Operazione Mare Nostrum, alcune riflessioni

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Fregata Maestrale

Fregata Maestrale (rielaborazione foto di Roberto Ferrari, su Flickr)

Lo scandalo Datagate ha, per comprensibili motivi, messo in subbuglio gran parte delle cancellerie Occidentali ed occupato la recente scena politico-mediatica, facendo scivolare in secondo piano l’annosa questione dell’immigrazione clandestina attraverso il Canale di Sicilia. Passato infatti il momento del lutto e del dolore, derivante dall’ennesima tragedia del mare, tutto è tornato più o meno come prima, con l’Italia di fatto abbandonata a gestire da sola l’inesauribile flusso di migranti e l’Europa, meta ultima di questi disperati, a guardare.
Scrivo “più o meno” perché, a seguito degli ultimi avvenimenti, il Governo Letta ha deciso di cambiare approccio, quanto meno in termini di visibilità.
Mi riferisco naturalmente all’Operazione Mare Nostrum, la quale prevede un cospicuo dispiegamento aeronavale (il cui fulcro è costituito da una LPD, 1-2 fregate, 1-2 pattugliatori ai quali si aggiungono elicotteri, droni ed aerei da pattugliamento / sorveglianza); purtroppo, come rilevato da commentatori ben più autorevoli del sottoscritto, se l’obiettivo della missione è quello di bloccare gli sbarchi (diverso invece il caso se lo scopo è quello di evitare altre vittime; n.d.r.) il fallimento è praticamente assicurato. Posto che la via militare va ad agire sugli effetti piuttosto che sulle cause, le quali come noto sono di natura politica e socio-economica e pertanto risolvibili ricorrendo a strumenti diversi, nel caso specifico è evidente che la presenza in mare di una flotta che, di fronte ad una situazione di emergenza, non potrà esimersi dal SALVARE i migranti, non avrà altro effetto che incentivare gli scafisti a compiere i loro viaggi!
In verità, viene suggerito nell’articolo testé citato, la presenza nel dispositivo predisposto di asset quali le fregate lanciamissili e nuclei di fucilieri di Marina con relativi mezzi da sbarco, suggerisce che missioni più “muscolari” non vadano, al di là della retorica politica, escluse a priori.
Su questo specifico aspetto ritengo sia opportuna un’ulteriore riflessione: in primo luogo è evidente che eventuali azioni volte ad impedire sul nascere le partenze dalle coste libiche (ma talvolta i migranti partono da ben più lontano, vedasi l’Egitto) non possono che avere risultati estemporanei e di valore soprattutto simbolico. E’ a mio avviso infatti imprescindibile un controllo permanente di quei tratti di costa dai quali originano le partenze: il modello di riferimento è la dodecennale presenza (1997-2009) nei principali porti albanesi, Durazzo e Valona, nonché sullo strategico isolotto di Saseno, di uomini e mezzi della Marina Militare / Guardia Costiera. Tale dispiegamento ha reso possibile, complice beninteso anche l’apertura di nuove vie (come quella di Trieste) e la contestuale stabilizzazione dei Balcani meridionali, un drastico calo nei traffici di uomini, droga, sigarette ed armi verso le coste pugliesi e calabresi.
Non meno importante, al fine di garantire il successo all’eventuale ridispiegamento avanzato, è trovare un qualche appoggio locale: purtroppo in questo caso la situazione libica, divisa tra fazioni secondo logiche ideologico-tribali e con uno potere centrale in progressivo disfacimento (emblematico il caso del Primo Ministro Zeidan, vittima di un sequestro lampo da parte di quelle stesse milizie che dovrebbero proteggerlo) non lascia ben sperare né pare ipotizzabile addivenire ad accordi, nemmeno sottobanco, con qualcuna delle fazioni in campo: il rischio di doppi giochi e di scottanti fregature è elevatissimo.
Se dalla sponda africana non è dunque ipotizzabile ricevere collaborazioni degne di nota, sarebbe già un successo riuscire a coinvolgere alcuni partner europei: ottenere un supporto dagli stati nordici è evidentemente troppo, ma da quelli che condividono il teatro Mediterraneo forse qualche forma di aiuto / coordinazione degli sforzi sarebbe lecito attendersi! In particolare da Malta, tradizionale perno di questo mare e presso la quale da quarant’anni a questa parte abbiamo in essere una missione militare dovremmo pretendere qualcosa che vada oltre al classico gioco dello scaricabarile!
Insomma, lo strumento militare, per essere risolutiva come spesso accade deve essere accompagnata da azioni agenti sui più diversi livelli.

