Crisi siriana: il ritorno alla Guerra Fredda (e alla centralità del Mediterraneo)

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A LARGE OTTOMAN NAVIGATIONAL CHART OF THE MEDITERRANEAN COASTLINE, TURKEY, CIRCA 1600

A LARGE OTTOMAN NAVIGATIONAL CHART OF THE MEDITERRANEAN COASTLINE, TURKEY, CIRCA 1600 di OTTOMANPICTURE, su Flick

Potrà apparire cinico, considerando il tragico bilancio in termini di vite umane, ma la crisi siriana rappresenta per lo studioso di relazioni internazionali un interessantissimo caso di “ritorno al passato”: non si può infatti far a meno di notare come il “cristallizzarsi” delle posizioni sul campo (con il presidente Bashar al Assad che resiste e gli insorti del Free Syrian Army che non riescono a prevalere) rifletta lo stallo diplomatico al Consiglio di Sicurezza dell’ONU dove USA da una parte e Russia e Cina dall’altra non riescono a raggiungere un accordo. Un’impasse insomma, è stato fatto giustamente notare, degna dei migliori anni della Guerra Fredda.
Ma non è questo l’unico ritorno ad un passato che si credeva morto e sepolto: a prescindere ora dalle modalità con le quali si uscirà dalla crisi (ovviamente il ricorso alle armi si spera sia l’extrema ratio, per quanto vada altresì osservato che in Siria ora non è che regni la pace ed un intervento militare potrebbe anche apparire come il male minore) è il teatro operativo del Mediterraneo a recuperare una centralità che pure si credeva definitivamente perduta in favore delle profondità centro-asiatiche e dei mari orientali.
La riprova è l’affollamento aero-navale, vero o presunto, del Mediterraneo Orientale: la vicenda dell’abbattimento dell’F4 turco da parte della contraerea siriana ha portato alla luce (non che non si sapesse o quanto meno non si potesse intuire!) come nell’area siano operativi velivoli di almeno una mezza dozzina di nazioni: Stati Uniti, Regno Unito (che può contare sulle Sovereign Base Areas di Akrotiri e Dhekelia sull’isola di Cipro), Israele ed ovviamente Turchia, Siria, etc.
Non meno folta la componente navale: oltre a Stati Uniti, Regno Unito e a tutti gli stati rivieraschi, va aggiunta la presenza russa presso la base navale di Tartus e forse quella (annunciata dalle agenzie stampa ma successivamente smentita) persino di Cina ed Iran! Insomma, una situazione veramente di pericoloso affollamento con tutti che spiano tutti e, soprattutto, con il rischio sempre concreto di un qualche incidente che potrebbe fornire il definitivo casus belli (un po’ come l’abbattimento dell’F4 stava per diventare).
Ma quali sono le ragioni di questo ritorno in auge del Mare Nostrum?
Per capire ciò è utile fare un breve excursus storico di questo mare affiancandogli la fondamentale precisazione di come la centralità mediterranea sia cosa ben diversa dall’unità e che pertanto le due cose non vadano tra di loro confuse! La seconda infatti, accettando la tesi di Henry Pirenne, venne meno non tanto con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.), bensì quando gli arabi, straripando dalla Penisola Arabica ed invadendo nord Africa e parte della Penisola Iberica ed Italiana, interruppero i millenari rapporti (politici, culturali, economici, religiosi) tra sponda nord e sponda sud sancendo pertanto la fine del mondo antico; da quel momento in avanti il baricentro del potere politico-economico prese lentamente a spostarsi verso nord a discapito del Mare Nostrum il quale comunque mantenne, a mio avviso, la sua centralità ben oltre l’epoca delle grandi scoperte geografiche! Solo con il XVII secolo l’Atlantico ed in parte l’Oceano Indiano soppiantarono definitivamente (e forse mai in modo così perentorio come buona parte della storiografia vuol far credere) il Mediterraneo il quale, anzi, con l’apertura di Suez tornò nuovamente a ricoprire un’importanza strategica per le Grandi Potenze: Regno Unito, che desiderava proteggere a tutti i costi la nuova rotta veloce verso i suoi possedimenti orientali, la Russia, che complice l’arretramento dell’Impero Ottomano dopo secoli vedeva all’orizzonte il coronamento di uno sbocco oltre il Bosforo ed i Dardanelli, la Francia che ben prima dell’Italia aveva fatto dell’Africa settentrionale la sua Quarta sponda. In linea di massima tali esigenze strategiche rimasero valide fino alla II Guerra Mondiale, arricchendosi di ulteriori connotati durante la Guerra Fredda: