Crisi siriana: è il momento della verità?

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Syria

Syria di Free Syria, su Flickr

Una serie di elementi mi inducono a ritenere che la crisi siriana sia arrivata al momento della verità e che, in base a quello che accadrà nelle prossime settimane, si potrà già profilare con un elevato margine di precisione (al netto di clamorose intromissioni dall’esterno) quali saranno i vincitori e quali gli sconfitti di questa guerra civile / interconfessionale che si trascina ormai da oltre due anni.
Infatti le manifestazioni di piazza che si stanno verificando in Turchia, soprattutto qualora dovessero indebolire la linea neo-ottomana di Erdogan (e la mezza sconfessione del presidente Gul parrebbe essere un importante segnale in tal senso…), farebbero venir meno il retrovia logistico anti-Assad imperniato sul corridoio Hatay – Idlib proprio in un momento in cui la discesa in campo praticamente “ufficiale” di Hezbollah a fianco dei governativi ha portato alla riconquista del vitale nodo di Qusayr, città attraverso la quale passa la strada che porta in Libano (dove peraltro rischiano di saltare i sempre precari equilibri interni), che viceversa rappresenta l’unico canale diretto di rifornimento per le truppe pro Assad.
Se sul campo l’inerzia sembra ora essere a favore delle truppe governative resta da verificare quale sarà l’atteggiamento degli stati europei (mi piacerebbe tanto poter dire dell’Europa!), della Russia ed ovviamente degli Stati Uniti (Israele il suo l’ha già fatto capire con gli strike aerei di un paio di settimane fa). L’impressione netta che si ricava dalla rimozione dell’embargo alla vendita di armi alla Siria (seppur con la moratoria fino ad agosto) è che l’UE, questa volta come in altre occasioni precedenti, sia priva di una linea definita e che si procederà in ordine sparso, motivo per cui non ci si può aspettare granché. La sensazione è che pure gli Stati Uniti restino assai restii ad impegnarsi in prima persona: l’estrema cautela dimostrata alla notizia del (presunto) utilizzo di armi chimiche è un esempio lampante (in altri tempi ci si è accontentati di casus belli di ben meno spessore!).
Se la Russia dovesse concretizzare il trasferimento di missili SA300 e (forse) di MIG-29 l’intervento diverrebbe ancor meno probabile, tale sarebbe il rischio di rottura dei rapporti diplomatici con Mosca.
Posto che nella conferenza di Ginevra, la quale dovrebbe rappresentare il più alto tentativo di trovare una via d’uscita politico-diplomatica, ripongo scarsa o nulla fiducia (tale è la distanza tra le diverse posizioni), la parola tornerebbe alla lotta sul campo di battaglia.
E qui, alla luce degli sviluppi sopra ricordati, credo che le prospettive siano favorevoli ad Assad: troppo esperti gli uomini di Hezbollah, troppo divisi e privi di coordinamento i ribelli (il flusso di “volontari” dal vicino Iraq potrebbe ben presto interrompersi qualora questo paese dovesse precipitare nuovamente nel caos, ipotesi tutt’altro che remota alla luce della recente ondata di attentati; che sia la longa manus dell’Iran?)!
A meno di un intervento israeliano che però non potrebbe più essere limitato e che proprio per questo motivo probabilmente attiverebbe una reazione a catena tale da scatenare un conflitto generalizzato in Medio Oriente e la riscrittura dell’intera mappa di questa regione. Ma questa è un’altra storia.

Guerra all’Iran: la strategia di Teheran

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Bīdgeneh Missile-Related Facility

Bīdgeneh Missile-Related Facility, Iran di DigitalGlobe-Imagery, su Flickr

PREMESSA.

Nella maggior parte dei casi in cui si parla di guerra all’Iran, i vari esperti ed analisti si riferiscono soprattutto a quello che Stati Uniti e soci faranno. In questo post intendo invece capovolgere l’impostazione e cercare di analizzare, attraverso l’individuazione di alcuni scenari, quali potrebbero essere le opzioni del governo di Teheran.