Crisi africane e crisi europea

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110923 Sahel states appeal for counter-terror assistance | بلدان الساحل تطلب المساعدة لمواجهة الإرهاب | Les Etats du Sahel demandent une assistance dans la lutte contre le terrorisme

110923 Sahel states appeal for counter-terror assistance | بلدان الساحل تطلب المساعدة لمواجهة الإرهاب | Les Etats du Sahel demandent une assistance dans la lutte contre le terrorisme di Magharebia, su Flickr

A volte viene veramente da chiedersi in che mani affidiamo la nostra sicurezza: già perché sentire dire da un Ministro degli Affari Esteri (della nostra Repubblica purtroppo) che “la situazione è improvvisamente precipitata” quando anche un blog amatoriale come questo aveva ripetutamente messo in guardia sulla criticità della situazione sahariana e sulle conseguenti minacce poste alla sicurezza europea, fa veramente accapponare la pelle.
Non che all’estero le cose vadano meglio, intendiamoci: l’attacco francese è evidentemente stato pianificato in fretta e furia (non si giustifica altrimenti la mancata presenza sul campo di un numero adeguato di truppe, francesi o africane poco importa, necessarie a debellare le milizie islamiche finché “inchiodate” dai raid dell’aviazione) e ancora più assurdo è che Parigi, ma in generale l’Occidente, non abbia rafforzato / chiesto il rafforzamento delle misure di sicurezza di quei luoghi evidentemente a rischio, specie dopo gli espliciti avvisi ricevuti (il riferimento è ovviamente al campo petrolifero di In Amenas, dove stando agli ultimi lanci di agenzia il rapimento – secondo alcuni esperti però pianificato ben prima dell’attacco francese – è sfociato in massacro).
Purtroppo la realtà è che l’Europa, oggi come in Libia due anni orsono, continua a procedere in ordine sparso: basti pensare all’improvvida dichiarazione del ministro degli Esteri tedesco Westerwelle il quale aveva a caldo sentenziato che “serve una soluzione politica” quando da oramai un anno vi è un inviato ONU per il Sahel (Romano Prodi…) che evidentemente non ha raggiunto i risultati sperati, ma non li ha raggiunti verosimilmente non per demeriti propri ma assai più realisticamente perché, c’è da scommetterci, privo del necessario supporto da parte dei vari attori della vicenda (figurarsi ad esempio se la Francia si sogna di lasciare carta bianca in quello che era il suo ex impero coloniale, più probabile un patriottico ostruzionismo… e non a caso i piani prevedevano di dispiegare un forza ONU per l’autunno prossimo!!! Quando si dice rinviare ad calendam…)
Le analogie con la campagna sulla Libia del 2011 non si limitano alla sola improvvisazione politica: gli Stati Uniti proseguono sulla loro linea di appoggio a livello di intelligence (passando i dati raccolti dai loro satelliti, aerei spia, UAV, etc.), il Regno Unito ha praticamente da subito approvato l’azione francese ma stavolta garantendo il solo appoggio logistico, l’Italia, che pur è in prima fila sul confine sud dell’Europa e avrebbe tutto da guadagnare da una stabilizzazione di Libia ed Algeria, dalle quali importiamo rispettivamente petrolio e gas, ha cincischiato qualche giorno prima di decidersi ad offrire un sostegno addestrativo e logistico di bassissimo profilo, la Germania ancora una volta si è sottratta al suo ruolo di nazione guida dell’Europa.
Se queste sono le premesse, credere che le operazioni militari raggiungano risultati apprezzabili è quasi un atto di fede!
Infatti i miliziani (il cui numero è stimato dalle poche centinaia ad un paio di migliaia di unità) godono di alcuni vantaggi a mio parere essenziali: 1) mobilità, viaggiando a bordo delle caratteristiche “tecniche”, vale a dire pick up armati (vere e proprie “navi del deserto”) che trasportano il giusto di carburante, viveri e munizioni => 2) relativa indipendenza logistica, diversamente dalle truppe “occidentali” (l’aliquota di reparti speciali dovrebbe, a mio modo di vedere, essere la maggiore possibile) che al contrario operano lontano dalle proprie basi e si spostano soprattutto per via aerea 3) il fattore tempo: è probabile che, prima che sul campo sia presente un numero di soldati sufficiente da un lato a garantire il presidio delle città / villaggi riconquistati dall’altro a combattere concretamente il nemico, le milizie islamiche si siano sganciate riparando, sfruttando la citata mobilità ed approfittando della porosità dei confini, negli stati confinanti (Ciad, Algeria, Libia, Niger, Mauritania).
E’ dunque altamente probabile che le operazioni, se si vorrà veramente raggiungere un obiettivo duraturo, si estendano nel prossimo futuro anche al territorio di altri stati (si starebbe andando dunque verso una internazionalizzazione del conflitto), il che a sua volta avrà come effetti il richiamo al jihad di numerosi “arabi”, nuovi fermenti in seno agli stati dell’intera Africa settentrionale, il che potrebbe innescare un’ulteriore serie di reazioni a catena (nuovi flussi di immigrati, blocco delle estrazioni di gas e petrolio, etc.).
Insomma, la crisi africana rischia veramente di scindersi inestricabilmente con la crisi, tanto economica quanto politica, dell’Europa.

