Turchia in bilico tra Occidente ed Oriente: quali ripercussioni?

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Fenestrelle_Il_Forte

130204-D-NI589-871 di U.S. Department of Defense Current Photos, su Flickr

Invito tutti coloro che dovessero essere interessati alle turbolenti vicende del Vicino e Medio Oriente, ed in particolare a quelle della Turchia, alla lettura del seguente articolo:

Turchia: indispensabile baluardo strategico o potenziale minaccia?.

In esso, redatto dal sottoscritto per Bloglobal – Osservatorio (indipendente) di politica internazionale (con il quale collaboro da un paio di mesi a questa parte), si tenta (alla luce delle scelte politiche, economiche e di sicurezza “orientaleggianti” imposte dall’attuale gruppo dirigente turco) di fornire una valutazione delle possibili conseguenze, in particolare per la sicurezza strategica della NATO e dell’Unione Europea, derivanti da questo “nuovo corso”.

Ankara sogna il ritorno dell’Impero Ottomano

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Ottoman Empire Antique Map

Ottoman Empire Antique Map di prince_volin, su Flickr


INCIPIT.

In un articolo su Limes di quasi dieci anni fa (n. 1/2003 per l’esattezza) Marco Ansaldo parlava dei “sogni ottomani” di Ankara: gli Stati Uniti di George W. Bush stavano per scatenare il loro attacco all’Iraq di Saddam Hussein in quella che sarebbe passata alla storia come II Guerra del Golfo e premevano a che il governo turco del primo ministro Gul autorizzasse le truppe statunitensi a transitare per il proprio territorio aprendo così quello che avrebbe dovuto essere il fronte nord dell’imminente conflitto. Per Ankara giocava a favore di questa soluzione la considerazione pragmatica di controllare ulteriormente il nord (curdo) dell’Iraq, sul quale vigeva la no fly zone e nel quale gli sconfinamenti delle truppe turche non erano infrequenti, e il sogno “ideale” di ripristinare i fasti dell’Impero Ottomano ristabilendo il controllo su quelle che erano state le province di Mosul e Kirkuk.
Le cose sarebbero poi andate ben diversamente (Ankara negò a Washinghton, che se ne riebbe, il passaggio delle truppe) ma il richiamo ideale ai fasti del sultanato sono rimasti ben presenti nella classe dirigente turca che si trova, oggi, nella situazione di poter in parte attuare i propri propositi.

LE OPPORTUNITA’ DELLA CRISI

La crisi economica, che peraltro non ha per il momento intaccato le performance dell’economia turca, il cui PIL è dato in crescita del 10%, ha infatti da una parte reso assai meno appetibile la prospettiva di entrare nell’Unione Europea e dall’altro ha funto da detonatore per quella Primavera Araba, non ancora conclusa, che ha riscritto la geografia politica di numerosi stati.
Proprio i rivolgimenti della Primavera Araba hanno offerto ed offrono le opportunità più “ghiotte”: in Siria la presa sul paese della dinastia alauita degli Assad si sta lentamente sgretolando e la Turchia costituisce la retrovia logistica per il Free Syrian Army. Superfluo sottolineare come questo supporto non sia disinteressato e la speranza di tornare ad avere un’influenza sulle questioni interne di Damasco tutt’altro che peregrina! Discorso analogo per il Libano, i cui fragilissimi equilibri è lecito attendersi si romperanno (quanto fragorosamente è però da vedersi) una volta che muteranno i “referenti” a Damasco (a proposito il rischio di contagio dal vicino paese è elevato; di pochi giorni fa la notizia di scontri tra fazioni a Beirut di un’intensità che non si vedeva da anni).
Insomma, considerando anche come si abbia già un piede a Cipro, l’influenza turca sul Mediterraneo orientale potrebbe crescere enormemente, per diventare massima qualora dovesse saldarsi quell’asse con l’Egitto che si è profilato all’indomani della caduta di Hosni Mubarak (Erdogan si è recato a Il Cairo come prima tappa del suo tour nel nord Africa; n.d.r.).
Anche guardando ad Occidente la crisi sembra aprire un ventaglio di favorevoli occasioni da cogliere: come si osservava su Il Sole 24 Ore di qualche giorno fa il paventato ritorno della Grecia alla dracma potrebbe facilitare la penetrazione economica di Ankara la quale, a ben guardare, potrebbe continuare la propria corsa anche nei Balcani (dove, rammentiamo, la presenza ottomana ha avuto una durata secolare che si può dire conclusa solo con la I Guerra Balcanica del 1912-13), facilitata dalla frammentazione politica della regione, dalla presenza di popolazioni di religione mussulmana (in Bosnia, Albania e Kossovo) nonché, di nuovo, dal venir meno dell’attrattività dell’UE per questi Stati che in larga parte vivono di aiuti internazionali.