SCENARIO 1. ATTACCO PREVENTIVO DA PARTE DELL’IRAN.

Qualora a Teheran dovessero ritenere imminente un attacco Occidentale, dal punto di vista militare non è così campata per aria l’idea di un attacco “preventivo” da parte iraniana: godrebbero del vantaggio della prima mossa, potrebbero sfruttare il fatto che il nemico non ha ancora completato i propri preparativi (ed assicurarsi dunque di un certo lasso di tempo prima che esso si riorganizzi) e riuscire ad utilizzare il proprio arsenale (missilistico in primis) prima che questo venga messo fuori uso dagli attacchi alleati o perlomeno prima che le sue capacità vengano fortemente deteriorate. Per quanto capace di dare un vantaggio iniziale, questa strategia si rivelerebbe però ben presto suicida: a) la reazione militare alleata arriverebbe in ogni caso ben presto durissima b) l’Iran, dal punto di vista diplomatico, si autoescluderebbe dal “concerto delle nazioni”: in primo luogo perché, attaccando per prima (priva di un qualche mandato ONU, come credo si premureranno di fare gli Occidentali) passerebbe senza appello dalla parte del torto, in secondo luogo perché per colpire gli interessi Occidentali nell’area dovrebbe giocoforza attaccare o attraversare lo spazio aereo di Stati terzi (penso ai vari emirati del Golfo che ospitano basi statunitensi, così come all’Iraq ed all’Afghanistan). Alla luce di queste due ultime “controindicazioni” considero dunque un siffatto scenario assai improbabile.

SCENARIO 2. ATTACCO OCCIDENTALE E REAZIONE IRANIANA.

