La solitudine dell’Europa

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Gone with the wind...

Gone with the wind..., su Flickr di Theophilos Papadopoulos

A quasi una settimana dagli attentati di Bruxelles, nonostante l’orgia di articoli, commenti ed analisi prodotti e messi in circolazione, mi pare che un aspetto non sia stato sufficientemente evidenziato ed è quello che io definirei “la solitudine dell’Europa”: solitudine di fronte alle sfide del terrorismo islamista ma anche, e soprattutto, dal punto di vista dell’aiuto da parte degli altri attori della politica internazionale ed in particolar modo degli Stati Uniti.
Difatti, al di là delle canoniche dichiarazioni di solidarietà e di vicinanza per le vittime, è innegabile che a Washington (del resto coerentemente con la politica estera di questi ultimi otto anni e tanto più ora che il mandato obamiano volge al termine e la sfida per le presidenziali si infiamma) siano tutto fuorché propensi a farsi coinvolgere in prima persona nelle beghe mediorientali.

Si tratta, a ben vedere, di un autentico capovolgimento rispetto a tre lustri fa: se 15 anni fa, con gli attacchi dell’11 Settembre 2001, erano gli Stati Uniti, in quanto Grande Satana, a rappresentare l’obiettivo principale dei gruppi terroristici di ispirazione islamica e, conseguentemente, a richiedere l’aiuto dell’Europa (a proposito, vi ricordate la divisione tra “cattiva” old Europe e “buona” new Europe?) e della NATO, oggi è il Vecchio Continente ad essere divenuto il bersaglio favorito e a risultare incapace di organizzare, orfano dell’ombrello statunitense, una ancorché minima reazione coordinata. Ad essere indicativo di questo dato di fatto è il numero estremamente limitato di attentati di matrice islamica avvenuti sul suolo statunitense dal 2001 ai giorni nostri in confronto con quelli condotti in Europa: se negli Stati Uniti si sono verificati appena tre attacchi (vale a dire il massacro di Fort Hood del 2009, le bombe alla maratona di Boston del 2013 e la strage di San Bernardino del 2015) in Europa occidentale, solo per citare i più eclatanti, vanno ricordati quelli di Madrid (2004), Londra (2005), Parigi (gennaio e novembre 2015) e Bruxelles (2016). Certo, si può giustamente obiettare come gli Stati Uniti abbiano protetto il proprio territorio mandando i propri soldati all’estero, e pagando il relativo tributo di sangue, ma considerazioni analoghe possono essere fatte per gran parte degli Stati europei, le cui forze armate sono state impiegate in Afghanistan, Iraq, Corno d’Africa, Libia, Mali, etc ed i cui cittadini, peraltro, sono stati l’obiettivo principale dei non meno numerosi attentati verificatesi nel medesimo lasso di tempo in Egitto, Tunisia, Mali, Costa d’Avorio, etc.

A queste semplici considerazioni quantitative ne vanno poi aggiunte altre, ben più importanti, di natura qualitativa: gli attentati occorsi negli Stati Uniti sono avvenuti per mano di singoli individui o comunque da parte di persone legate da vincoli affettivi / di parentela (un aspetto comunque presente anche in Europa) ma sprovvisti della rete logistica, delle connivenze e delle protezioni sulle quali possono invece fare affidamento i terroristi attivi nel Vecchio Continente; inoltre mentre nel caso americano siamo in presenza di legami con l’estremismo islamico stretti perlopiù via Internet (strumento di proselitismo), gli jihadisti europei sono stati spesso e volentieri forgiati nelle “palestre” afghane, irakene e da ultimo siriane.

Anche in questo sta la solitudine dell’Europa: tanto gli Stati Uniti, grazie anche alla protezione offerta dalla geografia, sono riusciti ad impedire di essere infiltrati dai network jihadisti, tanto l’Europa si è trovata “con il nemico in casa”, allevato tra i giovani figli di immigrati di seconda od addirittura terza generazione (senza considerare i casi di convertiti).
Un nemico, dunque, difficile da individuare e contro il quale non sono sufficienti (per quanto comunque necessarie) le misure invocate in questi giorni, quali ad esempio l’armonizzazione delle intelligence nazionali (con una vera condivisione delle informazioni), la costituzione di un esercito europeo (strumento però perfettamente inutile, si badi, fintantoché non verrà elaborata una vera politica estera europea!) e la difesa delle frontiere esterne dell’Unione.