infatti se è vero che ai fini della difesa dello spazio euro-americano fondamentali risultavano le linee di collegamento atlantiche, nel Mediterraneo correvano più linee di demarcazione che rendevano l’area tra le più critiche del globo: quella tra est ed ovest ma anche quella tra nord e sud del mondo in via di decolonizzazione (con l’ulteriore variabile di Paesi non allineati quali la Yugoslavia di Tito e l’Egitto di Nasser), quella tra cristiani e popolazioni arabo-mussulmane per finire con quella tra paesi importatori e paesi esportatori di petrolio e gas naturale. Tutto ciò basta a giustificare l’importanza accordata al Mediterraneo dalla Sesta Flotta USA da una parte e dalla Flotta del Mar Nero sovietica dall’altra, la quale aveva proprio in Tartus un importante punto di approdo / sostegno logistico nel Mediterraneo vero e proprio. Con la fine della Guerra Fredda e complice anche il venir meno delle capacità operative degli ex nemici si è assistito ad un progressivo venir meno dell’interesse per il Mediterraneo; se da una parte, e nonostante i ripetuti annunci di segno contrario, la Sesta Flotta è rimasta basata a Gaeta va anche detto che a quest’ultima è stato affidato (a parità di mezzi) il compito di tener sotto controllo pure il teatro africano, diluendone cioè l’effettiva forza. Tale decisione va inserita nel più generale processo di ridislocazione delle forze statunitensi e/o NATO su scala globale: nonostante le periodiche crisi che si sono succedute nell’area mediterranea (su tutte le guerre balcaniche), si è infatti assistito ad una riduzione delle basi europee ed ad un loro avanzamento verso est, vuoi per presidiare i paesi della “Nuova Europa” vuoi per rafforzare la presenza nei nuovi teatri mediorientali e centrasiatici.
Quest’ultimo riposizionamento offre una interessante chiave di lettura per interpretare le scelte passate ma anche le possibili evoluzioni future: infatti secondo importanti teorie geoeconomiche e geopolitiche il Mediterrano (o più correttamente alcune sue parti) manteneva una notevole importanza in quanto terminale ultimo di un complesso sistema di pipeline terrestri e sottomarine che dal mar Caspio, attraverso il Mar Nero, avrebbero dovuto terminare nel Mar Adriatico (si trattava del cosiddetto sistema dei Tre Mari) aggirando la Russia. Un progetto così faraonico richiedeva ingentissimi investimenti che andavano adeguatamente tutelati: di qui (anche) il motivo della presenza USA / Nato nei Balcani, in Georgia, in Azerbaijan, etc. Insomma, il Mediterraneo non più considerato come un bacino chiuso, ma come parte di uno spazio politico, economico e militare ben più vasto e nel quale dunque la dimensione navale non era di primaria importanza.
La crisi siriana solleva questioni geopolitiche e geoeconomiche per certi aspetti affini: il paese retto dagli Assad è infatti un importante produttore e terminale petrolifero, al punto che potremmo tranquillamente inserirlo, per analogia, in un più meridionale “sistema dei Tre Mari” (Mar Mediterraneo – Mar Rosso – Mar Arabico / Golfo Persico). Vi è però una differenza non trascurabile in questo scenario: qui la componente navale assume un’importanza ben maggiore quando non addirittura decisiva dal momento che deve essere assicurato il transito tanto delle petroliere (Hormuz, Aden) quanto quello delle enormi Ro-Ro portacontainer (Suez).
Insomma, per riprendere e chiudere il discorso portato avanti in questo lungo post, il mare Mediterraneo (ed in particolare quello Orientale, a sua volta inserito in ottica moderna all’interno di un insieme di bacini comunicanti) torna ad essere un elemento centrale della politica internazionale: non si tratta di un cambiamento di poco conto, cambiamento che dovrebbe far riflettere sulla miopia imperante a Bruxelles dove si persevera nel trascurare sistematicamente il “fronte Sud” dell’Unione, sarà perché rappresentato dai tanto denigrati PIGS (più Cipro, di cui spesso ci si dimentica).
Se al netto di tutto ciò possiamo ugualmente salutare con soddisfazione questo “ritorno”, ben altro ragionamento può essere fatto per quanto concerne l’unità! Constatiamo infatti ogni giorno di più come il portato della Primavera Araba sia l’instaurazione, nei paesi che ne sono stati attraversati, di governi non esattamente laici e/o moderati. Vedremo nei prossimi mesi se aperti almeno al dialogo.