Rivolte islamiche e ruolo militare del “popolo”

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A scene from Gillo Pontecorvo's THE BATTLE OF ALGIERS (1965)

A scene from Gillo Pontecorvo’s THE BATTLE OF ALGIERS (1965) di animalito_baby, su Flickr”

In attesa di assistere domani all’ennesimo venerdì della collera (vuoi il film oltraggioso della figura del Profeta Maometto, vuoi le vignette francesi ogni motivo è buono per rinfocolare l’odio contro l’Occidente), non si può non evidenziare un dato che mi sembra sia stato del tutto trascurato nei resoconti degli ultimi giorni: la funzione militare svolta dal “popolo”.
Chiarisco meglio: nel mondo Occidentale degli Stati-nazione prima e nazionalisti poi il popolo ha sempre, in un modo o nell’altro (vuoi con la leva obbligatoria, vuoi con il lavoro nelle fabbriche), contribuito allo sforzo bellico della Patria; dopo la II Guerra Mondiale al contrario si è assistito ad una graduale decrescita (con una netta accelerazione del processo con la fine della Guerra Fredda) degli organici delle varie Forze Armate che è culminata con l’abolizione pressoché generalizzata del servizio di leva ed il contestuale passaggio ad un esercito di professionisti.
Nel mondo arabo (ma se vogliamo anche in quello islamico tout court) invece la concezione di guerra “popolare” è rimasta sempre ben presente: dalla battaglia di Algeri alla prima e seconda Intifada le masse hanno svolto un ruolo principale ancorché militarmente non decisivo.
Tenendo presente questa tradizione non deve sorprendere dunque che anche nelle rivolte della cosiddetta Primavera Araba il popolo abbia ricoperto un ruolo rilevante: i fatti di Bengasi (con l’assalto al consolato statunitense e la morte dell’ambasciatore Chris Stevens) e tutte le altre azioni di protesta che si sono quasi contemporaneamente verificate in gran parte del mondo arabo – islamico sono accomunati per l’appunto da questo elemento al quale, però, a mio avviso se ne aggiunge un altro non meno significativo. Mi riferisco alla funzione di coagulatore / detonatore svolto dai vari gruppi di estremisti islamici che per comodità possiamo qui etichettare come “affiliati” ad Al Qaeda: solo qualche anno fa le proteste davanti alle ambasciate, sapientemente pilotate dallo Stato canaglia di turno, si sarebbero risolte con il lancio di uova, qualche bandiera bruciata e nulla più mentre oggi basta la presenza “esterna” di un commando ben addestrato ed armato per far sfociare manifestazioni altrimenti destinate ad esaurirsi in qualche gesto simbolico in vere e proprie azioni di guerriglia / combattimento urbano.
Le conseguenze del cambiamento in atto non vanno sottovalutate: le numerose rivolte che hanno interessato / stanno interessando il Nord Africa ed il Medio Oriente hanno avuto come sottoprodotto non preventivato dalla cancellerie occidentali la “creazione” di un ingente numero di individui dotati di una personale e diretta esperienza bellica (seppur in un contesto a bassa intensità e senza il ricorso a tecnologie avanzate), esperienza che se “applicata” alle masse facilmente infiammabili presenti nei medesimi Paesi rischia di formare una miscela potenzialmente esplosiva!
In buona sostanza lo scenario che si profila è il seguente: piccoli gruppi con discrete capacità operative (acquisite “in battaglia” oppure nei campi di addestramento “volanti” presenti ormai non più in Afghanistan ma anche in Cirenaica, al confine tra Egitto e Libia) che sfruttando particolari momenti di eccitazione popolare (o creandola artificialmente) si fanno carismatici capi popolo conducendo quest’ultimo ad azioni eclatanti ed altamente simboliche (qual è, in definitiva, l’assalto a Bengasi) ed inducendo all’emulazione i “fratelli” di tutto il mondo, i quali troveranno a loro volta guida ed appoggio presso i locali nuclei di miliziani. In altri termini la sfida del futuro è più o meno la seguente: attacchi locali che partono dal basso ma replicati su scala globale e per questo destinati a ricevere in primo luogo una sproporzionata eco mediatica ma anche qualche risultato operativo.
Per concludere sembra avverarsi quanto preconizzato in numerosi post precedenti: la Primavera Araba sta diventando, per l’Occidente, un autunno tanto più che una risposta militare realmente efficace a ben guardare non esiste (l’utilizzo di droni o l’invio di speciali reparti dei Marines mi pare più che altro una mossa fatta per mostrare al mondo che si fa qualcosa) ed il rischio di un mondo arabo / islamico esplicitamente anti-Occidentale sempre più concreto.
Una situazione dunque assai complicata dal punto di vista geo-politico e geo-militare, soprattutto per l’intera Europa mediterranea nel momento in cui, distolta l’attenzione dall’Eurotorre di Francoforte con annesse preoccupazioni finanziarie, volge lo sguardo alla sua sponda sud.

L’autolesionismo europeo

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Bandiera dell'Unione (EU Flag)

Bandiera dell'Unione (EU Flag) di Giampaolo Squarcina, su Flickr

In una delle sue celebri esternazioni Henry Kissinger definiva l’Europa, a mio avviso giustamente, “un gigante economico, un nano politico e un verme militare”; alla luce degli accadimenti di quest’ultimo biennio una simile affermazione mantiene una sua attinenza con la realtà? Nei tre ambiti in questione (economia, politica, difesa), l’Europa “come sta messa”? Quali sono le prospettive? Procediamo con ordine.