Se consideriamo poi come la minaccia terroristica si concretizza in un contesto caratterizzato da un’economia ancora in affanno nonostante i tassi d’interesse negativi, un’emergenza immigrazione che ha indotto alla sospensione di Schengen, con il referendum britannico alle porte (e che, qualora il sì dovesse risultare vincitore, potrebbe aprire un’ulteriore breccia nella solidità dell’edificio europeo), appare evidente come la sfida che si para innanzi sia davvero titanica.

In questo senso, la consapevolezza da un lato che gli Stati Uniti, chiunque sia il prossimo inquilino della Casa Bianca, oramai guardano altrove (teatro Asia – Pacifico) e che dunque non ci si deve aspettare grandi aiuti, e dall’altro la certezza che il vecchio Continente sarà bersaglio privilegiato dell’estremismo islamista per motivi che sono insieme storico-religiosi (la secolare lotta tra Califfato ed il cuore del cristianesimo), ideologici ed operativi (la presenza di una consistente comunità islamica e di una rete logistica ed operativa) non lascia molto spazio all’ottimismo: come si ripete da anni il radicalismo islamista va combattuto, oltre che militarmente, aggredendone le radici di ordine culturale e socio-economico, il che richiede evidentemente tempi lunghi per vedere i primi effetti. Purtroppo sono già trascorsi 15 anni dall’11 settembre e poco o nulla è stato fatto su questo fronte e l’Europa, di tempo, ne ha sempre meno.

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Grexit: alcune considerazioni geopolitiche e geostrategiche

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Unione Europea

Unione Europea (rielaborazione da pagina ufficiale UE)

Mentre tutti gli occhi sono puntati sul Parlamento greco, chiamato ad accettare le condizioni poste dai Capi di Stato e di Governo nella maratona negoziale di domenica notte (condizioni peraltro complessivamente ben più dure rispetto a quelle respinte dal popolo greco per via referendaria non più di dieci giorni or sono, particolare che a mio modo di vedere rende l’approvazione tutt’altro che scontata), voglio spostare l’attenzione su un aspetto della vicenda che personalmente mi lascia basito: si dà infatti il caso che in tutto questo parlare di debiti, di miliardi di euro, di Bancomat presi d’assalto, di piani di rientro, etc. non si è praticamente mai affrontato (intendo dire sui media mainstream, ai quali si rivolge il grande pubblico, un po’ meglio sono andate le cose nelle riviste di settore ma anche qui non è che ci si è sprecati più di tanto!) il tema dei costi, in termini geopolitici e geostrategici, derivanti dall’eventuale avverarsi dell’opzione Grexit.

In effetti, posto che l’uscita dall’euro non significa un’uscita dall’Unione Europea (né tanto meno dalla NATO, della quale la Grecia è membro sin dal lontano 1952), inutile dire che, vedendo Atene venir meno lo spirito solidaristico che dovrebbe essere alla base dell’Unione, la possibilità che il governo ellenico (indipendentemente dal suo “colore”) vada a cercare aiuto altrove è tutt’altro che remota.

In particolare il pericolo, purtroppo mai evocato con sufficiente chiarezza, era (è) che la politica scarsamente lungimirante della Germania potesse (possa) spingere la Grecia nelle braccia della Russia, la quale sarebbe prestatrice tutt’altro che disinteressata di quei soldi vitali ad Atene per evitare il collasso (per Mosca si tratterebbe di un bis, dopo che già all’epoca della crisi del debito cipriota il Cremlino aveva aperto il portafogli assicurando a Nicosia un sostanzioso prestito ponte), con tutto ciò che ne potrebbe conseguire per gli equilibri complessivi dell’UE.

Basta infatti dare un rapido sguardo alla carta geografica per capire come la Grecia, stante l’attuale inaffidabilità della Turchia (altro storico partner NATO che per un complesso ed interconnesso insieme di fattori – quali lo scontro tra componente laica ed islamica, il rinnovarsi delle istanze indipendentiste da parte della minoranza curda alla luce dei successi ottenuti sul campo nella lotta anti-ISIS, con quest’ultimo a fungere da ulteriore fattore di crisi – potrebbe andare incontro ad una forte instabilità), rappresenti un avamposto imprescindibile tanto nel Mediterraneo orientale (qui proprio insieme alla succitata Cipro) quanto nei Balcani.