Si tratta dello scenario più probabile: in considerazione dei “propositi nucleari” del regime degli ayatollah, una coalizione più o meno vasta di stati “occidentali” attacca l’Iran (con o senza il mandato dell’ONU) per impedire il completamento del suo programma atomico. Sulle possibili modalità di questo attacco ho già scritto in un precedente articolo, ma è bene ricordarne le fasi al fine di vedere come Teheran potrebbe conseguentemente muoversi. In un primo momento verrebbero colpiti i centri C3I rispettivamente con missili da crociera lanciati da sottomarini e incrociatori e missili stand-off e bombe di precisione sganciati dai bombardieri strategici; in una fase immediatamente successiva all’indebolimento delle difese aeree scatterebbe, con le famose bombe anti-bunker, tra cui la GBU-57, l’attacco vero e proprio a quelle strutture collegate al programma nucleare iraniano, verosimilmente con il supporto a terra di qualche team di forze speciali. Appare evidente come ci troviamo di fronte ad operazioni essenzialmente basate sull’air-power, alle quali Teheran potrebbe rispondere con un atteggiamento di “basso profilo” oppure al contrario cercando di rovesciare il tavolo alzando la posta in gioco.
La prima via prevede sostanzialmente di cercare di controbattere ai raid nemici con l’uso della contraerea e dell’aviazione e di respingere quei team di terra eventualmente infiltrati preservando quanto più possibile le installazioni “sensibili”. Personalmente ritengo altamente improbabile che, qualora l’Iran dovesse accettare lo scontro, si limiterebbe a questo tipo di reazione passiva; sono invece convinto che la reazione sarebbe veemente (e qui vengo alla seconda opzione) e soprattutto indiscriminata. Infatti, nell’impossibilità di colpire direttamente gli attaccanti (nessuno dei quali confina con il territorio dell’Iran), è plausibile l’ipotesi che si tenti di colpire quei paesi già citati che ospitano basi o truppe statunitensi (Bahrain, Arabia Saudita, Iraq, Afghanistan, etc.) ed ovviamente l’odiato Israele. Gli attacchi sarebbero portati per via aerea (con missili), ma non è da escludere nemmeno che nel Golfo Persico (ricordo per inciso che in Bahrain ha sede la V Flotta) e nell’Oceano Indiano (dov’è schierato il dispositivo anti-pirateria internazionale) la marina iraniana, equipaggiata anche di tre sottomarini classe Kilo sovietici, non tenti qualche sortita contro le navi nemiche o ancora peggio contro il traffico petrolifero, giusto per riprendere uno spauracchio dei tempi del conflitto Iran-Iraq (1980-88). Inutile però dire che questo tentativo di “internazionalizzazione del conflitto” avrebbe il suo fulcro nell’attacco ad Israele (verosimilmente uno dei Paesi impegnati in prima linea nelle operazioni), attacco che in parte potrebbe essere portato direttamente con missili a lunga gittata lanciati dall’Iran anche se il grosso delle operazioni verrebbe delegato a quelle organizzazioni che Teheran ha provveduto negli anni a foraggiare e a rifornire di armi (inclusi molti razzi a breve gittata, come i Grad), vale a dire Hamas nella Striscia di Gaza ed Hezbollah nel sud del Libano. L’obiettivo, ovviamente, sarebbe quello di far riesplodere l’annosa questione palestinese ed è indubbio che il momento è propizio: l’intero Nord-Africa deve ancora assestarsi (le notizie che giungono dall’Egitto non sono a riguardo molto rassicuranti), il Libano da decenni non conosce vera pace e le truppe internazionali (missione UNIFIL) schierate nel confine a mo’ di cuscinetto potrebbero diventare un ghiotto obiettivo, la Siria poi non ne parliamo, percorsa com’è da quasi un anno da rivolte interne ed ai ferri corti con la Turchia. Se la situazione ad occidente non è tranquillizzante, altrettanto si può dire più ad oriente dove, sfruttando la comune adesione allo sciismo (diffuso non a caso anche in Siria e Libano, n.d.r.), si potrebbe sobillare in chiave anti-americana la popolazione dell’Iraq meridionale (la ricca regione petrolifera di Bassora). Spostandosi infine ancor più ad oriente quasi banale ricordare che l’Afghanistan, che già tanti grattacapi sta dando agli Occidentali, rappresenta una formidabile occasione per “rompere le uova nel paniere” agli Stati Uniti nel momento in cui l’amministrazione Obama sta ritirando gradualmente le truppe (senza contare che l’entrata dell’Iran negli affari dell’Afghanistan potrebbe urtare la sensibilità del Pakistan, altra potenza nucleare che da sempre ha mire egemoniche su questo travagliato stato). In questi ultimi scenari l’attività sarebbe tipicamente di guerriglia, contro la quale la superiorità tecnologica e di mezzi e dimostrato servire gran poco.

SCENARIO 3. ATTACCO OCCIDENTALE E PASSIVITA’ IRANIANA.

Anche questo è uno scenario spesso non considerato, specie alla luce della roboante retorica di Ahmadinejad e soci, ma dal punto di vista dell’immagine potrebbe risultare assai efficace. Infatti, specie qualora l’attacco occidentale dovesse avvenire senza una sufficiente / convincente “copertura legale” (leggasi: risoluzione ONU), il presentarsi come vittime del “capitalismo americano-sionista” sarebbe un fondamentale coagulante per l’intera nazione araba (= mi riferisco a quella parte che ha in odio l’Occidente ed i suoi modelli) ed una notevole vetrina per Ahmanidejad, il quale potrebbe proporsi come suo leader specie se le accuse di perseguire un programma nucleare a scopo militare dovessero risultare infondate (non sarebbe del resto la prima volta…). Per il presidente iraniano il rischio sarebbe soprattutto legato alla tenuta del fronte interno: da una parte la Rivoluzione verde, stroncata nel 2009, potrebbe riprendere vigore dall’altra i “duri e puri” Pasdaran potrebbero non condividere una politica così remissiva. D’altro canto non è nemmeno da escludere che Ahmadinejad non sappia cogliere l’occasione della “lotta contro il nemico esterno che attacca ingiustamente” per rinsaldare attorno a sé il proprio popolo.