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L’impasse siriana

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Feb. 23, 2012. A Free Syrian Army member prepares to fight with a tank whose crew defected from government forces in al-Qsair

Feb. 23, 2012. A Free Syrian Army member prepares to fight with a tank whose crew defected from government forces in al-Qsair di FreedomHouse, su Flickr

Una volta tanto mi trovo d’accordo con il nostro ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata il quale, intervistato dal Corriere della Sera, afferma che anche alla Russia conviene sganciarsi dall’ormai indifendibile Bashar al Assad.
Solo in questo modo, infatti, Mosca potrebbe avere voce in capitolo sulla Siria che verrà e magari mantenere i propri interessi nell’area (leggasi forniture militari e base navale di Tartus).
In effetti i vari massacri avvenuti in Siria, ultimo in ordine di tempo quello di Houla (quali che ne siano gli autori; personalmente ritengo che siano entrati in azione anche in Siria quelli che chiamo “professionisti del terrore e del disordine”, con il chiaro intento di intorbidire le acque e rendere impossibile una soluzione politica), hanno reso il presidente siriano definitivamente impresentabile ed un cambio di regime è oramai inevitabile.
Il problema è che ciò potrebbe avvenire tra un mese così come tra un anno o ancora di più; mai come in questa vicenda tutto sta nelle mani della politica. Se a livello di consessi internazionali Russia (che, come detto, avrebbe tutto l’interesse a sganciarsi) e Cina continuano a bloccare ogni iniziativa e a vanificare ogni reale sforzo di una soluzione alla crisi è altrettanto vero che nessun altro attore internazionale sembra intenzionato ad intervenire: non l’UE, attanagliata dalla crisi dell’euro, non gli Stati Uniti, con Obama concentrato sulla campagna elettorale, non la Lega Araba che continua ad appoggiare l’asfittica missione di Kofi Annan e nemmeno Israele, che forse non vuole avallare l’intervento turco e tanto meno fornire all’Iran un ghiotto casus belli rinfocolando l’intero Medio Oriente (lo stallo politico – diplomatico è ben descritto da Niccolò Locatelli su Limes).
Paradossalmente non aiuta il fatto che, militarmente, nessuna parte riesce a prevalere sull’altra: da quel che filtra attraverso i media le diserzioni nell’esercito regolare sono numericamente diminuite sicché il Free Syrian Army ha smesso di ingrossarsi; l’esercito regolare d’altro canto parrebbe iniziare ad accusare problemi logistici e di spostamento nel territorio, come sarebbe comprovato stando ad alcuni analisti dalla comparsa sul teatro delle operazioni degli elicotteri.
Se consideriamo che l’intervento in Libia dello scorso anno fu accelerato dall’emozione suscitata nell’opinione pubblica proprio dalle notizie dell’utilizzo degli elicotteri contro i manifestanti ed al contrario come oggi ciò non abbia avuto particolari eco nei mass media nostrani, si intuisce come la questione siriana rischi di passare in secondo piano. I pericoli a questo punto sono due, tra di loro correlati: 1) nella direzione del movimento di rivolta assume sempre maggior importanza l’elemento esterno => 2) il che potrebbe condurre al contagio delle regioni limitrofe (nel confinante Libano la situazione si fa sempre più calda).
In altri termini se l’opzione militare (esternazione del neoeletto presidente francese Hollande a parte) resta in secondo piano, è bene che la diplomazia riesca a trovare una soluzione prima che la situazione le sfugga (definitivamente) di mano.

Ankara sogna il ritorno dell’Impero Ottomano

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Ottoman Empire Antique Map

Ottoman Empire Antique Map di prince_volin, su Flickr


INCIPIT.

In un articolo su Limes di quasi dieci anni fa (n. 1/2003 per l’esattezza) Marco Ansaldo parlava dei “sogni ottomani” di Ankara: gli Stati Uniti di George W. Bush stavano per scatenare il loro attacco all’Iraq di Saddam Hussein in quella che sarebbe passata alla storia come II Guerra del Golfo e premevano a che il governo turco del primo ministro Gul autorizzasse le truppe statunitensi a transitare per il proprio territorio aprendo così quello che avrebbe dovuto essere il fronte nord dell’imminente conflitto. Per Ankara giocava a favore di questa soluzione la considerazione pragmatica di controllare ulteriormente il nord (curdo) dell’Iraq, sul quale vigeva la no fly zone e nel quale gli sconfinamenti delle truppe turche non erano infrequenti, e il sogno “ideale” di ripristinare i fasti dell’Impero Ottomano ristabilendo il controllo su quelle che erano state le province di Mosul e Kirkuk.
Le cose sarebbero poi andate ben diversamente (Ankara negò a Washinghton, che se ne riebbe, il passaggio delle truppe) ma il richiamo ideale ai fasti del sultanato sono rimasti ben presenti nella classe dirigente turca che si trova, oggi, nella situazione di poter in parte attuare i propri propositi.

