L’autolesionismo europeo

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Bandiera dell'Unione (EU Flag)

Bandiera dell'Unione (EU Flag) di Giampaolo Squarcina, su Flickr

In una delle sue celebri esternazioni Henry Kissinger definiva l’Europa, a mio avviso giustamente, “un gigante economico, un nano politico e un verme militare”; alla luce degli accadimenti di quest’ultimo biennio una simile affermazione mantiene una sua attinenza con la realtà? Nei tre ambiti in questione (economia, politica, difesa), l’Europa “come sta messa”? Quali sono le prospettive? Procediamo con ordine.

ECONOMIA. Non è questa la sede nella quale dispensare ricette per uscire dalla crisi ma è certo che, prendendo a riferimento l’altra grande fase di depressione economica che ha colpito l’intera economia mondiale (quella degli anni Trenta dello scorso secolo), gran parte delle soluzioni adottate all’epoca si rivelarono inefficaci quando non addirittura dannose. Le politiche (ultra)liberiste inizialmente perseguite portarono ad una riduzione della domanda e di conseguenza alla contrazione dei commerci e di qui ad un ulteriore calo nella produzione industriale (la crisi genera crisi); da questo momento in poi i vari Stati seguirono vie nazionali nel tentativo di uscire dal vicolo cieco in cui si erano infilate: 1) gli Stati Uniti avviarono, con il New Deal roosveltiano di ispirazione keynesiana, una politica di deficit spending con la quale lo Stato si faceva promotore di investimenti infrustrutturali che creavano sì passivo di bilancio ma per l’appunto infrastrutture strategiche e soprattutto posti di lavoro 2) l’Italia fascista, dopo una fase liberista, si votò all’autarchia, nuova variante del classico protezionismo, che alla lunga svuotò le casse ed insterilì il sistema produttivo in termini di capacità di innovazione, produzione e produttività (problema che afflisse l’industria degli armamenti in primis) 3) la Germania nazista, sotto l’abile guida di Hjalmar Schacht, combinò il massiccio intervento pubblico con un sistema di scambi commerciali (soprattutto con l’Unione Sovietica) assimilabile al baratto; purtroppo a beneficiare di questa politica fu la tradizionale industria pesante, necessaria per portare a termine il piano di riarmo deliberatamente ricercato da Hitler (che dal canto suo non ci pensò su due volte di usare le armi così ottenute, precipitando il mondo intero nella Seconda Guerra Mondiale).
Oggi nessuna di queste vie è percorribile o meglio, la prima lo sarebbe, ma essendo le teorie sul rigore dei conti predominanti non se ne fa niente… In queste condizioni il rischio di una lunga fase di recessione / stagnazione è tutt’altro che remoto così come elevate sono le possibilità che si crei un solco sempre più marcato tra un nord Europa virtuoso ed un’Europa mediterranea e balcanica (per inciso la zona geopoliticamente più calda) a rimorchio. L’esito complessivo comunque non cambia e corrisponde ad una notevole perdita d’importanza dell’Europa all’interno del sistema economico globale.

POLITICA. Oggi come una volta l’Europa è del tutto incapace di esprimere un’unica voce politica ed anzi l’allargamento dell’Unione Europea ha comportato una rivisitazione dei processi decisionali che, alla ricerca di un equilibrio di poteri tra UE e stati nazionali, ha reso le istituzioni comunitarie ancora più farraginose. Persino obiettivi facilmente raggiungibili con un minimo di coesione ma dall’alto valore simbolico (come l’ottenimento di un seggio europeo all’ONU) sono stati clamorosamente mancati, cosa incredibile se si pensa che gli equilibri dell’ONU sono quelli del 1945 e sono passati 21 anni dal crollo del comunismo! Tra l’altro la cosa sa anche di beffa perché, se il doveroso “aggiornamento” delle Nazioni Unite fosse stato fatto un decennio fa, l’UE avrebbe decisamente contato di più di quanto conti ora (è sensato che Regno Unito e Francia abbiano un seggio ed India e Brasile no?). Se poi aggiungiamo che: 1) la crisi sta “erodendo” quel poco di solidarietà che esisteva tra Stati 2) non si è individuato un sostrato culturale comune (non occorre essere ferventi neo-guelfi per capire che i riferimenti alla radici cristiane dell’Europa fossero necessari per garantire un collante che trascendesse il mero “mercato”, tanto più considerando che moltissimi stati di recente adesione all’Unione basano la loro identità nazionale sulla funzione storica svolta in qualità di antemurale dell’Impero Ottomano), si evince come dal punto di vista politico stiamo veramente messi male.
Che le cose non vadano per il verso giusto lo capiamo dall’assenza, Mrs. Ashton non me ne voglia, di una politica estera comune: quasi sempre divisi sugli interventi internazionali (emblematica la guerra all’Iraq del 2003, ma non è che nella campagna in Libia del 2011 le cose siano andate molto meglio!), l’UE continua a dimostrarsi del tutto incapace di comprendere le dinamiche di cambiamento in atto nei vari Stati, continuando a prediligere i vecchi interlocutori salvo poi trovarsi completamente spiazzati una volta che il vento del cambiamento soffia (da manuale quanto avvenuto con la cosiddetta “Primavera Araba” e quanto sta tuttora avvenendo in Siria o nel Shael). Purtroppo l’Europa non riesce a trovare una posizione comune nemmeno su dossier ben più “stagionati” per i quali non c’è neppure l’attenuante (che per chi scrive in realtà è un’aggravante) di essere stati colti di sorpresa: sulla questione palestinese o quella iraniana si procede in ordine sparso ed in genere senza offrire soluzioni alternative a quella di Washington. In altri termini l’UE sembra rinunciare ad agire come un soggetto politico autonomo e capace di proprie iniziative e proposte. Le spiegazioni che si possono dare ad un simile atteggiamento sono due ed intimamente correlate: 1) assenza di una politica estera condivisa e definita in termini di interessi, priorità, obiettivi, etc. 2) inesistenza di uno strumento militare comunitario (leggasi: Esercito Europeo), con il quale passiamo all’ultimo capitolo di questa analisi =>