Per quanto riguarda il primo teatro, Creta potenzialmente potrebbe divenire l’ideale base logistica per eventuali operazioni contro l’emirato di Derna (per intenderci Gaudo, isola poco a sud di Creta nonché estremo lembo meridionale dell’UE, dista dalla città libica circa 270 km) nonché, assieme a Cipro, per eventuali azioni – non necessariamente belliche – in Siria (ricordo a riguardo che a Cipro si trova la base RAF di Akrotiri e che sempre su quest’isola si svolgono parte delle operazioni di smantellamento dell’arsenale chimico siriano). Similmente la “fuoriuscita” di Atene e l’entrata nell’orbita di Mosca creerebbe non pochi grattacapi nei Balcani: alla faccia di decenni di presenza di truppe occidentali (sotto le varie bandiere di ONU / NATO / UE), si verrebbe infatti a costituire un “nucleo” cristiano-ortodosso sufficientemente omogeneo e, in quanto tale, capace di avviare dinamiche destabilizzanti per l’intera area soprattutto qualora dovessero prevalere le sempre presenti ale oltranziste (in particolare penso alle possibili tensioni con le minoranze islamiche dell’area ma anche con la Turchia stessa)

Le preoccupazioni non mancano ragionando su scala continentale: l’uscita di Atene (sempre ponendosi nell’ipotesi che quest’ultima finisca nelle braccia di Mosca, n.d.r.) indebolirebbe sostanzialmente l’intero fianco sud dell’Unione, la quale si verrebbe a trovare pericolosamente sbilanciata a Nord, con gli stati baltici che si infilano per centinaia di km in territorio russo (peraltro con l’exclave di Kaliningrad alle spalle) mentre a sud molti territori e talvolta interi Stati potrebbero per l’appunto finire, direttamente od indirettamente, nella sfera d’influenza russa: parte dell’Ucraina (altro Stato i cui conti sono tutt’altro che floridi), la Transnistria, la Serbia ed ora appunto la Grecia (si costituirebbe in tal modo quel polo cristiano-ortodosso a suo tempo preconizzato da Samuel Huntington!).

Per quanto questi possano essere considerati giochi “da tavolino”, appare a mio modo di vedere evidente che c’è bisogno di una strategia europea e che essa sia veramente condivisa; purtroppo, temo, il “peccato originale”, a volerlo chiamare così, è già stato commesso allorquando, nel momento in cui si doveva elaborare la “costituzione europea”, non si è stati capaci di dare a questa costruzione interstatuale e superstatuale chiamata Unione Europea il necessario contenuto “ideale” e “fondante”; all’epoca ci si accapigliò sulle (innegabili peraltro) radici giudaico-cristiane dell’Europa e non si pervenne a nulla con il risultato che ci è rimasto, come unico collante, il “mercato”.
Ciò ha equivalso a consegnare la leadership alla Germania, indiscussa ed indiscutibile potenza economico-finanziaria del Continente; peccato che nel momento in cui ad imperare sono le leggi dell’economia, quel che importa sono “i conti” ed ogni spirito solidaristico viene meno, tanto più che la dottrina economica seguita da Berlino è quella del rigore più assoluto (nella fallace convinzione che la ricetta che funziona per un paese sia buona anche per tutti gli altri…).
Pertanto, vista da questa prospettiva, l’ipotesi di uscita della Grecia, alla quale dobbiamo l’invenzione stessa del concetto stesso di Europa, non rappresenterebbe anche simbolicamente la fine di questa Unione Europea senz’anima?

Sulla trascendenza della memoria digitale (e sulla necessità di instillarvi un po’ di immanenza)

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Memoria digitale

Cimitero militare di Magura Małastowska Cimitero militare di Magura Małastowska [original foto credits: Wuhazet – Henryk Żychowski (Own work) – GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html) or CC BY 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/3.0), via Wikimedia Commons]

E’ molto tempo, ormai, che non cerco più la Storia nei libri e nei monumenti. La memoria è nei ciottoli di un fiume, nel bosco di Pollicino, nel folto del regno vegetale, nel gusto dei mirtilli color del sangue

E’ questo uno dei passaggi a mio avviso più densi ed intriganti dell’ultimo libro di Paolo Rumiz, “Come cavalli che dormono in piedi” (Feltrinelli, 2014); un libro che nelle intenzioni iniziali dell’autore doveva essere incentrato sulla figura del nonno, combattente nel corso della Prima Guerra Mondiale nelle fila dell’esercito austro-ungarico sul dimenticato fronte galiziano, ma che finisce per trasformarsi in un viaggio per l’intera Europa Orientale alla ricerca degli “altri” soldati italiani: triestini, trentini, istriani e dalmati che – da sudditi dell’Imperatore quali erano – combattono…

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Irak e Siria, si va verso la regionalizzazione dello scontro?