I POSSIBILI SCENARI

Proseguirà questo protagonismo turco, guidato da una classe dirigente tanto ambiziosa quanto chiacchierata, sorretto da un’economia che non sembra accusare i colpi della crisi e dalla “moral suasion” del secondo esercito della NATO? Se sì, quali scenari si possono prefigurare? A mio avviso sostanzialmente due, uno sostanzialmente positivo, l’altro decisamente fonte di preoccupazioni.
SCENARIO 1. L’espansione turca è soprattutto economica e in questo senso funge da volano per la crescita dell’intero Medio Oriente; Ankara assurge a modello di paese islamico laico, economicamente progredito e (relativamente) democratico e diventa fattore di stabilizzazione per l’intera area nonché partner privilegiato dell’UE e, militarmente parlando, membro NATO di primaria importanza data la sua proiezione geografica verso l’Asia centrale. Questa prospettiva, per la cronaca, sarebbe ben accetta anche da alcuni think tank statunitensi i quali hanno constatato come storicamente il Medio Oriente, con il suo crogiolo di popoli e confessioni religiose (Libano e Palestina in primis), sia stato relativamente pacifico / pacificato solo quando inserito all’interno di grandi entità statali (Impero Romano prima ed Ottomano poi, con l’intermezzo di quello Bizantino).
SCENARIO 2. Nel progetto dell’attuale classe dirigente di ispirazione islamico-conservatrice la penetrazione economica rappresenta solo il primo passo per quella politico-militare; in tal caso le frizioni sarebbero inevitabili perlomeno con Israele, con la Russia e con l’UE (interessante il ricorso storico per cui l’attuale UE germanocentrica può essere ritenuta erede dell’Impero asburgico / Sacro Romano Impero Germanico e la Russia degli oligarchi di quella zarista panslavista e panortodossa; n.d.r.). Vediamo caso per caso:
a) Israele: dopo anni di buone relazioni diplomatiche attualmente i rapporti tra i due stati sono tesi, complice l’incidente del 2010 della Freedom Flotilla (una nave turca con a bordo attivisti pro-palestinesi decisa ad approdare a Gaza rompendo il blocco navale israeliano fu abbordata dalle truppe speciali di Tel Aviv che causarono 9 vittime; n.d.r.). Inutile dire che per Israele la prospettiva di trovarsi nel giro di qualche anno stretto (o meglio accerchiato) tra una Turchia ed un Egitto alleati ed ostili, rappresenterebbe una minaccia mortale alla propria sopravvivenza alla quale bisognerebbe rispondere con tutti i mezzi a disposizione. Per questo motivo è ipotizzabile che a Tel Aviv si farà il possibile per non giungere ad una simile situazione, limitando cioè l’espansione turca sia per vie diplomatiche (contando in questo caso sull’aiuto degli Stati Uniti) sia, qualora costretti, favorendo l’instabilità un po’ prima della “porta di casa”. In questo senso il Libano potrebbe cinicamente essere visto come “utile” stato cuscinetto / camera di compensazione nella quale scaricare la conflittualità latente.
b) con la Russia i punti di contrasto potrebbero essere molteplici ovvero, in ordine crescente di importanza: 1) il sempre instabile Caucaso, 2) i Balcani (in special modo qualora la Turchia si dovesse ergere, in virtù dei rapporti economici e religiosi, a paladina dei mussulmani della regione, dove i contrasti con i nazionalisti ortodossi sono all’ordine del giorno; va a tal riguardo ricordato come il neo eletto presidente della Serbia, il nazionalista Tomislav Nikolic, avesse negli anni Novanta dello scorso secolo proposto la creazione di una federazione “ortodossa” che avrebbe dovuto unire Serbia, Bielorussia e Russia!) e soprattutto 3) il Mar Nero / l’accesso al Mediterraneo, vecchio pallino degli zar che potrebbe venir frustrato qualora la Turchia si sostituisse proprio alla Russia come protettrice della Siria, nel cui porto di Tartus stazionano più o meno stabilmente navi della Flotta Russa
c) con l’Unione Europea i motivi di attrito sarebbero soprattutto a livello strategico: in particolare non sarebbe tollerabile la presenza di una Turchia “ostile” eventualmente in grado di bloccare importanti vie di approvvigionamento energetico (il gasdotto Blue Stream è un esempio calzante) e di traffico commerciale (Mediterraneo Orientale con canale di Suez) così come non sarebbe accettabile nemmeno, dopo oltre un decennio di onerose operazioni di peace keeping / peace enforcement, vedere nuovamente deteriorarsi la situazione nei Balcani, la cui stabilità rimane essenziale per la sicurezza europea.