DIFESA. Come ricordato poc’anzi esiste una profonda correlazione tra strumento militare e politica estera con il primo che dovrebbe essere calibrato per rispondere alle minacce alla sicurezza europea, minacce che come noto non sono più esclusivamente da intendere nei termini del classico attacco militare condotto con strumenti di offesa ma che comprendono anche la sicurezza delle linee di comunicazione marittime (il che porta ad includere Atlantico, Mar Mediterraneo con l’Africa settentrionale e subsahariana nonché Oceano Indiano – con sue appendici – e Mar Giallo nelle aree di competenza), i canali di approvvigionamento energetico, la sicurezza delle infrastrutture strategiche (incluse quelle di TLC, con tutti i nuovi scenari della cyberwar) e via di questo passo.
Purtroppo anche in questo caso la crisi ha peggiorato le cose: creare un Esercito Europeo ovviamente costa e l’assenza di adeguati finanziamenti non solo non aiuta (al di là della volontà politica di farlo, ma questo è un altro discorso) ma mette addirittura a rischio la compatibilità con gli standard NATO (che la presenza della NATO abbia disincentivato gli Stati europei dal prendere serie iniziative comunitarie è a mio avviso un dato di fatto, ma questo non deve diventare un alibi) oltre che la perdita di capacità, tecnologiche ed operative, in aree critiche come i sistemi aerei avanzati, i sottomarini, le operazioni in alto mare…
Del resto i tagli di bilancio hanno falcidiato o pesantemente decurtato programmi talvolta vitali, come quello per le fregate FREMM (quando la necessità di controllare gli oceani appare sempre più manifesta; con i pirati, veri o presunti, noi italiani ci siamo scottati per bene!), per lo sviluppo di UAV / UCAV, per l’acquisizione di sottomarini e portaerei ma, cosa ancor più importante, per il rinnovo del parco dei veicoli tattici e da combattimento destinati alle truppe di terra (gli MBT ormai non vengono quasi più considerati…). Il panorama dunque è desolante giacché delle forze armate ci si ricorda solo nel momento del bisogno (vale a dire nei momenti di crisi) e non si capisce come far passare il messaggio che la sanità, l’istruzione, etc. sono sicuramente fondamentali ma che il presidio posto alla democrazia ed alla libertà dalle Forze Armate non è da meno.

Per concludere l’Europa ha perso un decennio fa, sulla scia delle guerre balcaniche e dei relativi interventi di peace enforcement / peace keeping, il treno della costruzione della sua identità di difesa, sia in termini di rappresentanza presso le istituzioni internazionali sia più concretamente di costituzione delle sue strutture operative. Ci si è accontentati dell’economia (introduzione dell’Euro) e l’economia ci ha puniti portandoci in una crisi dalla quale non si sa come uscire e che avrà pesanti strascichi nell’ambito della difesa. La perdita di capacità operative, che bene o male eravamo riusciti a conquistare e mantenere, si allargherà e non riuscirà più a camuffare il peso praticamente nullo dell’Unione Europea.