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Training in Iraq

Training in Iraq di The U.S. Army, su Flickr

Torno, alla luce delle preoccupanti notizie che stanno occupando le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, a parlare di Siria ed Irak dopo che sull’argomento, ed in particolare sul ruolo svolto dall’ISIS (o, se preferite, ISIL), avevo già scritto un post ad inizio anno.
In esso qualificavo l’ISIS come un movimento sostanzialmente “straniero” (in particolare sottolineavo come il premier al Maliki manifestasse all’epoca la volontà, per far fronte alla minaccia estremista, di far ricorso a “gruppi locali” che in qualche modo riprendevano la formula dei “Comitati del risveglio” ispirati da una sorta di nazionalismo laico e già utilizzati con esiti positivi dagli Stati Uniti, n.d.r.) e contestualmente ne inserivo l’azione all’interno della duplice lotta tra sciiti e sunniti da una parte e tra petromonarchie e Russia dall’altra.
In altri termini sostenevo che, alla lunga, la tradizione statuale irakena ed il nazionalismo socialisteggiante diffuso, da ultimo, da Saddam Hussein, avrebbero prevalso sulle spinte disgregatrici motivate da divisioni religiose ed appetiti economici.
Gli ultimi eventi sembrano indicare, al contrario, che le dinamiche dell’area hanno preso una piega diversa da quella allora ipotizzata: in particolare il tentativo del premier al Maliki di attivare gruppi nazionalisti locali sembra essere naufragato miserabilmente (anzi, la grande accusa che molti muovono al premier è proprio quella di avervi rinunciato del tutto, schierando truppe sciite nelle regioni sunnite, con le prime che avrebbero agito con modi da esercito di occupazione tali da suscitare l’odio della popolazione), al punto che si è verificata una saldatura sulla carta difficilmente preventivabile tra ribelli locali (sunniti nazionalisti) ed esteri (gli integralisti dell’ISIS).
Ecco perché la figlia di Saddam Hussein, Raghad, può gioire alla notizia della travolgente avanzata dell’ISIS, affermando che a capo ci sono “gli uomini di [suo] padre”: in effetti tra gli artefici delle recenti vittorie vi è il generale Izzat al Douri, che del defunto regime era figura di primissimo piano (la figlia è stata anche brevemente sposata con Uday Hussein, figlio maggiore di Saddam).
Le ripercussioni, alcune già sotto i nostri occhi, rischiano di essere deleterie per l’Irak e per l’intera regione. L’avanzata dei ribelli nel nord e nel centro del paese, facilitata dallo sfaldamento dell’esercito irakeno, da una parta rischia di dare il colpo di grazia a quel poco di potere centrale che era rimasto mentre dall’altra la decisione del premier sciita al Maliki di richiedere in proprio aiuto l’intervento di milizie “amiche” legate ai pasdaran (circa 2mila miliziani sarebbero già entrate, n.d.r.) potrebbe far prendere in maniera definitiva una piega confessionale agli scontri che oramai dal 2003 affliggono il “paese tra i due fiumi” con l’aggravante di una dimensione sovraregionale.
