovessero perseguire la linea dura (ovvero quella che porta all’annientamento politico e, se necessario, fisico) nei confronti dei Fratelli Mussulmani.
Ma al di là di come verrà giocata la partita sul fronte interno, a mio parere sarà determinante per ottenere il “benestare” internazionale che i generali dimostrino in fretta di poter tenere sotto controllo la strategica regione del Sinai: non è un caso se proprio qui si sono moltiplicati nelle ultime settimane gli attacchi contro obiettivi dall’alto valore simbolico (posti di polizia, guardie di frontiera, turisti in visita al monastero di Santa Caterina) e che mirano proprio a dimostrare che il governo centrale non è in grado di garantire la necessaria cornice di sicurezza.
Il Sinai infatti ricopre per evidenti motivi un ruolo cruciale nelle relazioni internazionali: a) è fondamentale per la sicurezza del Canale di Suez, sulla cui importanza non è nemmeno il caso di soffermarsi b) il controllo di questa penisola, restituita da Israele (che l’aveva conquistata durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967) come gesto di pace a seguito degli accordi di Camp David, è vitale per “blindare” il confine con Israele (verso il quale potrebbero sempre partire attacchi) e soprattutto con la turbolenta striscia di Gaza c) non da ultimo nel Sinai vi sono rinomate località turistiche frequentate da cittadini di mezzo mondo ed è assolutamente da evitare, al di là delle ricadute sull’economia egiziana, che si crei la convinzione che essi sono obiettivi facilmente colpibili.
Dovesse succedere solo una di queste evenienze, la reputazione dei generali egiziani come partner affidabili verrebbe velocemente meno. Insomma, la loro credibilità internazionale (e la stabilità futura dell’Egitto), si gioca non tanto nei dintorni di piazza Tahrir ma nel desertico Sinai.