LE OPPORTUNITA’ DELLA CRISI

La crisi economica, che peraltro non ha per il momento intaccato le performance dell’economia turca, il cui PIL è dato in crescita del 10%, ha infatti da una parte reso assai meno appetibile la prospettiva di entrare nell’Unione Europea e dall’altro ha funto da detonatore per quella Primavera Araba, non ancora conclusa, che ha riscritto la geografia politica di numerosi stati.
Proprio i rivolgimenti della Primavera Araba hanno offerto ed offrono le opportunità più “ghiotte”: in Siria la presa sul paese della dinastia alauita degli Assad si sta lentamente sgretolando e la Turchia costituisce la retrovia logistica per il Free Syrian Army. Superfluo sottolineare come questo supporto non sia disinteressato e la speranza di tornare ad avere un’influenza sulle questioni interne di Damasco tutt’altro che peregrina! Discorso analogo per il Libano, i cui fragilissimi equilibri è lecito attendersi si romperanno (quanto fragorosamente è però da vedersi) una volta che muteranno i “referenti” a Damasco (a proposito il rischio di contagio dal vicino paese è elevato; di pochi giorni fa la notizia di scontri tra fazioni a Beirut di un’intensità che non si vedeva da anni).
Insomma, considerando anche come si abbia già un piede a Cipro, l’influenza turca sul Mediterraneo orientale potrebbe crescere enormemente, per diventare massima qualora dovesse saldarsi quell’asse con l’Egitto che si è profilato all’indomani della caduta di Hosni Mubarak (Erdogan si è recato a Il Cairo come prima tappa del suo tour nel nord Africa; n.d.r.).
Anche guardando ad Occidente la crisi sembra aprire un ventaglio di favorevoli occasioni da cogliere: come si osservava su Il Sole 24 Ore di qualche giorno fa il paventato ritorno della Grecia alla dracma potrebbe facilitare la penetrazione economica di Ankara la quale, a ben guardare, potrebbe continuare la propria corsa anche nei Balcani (dove, rammentiamo, la presenza ottomana ha avuto una durata secolare che si può dire conclusa solo con la I Guerra Balcanica del 1912-13), facilitata dalla frammentazione politica della regione, dalla presenza di popolazioni di religione mussulmana (in Bosnia, Albania e Kossovo) nonché, di nuovo, dal venir meno dell’attrattività dell’UE per questi Stati che in larga parte vivono di aiuti internazionali.