In Irak si sta infatti replicando lo schema a suo tempo adottato in Siria, con Teheran che interviene con uomini ed armi a puntellare un governo amico. Ma se in Siria il risultato principale, piuttosto che i successi sul campo, è stato quello di riuscire a restituire un ruolo di interlocutore politico legittimato al presidente Assad (favoriti nel compito dalle nefandezze delle quali si sono macchiati gli estremisti islamici, tali da renderli impresentabili alle cancellerie occidentali), in Irak le cose sono un più complicate e la partita decisamente più importante. Non è solo una questione di petrolio (anche se quest’ultimo ha il suo peso): il rilievo strategico dell’Irak negli equilibri complessivi nell’area del Golfo Persico e dell’intero Medio Oriente è indubbiamente superiore rispetto a quello della piccola Siria e gli ultimi eventi fanno per l’appunto temere che la carta geografica della regione vada ben presto ridisegnata.
Infatti la caratterizzazione confessionale del conflitto rischia, come sopra prefigurato, di portare all’implosione dello Stato con un nord curdo (de facto già indipendente e peraltro protagonista di uno spettacolare boom economico), un centro sunnita ed un sud sciita legato a doppio filo con Teheran.
Tale tripartizione, lungi dal ridare un nuovo assetto pacifico all’area, a mio parere potrebbe avere gravi effetti destabilizzanti; in particolare l’esistenza di uno Stato curdo riconosciuto a livello internazionale potrebbe ravvivare le istanze indipendentiste nel Kurdistan turco ed iraniano.
Similmente la presenza di un cuore “sunnita” esteso pure su parte della Siria (bisognerà vedere su quali basi poggia l’alleanza tra “stranieri” dell’ISIS e sunniti – baathisti; personalmente non escludo che, come già accaduto in Siria, anche qui le opposizioni possano entrare in lotta tra di loro) potrebbe veramente portare alla nascita di un emirato islamico, un hub del terrore che, anche alla luce delle ingenti risorse petrolifere sulle quali potrebbe contare (nonché sulla sua proiezione mediterranea), rappresenterebbe una minaccia mortale per gli alleati regionali dell’Iran (Libano e quel che resta della Siria alauita) nonché un autentico spauracchio per l’intero Occidente.
Ovviamente le cose potrebbero andare diversamente da quanto qui paventato; quel che è certo è il totale fallimento della politica estera di Washington dell’ultimo decennio. Lungi dall’aver stabilizzato l’area e dell’aver fatto dell’Iraq il suo pivot regionale, si è dato l’avvio ad un processo di disgregazione non ancora ultimato. Non solo le politiche di nation building ma anche quelle di ricostruzione delle infrastrutture (ricordate i PRT?) e dell’esercito sono miseramente fallite. In questo vuoto assoluto è difficile sperare che gli avvenimenti prendano una piega favorevole per gli interessi occidentali, tanto più considerando che le cancellerie occidentali (amministrazione Obama in primis) difficilmente si lasceranno trascinare nel caos che esse stesse hanno contribuito a creare.