EXPLICIT

Molti elementi suggeriscono che la Turchia sia destinata ad aumentare la propria influenza nel Medio Oriente, il che potrebbe rappresentare nel breve periodo un elemento positivo in quanto capace di dare nuovi e più solidi assetti alla regione.
Nel contempo non è da escludere che nel medio – lungo periodo le ambizioni turche cambino di natura, facendosi più minacciose e soprattutto e probabile che si volgano ad Occidente, lungo quelle direttrici (in parte dettate dalla geografia) che hanno caratterizzato storicamente l’espansione dell’Impero Ottomano.
Una tale evenienza è sicuramente da scongiurare da momento che 1) verrebbero ad essere interrotte linee e rotte commerciali strategiche dell’UE 2) la rottura degli equilibri nei Balcani rappresenterebbe una minaccia diretta alla sicurezza dell’Unione Europea.
A tal fine è importante rafforzare i rapporti, soprattutto economici, con la Turchia in modo che rientri nell’interesse di entrambe le parti il mantenimento di buone relazioni; non meno importante è che l’UE, diversamente da quanto fatto finora, riesca ad elaborare proposte concrete per una soluzione concordata della crisi siriana così come della questione palestinese, facendosi in altri termini garante, dal punto di vista diplomatico – militare, del nuovo assetto del Medio Oriente, senza cioè lasciare campo libero alla Turchia, altrimenti candidata a divenire potenza egemone dell’area.