ECONOMIA. Non è questa la sede nella quale dispensare ricette per uscire dalla crisi ma è certo che, prendendo a riferimento l’altra grande fase di depressione economica che ha colpito l’intera economia mondiale (quella degli anni Trenta dello scorso secolo), gran parte delle soluzioni adottate all’epoca si rivelarono inefficaci quando non addirittura dannose. Le politiche (ultra)liberiste inizialmente perseguite portarono ad una riduzione della domanda e di conseguenza alla contrazione dei commerci e di qui ad un ulteriore calo nella produzione industriale (la crisi genera crisi); da questo momento in poi i vari Stati seguirono vie nazionali nel tentativo di uscire dal vicolo cieco in cui si erano infilate: 1) gli Stati Uniti avviarono, con il New Deal roosveltiano di ispirazione keynesiana, una politica di deficit spending con la quale lo Stato si faceva promotore di investimenti infrustrutturali che creavano sì passivo di bilancio ma per l’appunto infrastrutture strategiche e soprattutto posti di lavoro 2) l’Italia fascista, dopo una fase liberista, si votò all’autarchia, nuova variante del classico protezionismo, che alla lunga svuotò le casse ed insterilì il sistema produttivo in termini di capacità di innovazione, produzione e produttività (problema che afflisse l’industria degli armamenti in primis) 3) la Germania nazista, sotto l’abile guida di Hjalmar Schacht, combinò il massiccio intervento pubblico con un sistema di scambi commerciali (soprattutto con l’Unione Sovietica) assimilabile al baratto; purtroppo a beneficiare di questa politica fu la tradizionale industria pesante, necessaria per portare a termine il piano di riarmo deliberatamente ricercato da Hitler (che dal canto suo non ci pensò su due volte di usare le armi così ottenute, precipitando il mondo intero nella Seconda Guerra Mondiale).
Oggi nessuna di queste vie è percorribile o meglio, la prima lo sarebbe, ma essendo le teorie sul rigore dei conti predominanti non se ne fa niente… In queste condizioni il rischio di una lunga fase di recessione / stagnazione è tutt’altro che remoto così come elevate sono le possibilità che si crei un solco sempre più marcato tra un nord Europa virtuoso ed un’Europa mediterranea e balcanica (per inciso la zona geopoliticamente più calda) a rimorchio. L’esito complessivo comunque non cambia e corrisponde ad una notevole perdita d’importanza dell’Europa all’interno del sistema economico globale.