CONCLUSIONI

Dalla lettura del <post avrete intuito come dei tre scenari presentati quello che trovo più probabile è sicuramente il secondo; se l’Iran manterrà un basso profilo o tenterà invece di incendiare tutti i paesi limitrofi, questo dipenderà anche dal contesto diplomatico in cui si svolgeranno i fatti: ad esempio sarebbe importante che la “bomba siriana” fosse stata nl frattempo disinnescata, giusto per evitare complicazioni con Turchia e soprattutto Libano.
Insomma, pur non essendo mai stato convinto dalla famosa teoria dell'”effetto domino”, credo che in questo caso i rischi di contagio siano effettivamente elevati e che le diplomazie occidentali dovrebbero agire con i piedi di piombo.

La polveriera mediorientale

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MandatiMO 1920

MandatiMO 1920 di prince_volin, su Flickr

La tensione in quello che può essere definito il “Medio Oriente allargato” è alle stelle come non capitava da anni: in Siria la ribellione contro il presidente – dittatore Assad si sta trasformando sempre più in una guerra civile (le fratture e le diserzioni in seno all’esercito sono in questo senso emblematiche), con ripercussioni diplomatiche non solo con gli stati occidentali, ma anche con la Turchia, storica alleata e bastione orientale della NATO. In Libano, sorta di “protettorato” siriano e per tramite di questo stato ultima propaggine dell’espansionismo iraniano, in pratica dal 1978 non c’è pace (vuoi per gli interventi israeliani, vuoi per gli scontri interetnici ed interconfessionali); la stessa presenza di truppe internazionali (Missione UNIFIL; Leonte per l’Italia) sta a detta di molti ponendo le basi per un futuro conflitto, potendo Hezbollah continuare beatamente la propria preparazione militare al riparo dalle rappresaglie di Israele. La situazione strategica di quest’ultimo stato non è ottimale; a prescindere dalle abituali minacce dell’Iran (sulle quali torno a breve), ha perso (momentaneamente?) l’amicizia turca così come a sud il “nuovo Egitto” difficilmente garantirà la benevola neutralità sulla quale si poteva contare sin dai tempi di Camp David (1978). Proprio l’Egitto, percorso da scontri di piazza sempre più violenti con l’approssimarsi delle elezioni e la correlata richiesta di un “passo indietro” da parte dei militari (che rappresentano un potere non solo politico, ma anche economico), rischia una pericolosa deriva islamica che porterebbe Israele ad un “virtuale” accerchiamento (senza contare la “minaccia interna” di una possibile intifada che rientra sempre tra le possibilità da contemplare).
L’Iran, per concludere, continua con il suo mix di provocazioni verbali intermezzate da altre ben più “concrete” (come l’assalto odierno all’ambasciata britannica); al netto di tutto ciò mi pare per il momento che si rimanga all’interno della “guerra di nervi” (e lo trovo naturale: se veramente Teheran mira all’atomica mostrerà i muscoli solo dopo averla ottenuta, e non prima quando non ha i mezzi!), guerra di nervi ben alimentata anche dall’Occidente. Ogni qualvolta che succede qualcosa di strano in Iran (un incidente, una morte, etc.) subito si scatena una campagna di disinformazione e controinformazione per cui non si capisce se di incidente si tratta o di sabotaggio da parte di fantomatici “agenti esteri” o ancora meglio di oppositori interni: in tal modo si instilla nel regime il sospetto facendone vacillare le certezze ma anche accrescendone il livore verso il nemico, vero od immaginario che sia. Una guerra di nervi che potrebbe durare a lungo, a meno che da qualche parte non scatti la scintilla che fa detonare il conflitto. Magari per il riacutizzarsi di una delle tante beghe petrolifere di lunga data che riguardano le sempre più attive (e spaventate) monarchie del Golfo.