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Il nodo sciita

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Iran Elections

Iran Elections di bioxid, su Flickr

La dichiarazione odierna di Catherine Ashton, “Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza” (ma vien da chiedersi quale UE? quale politica estera?), circa l’offerta di azzeramento dei colloqui sul nucleare iraniano, impone una veloce analisi delle prospettive anche (e soprattutto) alla luce dei risultati delle recenti elezioni politiche tenutesi in Iran, stato chiave della vicenda, ed in Russia, protettrice (almeno al Palazzo di Vetro) tanto di Teheran che di Damasco, stato a sua volta legato a doppio filo con la Repubblica islamica.
Cruciale nell’evoluzione dei prossimi mesi credo sarà l’atteggiamento che assumerà la Russia del neo (si fa per dire) presidente Vladimir Putin; finora, come detto poc’anzi, Mosca ha continuato nella sua tradizionale linea filo-araba impedendo de facto l’adozione di qualsiasi misura “seria” tanto verso il regime degli Assad quanto verso quello degli ayatollah; ovviamente in campagna elettorale Putin, che strizzava l’occhio agli elettori nazionalisti, doveva mostrare i muscoli, se necessario tirando fuori argomenti da Guerra Fredda (come puntualmente accaduto). Ora che Putin ha ottenuto la presidenza, teoricamente sarebbe possibile assistere ad un ammorbidimento delle posizioni russe, tanto più che la necessità di stabilizzazione interna (le proteste per i presunti brogli elettorali sono state vivissime ed in generale il sentiment contro gli oligarchi non è dei migliori!) consiglierebbe di mantenere un basso profilo anche se è possibile pure l’esatto contrario, essendo storicamente l’individuazione di un “nemico” esterno uno stratagemma usato per compattare l’opinione pubblica.
In sostanza l’atteggiamento della Russia dipenderà molto dall’andamento del fronte interno ed anche dal “tatto” con il quale le cancellerie occidentali riusciranno a muoversi magari garantendo una soluzione, specie in Siria, capace di salvare la faccia a Mosca (nonché gli ingenti interessi economici e strategico-militari, ovvero la vendita di armamenti e la base di Tartus).
Considerazioni simili possono essere fatte anche per l’Iran: posto che né Ahmadinejad né Ali Khamenei mettono in discussione il programma nucleare (e tantomeno sono morbidi con l’ “entità” sionista), la frattura interna da un lato può indurre a più miti consigli dall’altro ad avventurismi in politica estera.
La combinazione delle quattro opzioni “da tavolino” appena descritte può portare ad altrettanti scenari; vediamo nel dettaglio quali:
1) Russia ed Iran entrambe “cedevoli”: sarebbe, per l’Occidente, il massimo desiderabile giacché in una prima fase si potrebbe disinnescare la crisi siriana, venendosi quest’ultimo paese a trovare isolato e senza alleati (auspicabile sarebbe comunque coinvolgere la Russia garantendole un ruolo nelle scelte del post Assad), ed in una seconda fase far venire a più miti consigli l’Iran, altrettanto isolato e per di più dalle armi notevolmente spuntate contro Israele, essendo la Siria, sua “testa di ponte” nell’area, fuori dai giochi
2) Russia “rigida” ed Iran “malleabile”: in questa poco probabile evenienza, il rischio principale è l’incancrenirsi della situazione siriana (= Assad che si rifiuta di lasciare il potere) con tutto ciò che ne consegue per gli equilibri della regione (ruolo della Turchia, questione curda, infiltrazioni qaediste dall’Iraq, deterioramento della situazione e rottura dei fragili equilibri in Libano e di qui ripercussioni su Israele); l’Iran dal canto suo, dimostrandosi seriamente disposto a collaborare con l’AIEA, etc. riuscirebbe a prendere tempo ed anche ad uscire da sotto i riflettori, essendo tutta l’attenzione focalizzata su Damasco. Insomma, più Assad regge (grazie alla Russia), più a Teheran è possibile temporeggiare
3) Russia “cedevole” ed Iran “rigido”: è lo scenario a mio parere più probabile ed anche il più pericoloso giacché il mutato atteggiamento russo, facendo paventare la perdita di ogni protezione politico-diplomatica (in seno all’ONU) e militare (in termini di “consiglieri” e forniture), potrebbe spingere tanto Teheran quanto Damasco, legate tra di loro a doppio filo, a mosse azzardate (provocazioni plateali e/o attacchi ad interessi israeliani o comunque occidentali) magari sfruttando la presunta cautela dell’amministrazione Obama impegnata a sua volta nelle presidenziali
4) Russia ed Iran entrambi “rigidi”: questo scenario, sulla carta il meno desiderabile, in realtà non farebbe altro che perpetuare l’odierna situazione di stallo (ma anche il suo avvitarsi, con il rischio più volte paventato di infiltrazioni terroristiche in Siria), stallo che potrebbe essere rotto a) dal rinnovato slancio dell’iniziativa diplomatica statunitense (sia in presenza di una nuova amministrazione repubblicana, in genere più apertamente filo-israeliana ed attiva in politica estera, sia di un Obama-bis che a quel punto, non potendo più ambire ad un nuovo mandato, potrebbe dimostrarsi più intraprendente e risoluto di quanto sia stato finora) b) da un attacco preventivo da parte di Israele, anch’esso pronto a sfruttare la “latitanza” degli Stati Uniti tutti concentrati sulle presidenziali e non disposto ad attendere con le mani in mano la notizia che l’Iran ha la sua “bella” bomba nucleare.
Per concludere, se è vera la massima di Clausewitz che “la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi”, mai come in questo frangente storico i destini (di guerra) del Medio Oriente sono nelle mani della politica, seppur attraverso i meccanismi, talvolta opachi, della rappresentatività popolare.