Siria, vittoria della diplomazia?

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Secretary of State John Kerry and Foreign Minister Sergey Lavrov di US Mission Geneva

Secretary of State John Kerry and Foreign Minister Sergey Lavrov di US Mission Geneva, su Flickr

Per la serie “come non detto”: nel mio post precedente, poco più di una settimana fa, un attacco alla Siria sembrava (non solo agli occhi di chi scrive) questione di ore sennonché, complici i tentennamenti di Obama “l’indeciso” e della ostinata e talvolta brutale contrarietà russa a qualsiasi ipotesi di intervento militare (Mosca, va riconosciuto, ha saputo alternare in modo magistrale la retorica più capziosa a toni decisamente più concilianti, sfruttando abilmente le indecisioni e divisioni europee e nel mondo arabo rendendo vani gli sforzi da parte degli Stati Uniti di creare una coalition of the willing degna di questo nome), la diplomazia ha potuto godere di un’insperata finestra temporale per addivenire ad una soluzione politica della crisi siriana.
Non è qui il caso di perdersi in disquisizioni su chi debba attribuirsi il merito di questa insperata chance di una risoluzione “pacifica” (anche se intanto la guerra civile continua): se gli Stati Uniti, in virtù della concretezza della loro minaccia militare (come continua ad asserire Obama) o se la Russia (in realtà il ministro degli esteri Lavrov è stato abile a cogliere al volo quella che sembrava piuttosto una boutade del Segretario di Stato Kerry); trovo piuttosto interessante soffermarmi su alcuni aspetti contraddittori dell’intera vicenda che in genere sono passati sotto silenzio.

  • Il piano di consegna e successiva distruzione delle armi chimiche possedute dal regime siriano implica de facto il riconoscimento di Assad come interlocutore; nonostante il Segretario Generale delle Nazioni unite Ban Ki-moon non appena pochi giorni fa abbia ribadito che il presidente-dittatore siriano risponderà per i suoi crimini, non si capisce come dovrebbe avvenire l’eventuale giudizio: per contumacia o estradandolo? Opzione, quest’ultima, direi poco praticabile al momento, tanto più che sul campo il pendolo è in favore delle truppe governative, ben spalleggiate da hizbollah, mentre al contrario la variegata opposizione sembra abbandonata a sé stessa (per non dire scaricata). Tutto ciò, lo dico senza timore di sbagliare, rappresenta un netto capovolgimento rispetto alla linea tenuta da oltre due anni a questa parte dalle principali cancellerie Occidentali e del Golfo.

  • L’intera operazione di monitoraggio dei siti di produzione e deposito delle armi chimiche, del loro stoccaggio e distruzione finale è tutt’altro che facile, in considerazione del fatto che la Siria è e resta, come ricordato poc’anzi, un campo di battaglia; il generale Selim Idriss, comandante dell’Esercito Siriano Libero (o FSA, Free Syrian Army), ha esplicitamente affermato l’ostilità sua e dei ribelli all’accordo raggiunto e ribadito che l’FSA continuerà nella lotta fino alla caduta di Assad. Insomma, a prescindere dal fatto che l’adesione di Assad alla convenzione contro le armi di distruzione di massa sia una mossa studiata per prendere qualche mese di tempo (a riguardo l’opposizione siriana ha denunciato che in queste ore armi chimiche sarebbero state messe al sicuro in Libano ed Iraq, notizia che se confermata allargherebbe, complicandolo ulteriormente, il campo d’intervento dei commissari ONU), il compito si presenta per motivi “ambientali” oggettivamente difficile.

  • La vicenda siriana, da ultimo, rappresenta l’ennesima riprova del valore strategico dei missili balistici (specie se armati con testate non convenzionali): non si può non riconoscere come (ferma restando la duplice protezione goduta da Damasco da parte di Russia ed Iran ed il timore di mandare in frantumi i già precari equilibri regionali) in altre occasioni il trattamento riservato a regimi senza scrupoli sia stato ben più spiccio. Nel contempo per l’Unione Europea si tratta dell’ennesimo campanello di allarme che dovrebbe spronarla a dotarsi, in tempi rapidi, di un adeguato ombrello protettivo contro simili armi e a non procedere, come sempre, su basi nazionalistiche (per alcuni spunti si legga questo articolo a firma di Gianandrea Gaiani).