POLITICA. Oggi come una volta l’Europa è del tutto incapace di esprimere un’unica voce politica ed anzi l’allargamento dell’Unione Europea ha comportato una rivisitazione dei processi decisionali che, alla ricerca di un equilibrio di poteri tra UE e stati nazionali, ha reso le istituzioni comunitarie ancora più farraginose. Persino obiettivi facilmente raggiungibili con un minimo di coesione ma dall’alto valore simbolico (come l’ottenimento di un seggio europeo all’ONU) sono stati clamorosamente mancati, cosa incredibile se si pensa che gli equilibri dell’ONU sono quelli del 1945 e sono passati 21 anni dal crollo del comunismo! Tra l’altro la cosa sa anche di beffa perché, se il doveroso “aggiornamento” delle Nazioni Unite fosse stato fatto un decennio fa, l’UE avrebbe decisamente contato di più di quanto conti ora (è sensato che Regno Unito e Francia abbiano un seggio ed India e Brasile no?). Se poi aggiungiamo che: 1) la crisi sta “erodendo” quel poco di solidarietà che esisteva tra Stati 2) non si è individuato un sostrato culturale comune (non occorre essere ferventi neo-guelfi per capire che i riferimenti alla radici cristiane dell’Europa fossero necessari per garantire un collante che trascendesse il mero “mercato”, tanto più considerando che moltissimi stati di recente adesione all’Unione basano la loro identità nazionale sulla funzione storica svolta in qualità di antemurale dell’Impero Ottomano), si evince come dal punto di vista politico stiamo veramente messi male.
Che le cose non vadano per il verso giusto lo capiamo dall’assenza, Mrs. Ashton non me ne voglia, di una politica estera comune: quasi sempre divisi sugli interventi internazionali (emblematica la guerra all’Iraq del 2003, ma non è che nella campagna in Libia del 2011 le cose siano andate molto meglio!), l’UE continua a dimostrarsi del tutto incapace di comprendere le dinamiche di cambiamento in atto nei vari Stati, continuando a prediligere i vecchi interlocutori salvo poi trovarsi completamente spiazzati una volta che il vento del cambiamento soffia (da manuale quanto avvenuto con la cosiddetta “Primavera Araba” e quanto sta tuttora avvenendo in Siria o nel Shael). Purtroppo l’Europa non riesce a trovare una posizione comune nemmeno su dossier ben più “stagionati” per i quali non c’è neppure l’attenuante (che per chi scrive in realtà è un’aggravante) di essere stati colti di sorpresa: sulla questione palestinese o quella iraniana si procede in ordine sparso ed in genere senza offrire soluzioni alternative a quella di Washington. In altri termini l’UE sembra rinunciare ad agire come un soggetto politico autonomo e capace di proprie iniziative e proposte. Le spiegazioni che si possono dare ad un simile atteggiamento sono due ed intimamente correlate: 1) assenza di una politica estera condivisa e definita in termini di interessi, priorità, obiettivi, etc. 2) inesistenza di uno strumento militare comunitario (leggasi: Esercito Europeo), con il quale passiamo all’ultimo capitolo di questa analisi =>