Crimea, una crisi d’altri tempi

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Sevastopol 102

Sevastopol 102 di Alexxx1979, su Flickr

Legittimo o meno, il referendum tenutosi ieri in Crimea lascia pochi dubbi circa quella che sarà la sorte di questa strategica penisola: a nemmeno ventiquattro ore dai primi exit poll il parlamento di Sebastopoli ha fatto richiesta a Mosca di entrare nella Federazione russa e stabilito l’adozione del rublo a fianco della grivnia ucraina; da parte sua, al Cremlino, Putin ha firmato poche ore dopo il decreto che ne riconosce indipendenza.
La velocità alla quale si susseguono gli avvenimenti non deve stupire né, d’altro canto, deve sorprendere l’intransigenza dimostrata da Mosca sull’intera vicenda.
Se sulle ragioni, simboliche e “materiali”, per le quali mai e poi mai quest’ultima avrebbe rinunciato alle basi presenti nella piccola penisola protesa nel Mar Nero ho già avuto modo di scrivere in altra sede, qui credo sia interessante spendere qualche riga su un aspetto sul quale non molti commentatori si sono soffermati, ovvero sul fatto che l’odierna crisi è, a tutti gli effetti, una crisi d’altri tempi (e qui con “altri tempi” mi riferisco a periodi storici ben più lontani della “recente” Guerra Fredda verso la quale, a detta di molti, ci staremmo riavviando!).
Appare infatti distante anni luce, anche nel lessico, il modo di ragionare del Cremlino rispetto a quello delle cancellerie occidentali: Mosca, a ben guardare, sembra ispirare la propria politica estera e di difesa a principi tipicamente ottocenteschi: costituzione di stati cuscinetto, difesa dei propri confini, espansione territoriale, zone di influenza, intervento “paternalistico” a protezione del proprio popolo oppresso dallo straniero, etc.
Attenzione, con questo non voglio negare il fatto che pure le democrazie occidentali, nella definizione della propria politica estera, non tengano in considerazione anche questi fattori; semplicemente questi ultimi, in un mondo in cui i confini si aprono per agevolare la circolazione di uomini, merci e (si spera) idee, le distanze vengono abbattute dalle grandi infrastrutture di telecomunicazione, le minacce corrono lungo Internet (cyberwar), non hanno più la preminenza di una volta e vengono inseriti in un contesto molto più complesso!
In altri termini credo che la politica di potenza di stampo ottocentesco ostentata dalla Russia, oggi apparentemente vincente, sia paradossalmente indice della sua arretratezza sotto quasi tutti i profili: di economia (se non fosse per le entrate assicurate dall’abbondanza di materie prime sarebbero dolori!), di classe dirigente (tuttora di formazione prettamente sovietica), di infrastrutture, di format militare (gli investimenti in materiali contano fino ad un certo punto se le dottrine di impiego non si adeguano!), etc.
Date le premesse, è del tutto naturale il comportamento assunto in Crimea (ma prima ancora in Siria, in Georgia ed in Cecenia) al punto che, proprio per le motivazioni anzidette, non me la sento nemmeno di escludere un ulteriore avanzamento delle frontiere russe verso ovest. In particolare il corso del basso Dnepr costituirebbe (ragionando con mentalità da XIX secolo, naturalmente) una magnifica linea di confine: darebbe coerenza al “fronte meridionale” (proteggendo ulteriormente la Crimea stessa, raggiungibile altrimenti solo attraverso lo stretto di Kerch), consentirebbe di “riaccogliere” nel seno della Madre Russia le popolazioni russofone ivi stanziate ed infine di annettere la regione mineraria del Donbass. Non due, ma ben tre piccioni con una fava!
Interessante, per concludere, anche chiedersi quali potrebbero essere le ripercussioni sulla Russia del prossimo futuro. Sul fronte interno quelle più immediate investirebbero sicuramente la natura del potere di Vladimir Putin, il quale potrebbe virare in modo ancor più marcato verso l’autocrazia: certo, ciò potrebbe scatenare nuove tensioni nel corpo sociale al punto che (specie se le esistenti istanze di maggior “libertà” non dovessero trovare una valvola di sfogo) non è nemmeno da escludere che vengano inscenate nuove manifestazioni di piazza (che, vista così a tavolino, potrebbero portare o all’implosione ed alla fine dell’era Putin oppure ad una ulteriore svolta autoritaria).
Sul fronte esterno è verosimile attendersi una dura contrapposizione con l’Occidente: probabilmente, se Mosca dovesse accontentarsi della sola Crimea, resterebbero in vigore le sanzioni economiche ma lo shock nelle relazioni diplomatiche verrebbe comunque col tempo assorbito. Al contrario, se Putin volesse puntare al bottino grosso (ovvero, come già prefigurato, l’attuale Ucraina orientale) è lecito attendersi una risposta ben più netta; a questo punto non resterebbe che sperare che i russi non intendano dirimere la questione ricorrendo ai medesimi metodi ottocenteschi che paiono al momento guidarli…

L’ISIS in Siria ed Iraq: qual è la posta in gioco reale?