Insomma, visti i precedenti la prudenza nell’escludere un’opzione oppure l’altra non è mai troppa; di sicuro le prossime settimane saranno decisive per verificare se una soluzione diplomatica è percorribile o se, per contro, la strada dell’intervento militare tornerà di attualità.

Crisi siriana: è il momento della verità?

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Syria

Syria di Free Syria, su Flickr

Una serie di elementi mi inducono a ritenere che la crisi siriana sia arrivata al momento della verità e che, in base a quello che accadrà nelle prossime settimane, si potrà già profilare con un elevato margine di precisione (al netto di clamorose intromissioni dall’esterno) quali saranno i vincitori e quali gli sconfitti di questa guerra civile / interconfessionale che si trascina ormai da oltre due anni.
Infatti le manifestazioni di piazza che si stanno verificando in Turchia, soprattutto qualora dovessero indebolire la linea neo-ottomana di Erdogan (e la mezza sconfessione del presidente Gul parrebbe essere un importante segnale in tal senso…), farebbero venir meno il retrovia logistico anti-Assad imperniato sul corridoio Hatay – Idlib proprio in un momento in cui la discesa in campo praticamente “ufficiale” di Hezbollah a fianco dei governativi ha portato alla riconquista del vitale nodo di Qusayr, città attraverso la quale passa la strada che porta in Libano (dove peraltro rischiano di saltare i sempre precari equilibri interni), che viceversa rappresenta l’unico canale diretto di rifornimento per le truppe pro Assad.
Se sul campo l’inerzia sembra ora essere a favore delle truppe governative resta da verificare quale sarà l’atteggiamento degli stati europei (mi piacerebbe tanto poter dire dell’Europa!), della Russia ed ovviamente degli Stati Uniti (Israele il suo l’ha già fatto capire con gli strike aerei di un paio di settimane fa). L’impressione netta che si ricava dalla rimozione dell’embargo alla vendita di armi alla Siria (seppur con la moratoria fino ad agosto) è che l’UE, questa volta come in altre occasioni precedenti, sia priva di una linea definita e che si procederà in ordine sparso, motivo per cui non ci si può aspettare granché. La sensazione è che pure gli Stati Uniti restino assai restii ad impegnarsi in prima persona: l’estrema cautela dimostrata alla notizia del (presunto) utilizzo di armi chimiche è un esempio lampante (in altri tempi ci si è accontentati di casus belli di ben meno spessore!).
Se la Russia dovesse concretizzare il trasferimento di missili SA300 e (forse) di MIG-29 l’intervento diverrebbe ancor meno probabile, tale sarebbe il rischio di rottura dei rapporti diplomatici con Mosca.
Posto che nella conferenza di Ginevra, la quale dovrebbe rappresentare il più alto tentativo di trovare una via d’uscita politico-diplomatica, ripongo scarsa o nulla fiducia (tale è la distanza tra le diverse posizioni), la parola tornerebbe alla lotta sul campo di battaglia.
E qui, alla luce degli sviluppi sopra ricordati, credo che le prospettive siano favorevoli ad Assad: troppo esperti gli uomini di Hezbollah, troppo divisi e privi di coordinamento i ribelli (il flusso di “volontari” dal vicino Iraq potrebbe ben presto interrompersi qualora questo paese dovesse precipitare nuovamente nel caos, ipotesi tutt’altro che remota alla luce della recente ondata di attentati; che sia la longa manus dell’Iran?)!
A meno di un intervento israeliano che però non potrebbe più essere limitato e che proprio per questo motivo probabilmente attiverebbe una reazione a catena tale da scatenare un conflitto generalizzato in Medio Oriente e la riscrittura dell’intera mappa di questa regione. Ma questa è un’altra storia.