DIFESA. Come ricordato poc’anzi esiste una profonda correlazione tra strumento militare e politica estera con il primo che dovrebbe essere calibrato per rispondere alle minacce alla sicurezza europea, minacce che come noto non sono più esclusivamente da intendere nei termini del classico attacco militare condotto con strumenti di offesa ma che comprendono anche la sicurezza delle linee di comunicazione marittime (il che porta ad includere Atlantico, Mar Mediterraneo con l’Africa settentrionale e subsahariana nonché Oceano Indiano – con sue appendici – e Mar Giallo nelle aree di competenza), i canali di approvvigionamento energetico, la sicurezza delle infrastrutture strategiche (incluse quelle di TLC, con tutti i nuovi scenari della cyberwar) e via di questo passo.
Purtroppo anche in questo caso la crisi ha peggiorato le cose: creare un Esercito Europeo ovviamente costa e l’assenza di adeguati finanziamenti non solo non aiuta (al di là della volontà politica di farlo, ma questo è un altro discorso) ma mette addirittura a rischio la compatibilità con gli standard NATO (che la presenza della NATO abbia disincentivato gli Stati europei dal prendere serie iniziative comunitarie è a mio avviso un dato di fatto, ma questo non deve diventare un alibi) oltre che la perdita di capacità, tecnologiche ed operative, in aree critiche come i sistemi aerei avanzati, i sottomarini, le operazioni in alto mare…
Del resto i tagli di bilancio hanno falcidiato o pesantemente decurtato programmi talvolta vitali, come quello per le fregate FREMM (quando la necessità di controllare gli oceani appare sempre più manifesta; con i pirati, veri o presunti, noi italiani ci siamo scottati per bene!), per lo sviluppo di UAV / UCAV, per l’acquisizione di sottomarini e portaerei ma, cosa ancor più importante, per il rinnovo del parco dei veicoli tattici e da combattimento destinati alle truppe di terra (gli MBT ormai non vengono quasi più considerati…). Il panorama dunque è desolante giacché delle forze armate ci si ricorda solo nel momento del bisogno (vale a dire nei momenti di crisi) e non si capisce come far passare il messaggio che la sanità, l’istruzione, etc. sono sicuramente fondamentali ma che il presidio posto alla democrazia ed alla libertà dalle Forze Armate non è da meno.

