Sevastopol 102

Sevastopol 102 di Alexxx1979, su Flickr

Legittimo o meno, il referendum tenutosi ieri in Crimea lascia pochi dubbi circa quella che sarà la sorte di questa strategica penisola: a nemmeno ventiquattro ore dai primi exit poll il parlamento di Sebastopoli ha fatto richiesta a Mosca di entrare nella Federazione russa e stabilito l’adozione del rublo a fianco della grivnia ucraina; da parte sua, al Cremlino, Putin ha firmato poche ore dopo il decreto che ne riconosce indipendenza.
La velocità alla quale si susseguono gli avvenimenti non deve stupire né, d’altro canto, deve sorprendere l’intransigenza dimostrata da Mosca sull’intera vicenda.
Se sulle ragioni, simboliche e “materiali”, per le quali mai e poi mai quest’ultima avrebbe rinunciato alle basi presenti nella piccola penisola protesa nel Mar Nero ho già avuto modo di scrivere in altra sede, qui credo sia interessante spendere qualche riga su un aspetto sul quale non molti commentatori si sono soffermati, ovvero sul fatto che l’odierna crisi è, a tutti gli effetti, una crisi d’altri tempi (e qui con “altri tempi” mi riferisco a periodi storici ben più lontani della “recente” Guerra Fredda verso la quale, a detta di molti, ci staremmo riavviando!).
Appare infatti distante anni luce, anche nel lessico, il modo di ragionare del Cremlino rispetto a quello delle cancellerie occidentali: Mosca, a ben guardare, sembra ispirare la propria politica estera e di difesa a principi tipicamente ottocenteschi: costituzione di stati cuscinetto, difesa dei propri confini, espansione territoriale, zone di influenza, intervento “paternalistico” a protezione del proprio popolo oppresso dallo straniero, etc.
Attenzione, con questo non voglio negare il fatto che pure le democrazie occidentali, nella definizione della propria politica estera, non tengano in considerazione anche questi fattori; semplicemente questi ultimi, in un mondo in cui i confini si aprono per agevolare la circolazione di uomini, merci e (si spera) idee, le distanze vengono abbattute dalle grandi infrastrutture di telecomunicazione, le minacce corrono lungo Internet (cyberwar), non hanno più la preminenza di una volta e vengono inseriti in un contesto molto più complesso!
In altri termini credo che la politica di potenza di stampo ottocentesco ostentata dalla Russia, oggi apparentemente vincente, sia paradossalmente indice della sua arretratezza sotto quasi tutti i profili: di economia (se non fosse per le entrate assicurate dall’abbondanza di materie prime sarebbero dolori!), di classe dirigente (tuttora di formazione prettamente sovietica), di infrastrutture, di format militare (gli investimenti in materiali contano fino ad un certo punto se le dottrine di impiego non si adeguano!), etc.
Date le premesse, è del tutto naturale il comportamento assunto in Crimea (ma prima ancora in Siria, in Georgia ed in Cecenia) al punto che, proprio per le motivazioni anzidette, non me la sento nemmeno di escludere un ulteriore avanzamento delle frontiere russe verso ovest. In particolare il corso del basso Dnepr costituirebbe (ragionando con mentalità da XIX secolo, naturalmente) una magnifica linea di confine: darebbe coerenza al “fronte meridionale” (proteggendo ulteriormente la Crimea stessa, raggiungibile altrimenti solo attraverso lo stretto di Kerch), consentirebbe di “riaccogliere” nel seno della Madre Russia le popolazioni russofone ivi stanziate ed infine di annettere la regione mineraria del Donbass. Non due, ma ben tre piccioni con una fava!
Interessante, per concludere, anche chiedersi quali potrebbero essere le ripercussioni sulla Russia del prossimo futuro. Sul fronte interno quelle più immediate investirebbero sicuramente la natura del potere di Vladimir Putin, il quale potrebbe virare in modo ancor più marcato verso l’autocrazia: certo, ciò potrebbe scatenare nuove tensioni nel corpo sociale al punto che (specie se le esistenti istanze di maggior “libertà” non dovessero trovare una valvola di sfogo) non è nemmeno da escludere che vengano inscenate nuove manifestazioni di piazza (che, vista così a tavolino, potrebbero portare o all’implosione ed alla fine dell’era Putin oppure ad una ulteriore svolta autoritaria).
Sul fronte esterno è verosimile attendersi una dura contrapposizione con l’Occidente: probabilmente, se Mosca dovesse accontentarsi della sola Crimea, resterebbero in vigore le sanzioni economiche ma lo shock nelle relazioni diplomatiche verrebbe comunque col tempo assorbito. Al contrario, se Putin volesse puntare al bottino grosso (ovvero, come già prefigurato, l’attuale Ucraina orientale) è lecito attendersi una risposta ben più netta; a questo punto non resterebbe che sperare che i russi non intendano dirimere la questione ricorrendo ai medesimi metodi ottocenteschi che paiono al momento guidarli…

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