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Iraq_Tribes_Map

Iraq Tribes Map di Safety Neal, su Flickr

La lotta tra fazioni ribelli che si sta verificando in Siria ed in Iraq, con l’ascesa operativa e soprattutto mediatica dell’ISIS (Islamic State in Iraq and Syria), merita un approfondimento, tanto più che le notizie in circolazione sono confuse e talvolta contraddittorie. In effetti va preliminarmente riconosciuto che la probabile presenza di fazioni doppio – triplogiochiste rende difficile un’analisi completamente attendibile di quello che sta avvenendo sul campo.
I dati di fatto dai quali partire sono sostanzialmente due: l’ISIS (organizzazione il cui fine, come ben chiarisce il nome, è la creazione di uno stato islamico basato su una rigida applicazione della legge islamica sui territori degli attuali Siria ed Iraq) ha avviato in Siria una sistematica serie di attacchi nei confronti degli altri gruppi in lotta contro il regime di Assad (con il fine apparente di presentarsi come principale forza di opposizione), scatenando la reazione violenta (non poteva essere diversamente, dato il contesto) delle altre milizie; pressoché contemporaneamente una simile strategia offensiva è stata applicata in Iraq contro il governo “sciita” (ed in quanto tale accusato di essere filo-iraniano) del premier al Maliki, arrivando a far sventolare “la bandiera nera di al Qaeda” su Falluja (questa l’immagine prevalentemente passata sui media mainstream occidentali), città simbolo della resistenza irakena per le due aspre battaglie ingaggiate contro le truppe statunitensi (e della coalizione) nel 2004.
Fin qui i fatti. Dopo ci sono le voci e le “confidenze” le quali, si badi, nei torbidi delle guerre civili potrebbero pure contenere un fondo di verità. Quelle milizie impegnate in Siria che hanno deciso di non piegarsi alla volontà di sopraffazione dell’ISIS (altre infatti stanno ricercando una mediazione nel tentativo di salvare l’unità del fronte anti Assad), hanno denunciato pubblicamente le violenze perpetrate ai danni della popolazione civile accusando l’ISIS stessa di essere, in realtà, manovrata da Assad il quale, dal canto suo, ha così buon gioco a dimostrare come in Siria siano operativi “terroristi stranieri” e come siano costoro i (principali) responsabili degli eccidi.
Questa lettura del teatro siriano, e del presunto ruolo pro Assad (un alauita, ergo vicino alle posizioni religiose sciite) in esso svolto dall’ISIS, purtroppo non collima con quello che avviene nel vicino Iraq dove l’ISIS, al contrario, combatte per abbattere il governo dello sciita al Maliki.
Vi è, evidentemente, una contraddizione di fondo. Un particolare però può fornire una utile chiave di lettura di quanto sta avvenendo: al fine di non avallare (ancor più di quanto già si sappia) la teoria della lotta tra sciiti e sunniti, al Maliki non sta schierando contro le milizie dell’ISIS l’esercito regolare bensì formazioni locali che hanno deciso di collaborare con il governo di Baghdad. Poiché gli appartenenti a tali formazioni provengono dalle tribù locali e poiché Falluja rappresenta uno dei tre vertici di quel famoso “triangolo sunnita” (assieme a Bakuba e Ramadi) che tanto filo da torcere diede alle truppe statunitensi, vien da pensare che oggi come allora siamo di fronte ad una manifestazione di nazionalismo “genuino” di fronte ad elementi esterni che, per quanto della medesima confessione, hanno obiettivi diversi da quello che potremmo definire il “vero bene” dell’Iraq. In questo senso la prova ex contro potrebbe essere rappresentata proprio dal fatto che le tribù sunnite del triangolo, ovvero quelle più legate al partito socialisteggiante Ba’th del defunto Saddam Hussein e pertanto più intrise della nozione Occidentale di Stato, abbiano messo da parte le differenze confessionali per combattere a fianco del governo centrale “sciita”.
Ovviamente si tratta di una tesi accademica “da tavolino” che per essere pienamente confermata necessiterebbe di una verifica “sul campo”, tanto più che solo ipotesi si possono formulare sulle stesse “potenze straniere” che starebbero dietro all’ISIS così come su analoghe formazioni spuntate negli ultimi tempi. I rumor più accreditati guardano alle petromonarchie del Golfo e, carta geografica alla mano, il sospetto sembra più che fondato: qualora Siria ed Iraq dovessero finire nell’orbita sunnita, gli stati della penisola arabica otterrebbero il duplice vantaggio di “spezzare” da un lato la mezzaluna sciita che dall’Iran si protende (attraverso l’Iraq, la Siria ed il Libano) fino al Mediterraneo e dall’altro di mettere al sicuro le pipeline dirette verso l’Europa occidentale, laddove al contrario un’affermazione delle forze sciite frammenterebbe il fronte sunnita con la penisola arabica da una parte, l’Africa settentrionale dall’altra e Turchia e Caucaso da un’altra ancora.
Riprova del fatto che non si tratti di un’ipotesi campata per aria l’atteggiamento della Russia (protettrice, oltre che di Damasco, anche di Teheran): la strenua difesa del regime di Assad così come il pugno di ferro tenuto nei confronti degli estremismi / indipendentismi caucasici (che guarda caso altre indiscrezioni sostengono essere foraggiati dalle solite monarchie del Golfo), ovvero proprio di quei paesi chiave per il passaggio delle condotte di gas e petrolio, inducono a ritenere che la complessa partita geo-energetica Russia VS Paesi del Golfo faccia da sfondo alle complesse vicende di politica estera mediorientale degli ultimi anni.

Al via la campagna tesseramento BloGlobal

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