I POSSIBILI SCENARI

Proseguirà questo protagonismo turco, guidato da una classe dirigente tanto ambiziosa quanto chiacchierata, sorretto da un’economia che non sembra accusare i colpi della crisi e dalla “moral suasion” del secondo esercito della NATO? Se sì, quali scenari si possono prefigurare? A mio avviso sostanzialmente due, uno sostanzialmente positivo, l’altro decisamente fonte di preoccupazioni.
SCENARIO 1. L’espansione turca è soprattutto economica e in questo senso funge da volano per la crescita dell’intero Medio Oriente; Ankara assurge a modello di paese islamico laico, economicamente progredito e (relativamente) democratico e diventa fattore di stabilizzazione per l’intera area nonché partner privilegiato dell’UE e, militarmente parlando, membro NATO di primaria importanza data la sua proiezione geografica verso l’Asia centrale. Questa prospettiva, per la cronaca, sarebbe ben accetta anche da alcuni think tank statunitensi i quali hanno constatato come storicamente il Medio Oriente, con il suo crogiolo di popoli e confessioni religiose (Libano e Palestina in primis), sia stato relativamente pacifico / pacificato solo quando inserito all’interno di grandi entità statali (Impero Romano prima ed Ottomano poi, con l’intermezzo di quello Bizantino).
SCENARIO 2. Nel progetto dell’attuale classe dirigente di ispirazione islamico-conservatrice la penetrazione economica rappresenta solo il primo passo per quella politico-militare; in tal caso le frizioni sarebbero inevitabili perlomeno con Israele, con la Russia e con l’UE (interessante il ricorso storico per cui l’attuale UE germanocentrica può essere ritenuta erede dell’Impero asburgico / Sacro Romano Impero Germanico e la Russia degli oligarchi di quella zarista panslavista e panortodossa; n.d.r.). Vediamo caso per caso:
a) Israele: dopo anni di buone relazioni diplomatiche attualmente i rapporti tra i due stati sono tesi, complice l’incidente del 2010 della Freedom Flotilla (una nave turca con a bordo attivisti pro-palestinesi decisa ad approdare a Gaza rompendo il blocco navale israeliano fu abbordata dalle truppe speciali di Tel Aviv che causarono 9 vittime; n.d.r.). Inutile dire che per Israele la prospettiva di trovarsi nel giro di qualche anno stretto (o meglio accerchiato) tra una Turchia ed un Egitto alleati ed ostili, rappresenterebbe una minaccia mortale alla propria sopravvivenza alla quale bisognerebbe rispondere con tutti i mezzi a disposizione. Per questo motivo è ipotizzabile che a Tel Aviv si farà il possibile per non giungere ad una simile situazione, limitando cioè l’espansione turca sia per vie diplomatiche (contando in questo caso sull’aiuto degli Stati Uniti) sia, qualora costretti, favorendo l’instabilità un po’ prima della “porta di casa”. In questo senso il Libano potrebbe cinicamente essere visto come “utile” stato cuscinetto / camera di compensazione nella quale scaricare la conflittualità latente.
b) con la Russia i punti di contrasto potrebbero essere molteplici ovvero, in ordine crescente di importanza: 1) il sempre instabile Caucaso, 2) i Balcani (in special modo qualora la Turchia si dovesse ergere, in virtù dei rapporti economici e religiosi, a paladina dei mussulmani della regione, dove i contrasti con i nazionalisti ortodossi sono all’ordine del giorno; va a tal riguardo ricordato come il neo eletto presidente della Serbia, il nazionalista Tomislav Nikolic, avesse negli anni Novanta dello scorso secolo proposto la creazione di una federazione “ortodossa” che avrebbe dovuto unire Serbia, Bielorussia e Russia!) e soprattutto 3) il Mar Nero / l’accesso al Mediterraneo, vecchio pallino degli zar che potrebbe venir frustrato qualora la Turchia si sostituisse proprio alla Russia come protettrice della Siria, nel cui porto di Tartus stazionano più o meno stabilmente navi della Flotta Russa
c) con l’Unione Europea i motivi di attrito sarebbero soprattutto a livello strategico: in particolare non sarebbe tollerabile la presenza di una Turchia “ostile” eventualmente in grado di bloccare importanti vie di approvvigionamento energetico (il gasdotto Blue Stream è un esempio calzante) e di traffico commerciale (Mediterraneo Orientale con canale di Suez) così come non sarebbe accettabile nemmeno, dopo oltre un decennio di onerose operazioni di peace keeping / peace enforcement, vedere nuovamente deteriorarsi la situazione nei Balcani, la cui stabilità rimane essenziale per la sicurezza europea.

EXPLICIT

Molti elementi suggeriscono che la Turchia sia destinata ad aumentare la propria influenza nel Medio Oriente, il che potrebbe rappresentare nel breve periodo un elemento positivo in quanto capace di dare nuovi e più solidi assetti alla regione.
Nel contempo non è da escludere che nel medio – lungo periodo le ambizioni turche cambino di natura, facendosi più minacciose e soprattutto e probabile che si volgano ad Occidente, lungo quelle direttrici (in parte dettate dalla geografia) che hanno caratterizzato storicamente l’espansione dell’Impero Ottomano.
Una tale evenienza è sicuramente da scongiurare da momento che 1) verrebbero ad essere interrotte linee e rotte commerciali strategiche dell’UE 2) la rottura degli equilibri nei Balcani rappresenterebbe una minaccia diretta alla sicurezza dell’Unione Europea.
A tal fine è importante rafforzare i rapporti, soprattutto economici, con la Turchia in modo che rientri nell’interesse di entrambe le parti il mantenimento di buone relazioni; non meno importante è che l’UE, diversamente da quanto fatto finora, riesca ad elaborare proposte concrete per una soluzione concordata della crisi siriana così come della questione palestinese, facendosi in altri termini garante, dal punto di vista diplomatico – militare, del nuovo assetto del Medio Oriente, senza cioè lasciare campo libero alla Turchia, altrimenti candidata a divenire potenza egemone dell’area.