Per concludere l’Europa ha perso un decennio fa, sulla scia delle guerre balcaniche e dei relativi interventi di peace enforcement / peace keeping, il treno della costruzione della sua identità di difesa, sia in termini di rappresentanza presso le istituzioni internazionali sia più concretamente di costituzione delle sue strutture operative. Ci si è accontentati dell’economia (introduzione dell’Euro) e l’economia ci ha puniti portandoci in una crisi dalla quale non si sa come uscire e che avrà pesanti strascichi nell’ambito della difesa. La perdita di capacità operative, che bene o male eravamo riusciti a conquistare e mantenere, si allargherà e non riuscirà più a camuffare il peso praticamente nullo dell’Unione Europea.

Primavera araba e difesa europea

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8848 Scud Launch

8848 Scud Launch di kbaird, su Flickr

In una recente intervista concessa a Il Sole 24 Ore l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, presidente del comitato militare della NATO, ha sostanzialmente affermato (con notevole diplomazia) che la missione della NATO stessa è finita e che ora spetta ai libici sobbarcarsi del compito di assicurare la difesa del proprio paese; d’accordo, poche righe sotto lo stesso ammiraglio aggiungeva che vi è un gruppo di “paesi amici” (inclusa l’Italia) che affiancherà le nuove autorità libiche laddove richiesto / opportuno, ma l’impressione generale era quella di “disimpegno” (saranno le ristrettezze di bilancio di cui soffrono, chi più chi meno, tutti i paesi membri dell’Alleanza Atlantica…).
Fatto sta che una simile impostazione non mi sembra affatto rassicurante; dal momento che ci siamo presi la briga di aiutare i libici a togliere di mezzo Gheddafi, adesso mi sembra il minimo esigere che “la nuova Libia” sia migliore della vecchia.
Badate bene, non sto alludendo a contropartite economiche (c’è già chi ci pensa) né ad instaurare un “protettorato” europeo o peggio ancora ribadire modalità di intervento nei paesi africani di stampo neocoloniale (a cento anni giusti giusti dall’altra nostra avventura libica sarebbe un vero anacronismo!); semplicemente sto dicendo che la nuova Libia deve essere funzionale alla difesa del fianco sud della NATO (e dell’Italia che è in prima linea). Faccio un banale esempio: come noto il deposto colonnello disponeva di missili SCUD ed un paio ce ne ha lanciati contro nel 1986 (a Lampedusa, n.d.r.; non tutti concordano sulla versione ufficiale, ma questo è un altro discorso ancora). Se la gittata di questo missile era limitata ad alcune centinaia di chilometri, è altrettanto noto che persino nazioni tecnologicamente non avanzatissime, grazie all’aiuto di qualche scienziato ex-sovietico, sono riuscite ad estenderne considerevolmente il raggio d’azione (si pensi alla Corea del Nord, il cui Rodong 1 è accreditato di una gittata di 1350 – 1500 Km), al punto che il possesso da parte libica di una simile arma esporrebbe, ovviamente in modo teorico, gran parte del territorio nazionale ad un possibile attacco. Estendendo questo rischio anche agli altri paesi coinvolti dalla cosiddetta “primavera araba” (vale a dire: ipotizzando che missili balistici a medio-raggio, MRBM, possano venir lanciati anche dai territori di Tunisia ed Egitto) risultano minacciati anche parte di Spagna, Grecia, Malta e Cipro (tutti paesi membri della NATO e/o dell’Unione Europea). Uno scenario che mi auguro i nostri vertici politico-militari abbiano ben presente!
Insomma, in assenza di uno “scudo missilistico” di difesa, è necessario un adeguato controllo dell’intero Nord Africa perché, piaccia o no, da lì inizia la difesa dell’Europa meridionale. Obiettivo raggiungibile anche con il proseguimento (sotto altra veste) dell’impegno della NATO e non dei singoli stati ad essa aderenti perché se non vado errando l’articolo 5 del trattato parla di difesa collettiva. Altrimenti che ci stiamo a fare nell’Alleanza?