Corno d’Africa e pirateria

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Somalia coastline

Somalia coastline di ctsnow, su Flickr

Lo spunto per questo post viene da una notizia di alcuni giorni fa: in pratica l’equipaggio di un peschereccio taiwanese, dopo un breve corpo a corpo, ha letteralmente buttato a mare i 6 pirati somali che avevano momentaneamente preso il controllo della loro imbarcazione. Senza voler sminuire i momenti tragici vissuti dall’equipaggio (3 membri sono rimasti feriti nella colluttazione con i sequestratori) fa sorridere che pochi pescatori siano riusciti là dove invece stanno miserabilmente fallendo le principali marine militari del mondo (è in campo persino una flotta NATO; operazione Ocean Shield).
Le cause principali di questo insuccesso vengono individuate, in modo pressocché univoco, in: 1) regole d’ingaggio non adeguate, nel senso che pongono troppe restrizioni all’uso della forza 2) impossibilità di attaccare i santuari dei pirati, nei quali vengono condotte le navi e gli equipaggi sequestrati, curata la parte “logistica” / dei rifornimenti, etc.
Pur condividendo questa chiave di lettura, temo però che essa da sola non basti a spiegare del tutto una simile incapacità di fermare il “fenomeno pirateria”; a tal fine credo sia utile guardare storicamente come ci si è comportati per cercare di proteggere il traffico mercantile.
1) Organizzazione di convogli scortati: è il più ovvio, lo facevano già gli spagnoli nel XVI e XVII secolo per proteggere i propri galeoni colmi d’oro provenienti dal sud America presi di mira da pirati e corsari (inglesi e francesi in primis).
2) Mercantili armati: si installavano alcuni pezzi di artiglieria leggera o si imbarcavano alcune aliquote di uomini armati al fine di assicurare un minimo di protezione; l’esempio classico è costituito dalla marina mercantile britannica nella prima fase delle Battaglia dell’Atlantico durante la II Guerra Mondiale (in questo caso il nemico, ovvero i sommergibili dell’Asse, erano regolarmente iscritte nel “ruolo naviglio” ma seguivano una condotta bellica per molti versi assimilabile a quella di corsa). Il sistema non diede gli esiti sperati e dopo un po’ si passò proprio al metodo dei convogli.
3) Bombardamento navale delle basi nemiche: si tratta di una sorta di punizione che mediaticamente può aver un certo impatto ma che dal punto di vista strettamente militare non risolve granché in quanto una volta ritirate le navi i pirati possono tornare a fare i propri comodi. Un esempio storico può essere l’insieme di operazioni condotte dal capitano da Mar Angelo Emo contro i pirati barbareschi nel 1785-86 (bombardamento dei centri nord africani di Tunisi, Sfax, Biserta, etc.).
4) “Rastrellamenti” sistematici delle basi nemiche attraverso un’operazione combinata esercito e marina; è sicuramente un metodo molto più efficace rispetto al precedente e, specie se viene garantito un controllo del terreno (diretto o indiretto, vale a dire accordandosi con i potentati del luogo condotti a più miti consigli dal predetto uso della forza), può dare risultati di lunga durata. In sostanza dipende dal tipo di obiettivi che si intende raggiungere e di conseguenza dal numero di forze a disposizione: storicamente una campagna di vasto respiro è stata quella condotta dai romani nel corso della I guerra illirica (230-229 a.C.) mentre assai meno impegnativa, quasi duemila anni dopo, la guerra condotta dagli Stati Uniti contro i bey e dey di Tunisi, Algeri e Tripoli (1801-5) durante la quale non vennero impiegate intere legioni come nel caso precedente ma più contenuti contingenti di fanti di marina (i futuri marines).
Se lo studio della storia ci offre queste soluzioni, sono esse (naturalmente con i debiti adeguamenti tecnologici, operativi, etc.) applicabili al caso dell’odierna pirateria somala?
Vediamo un po’:
1) giacché per il Canale di Suez transitano annualmente circa 20mila navi, con stazze (= velocità di navigazione) diverse, credo che lo sforzo organizzativo sarebbe sproporzionato alla minaccia, ma comunque fattibile. Ipotizzando a spanne di dover organizzare 400 convogli l’anno da 50 navi l’uno, ciascuno scortato da una nave, solo così ci vorrebbero circa 400 navi; ovviamente la stessa nave può scortare nel tempo più convogli ma considerando i tempi morti di rifornimento, manutenzione, rotazione degli equipaggi / avvicendamento delle unità, attesa delle navi da scortare nei punti di ritrovo ed organizzazione dei convogli stessi, tempi di navigazione etc. non credo potrebbe fare più di una missione di scorta al mese (= 12 l’anno, anzi 6 aggirandosi di norma su questa tacca il periodo di permanenza in zona delle operazioni)! Tirando le somme per garantire la scorta ai 400 convogli annui ci vorrebbero più o meno 35 navi costantemente operative, cifra cui a ben guardare già ci si è avvicina sommando le navi schierate nello scacchiere dell’Oceano Indiano dalla NATO (Standing Naval Group 1 alternato al 2; 8 – 10 imbarcazioni ciascuno), dall’Unione Europea (missione Atalanta, altre 10 – 12 unità) e da ulteriori paesi (alcuni sotto il cappello della Combine Task Force 150, che da sola conta 10- 12 navi). Il problema dunque non è tanto di asset ma mi vien da pensare sia di natura squisitamente politica (leggasi: unificazione del comando, razionalizzazione delle forze disponibili, condivisione delle dottrine d’impiego, etc). Se il problema è davvero questo, piuttosto che chinarsi ai mille compromessi della politica, meglio lasciar stare in partenza (bisogna tra l’altro verificare se tutti gli armatori sono disponibili…).
2) Questa via è stata concretamente implementata dall’Italia, che ha autorizzato l’imbarco di nuclei di militari della marina a bordo delle navi in transito nelle zone a rischio. Similmente all’estero diverse compagnie di navigazione hanno deciso di assoldare operatori di sicurezza privati (contractors). Questa soluzione, al di là delle varie questioni giuridiche da dirimere (la presenza di armi a bordo è esclusa da numerosi codici mercantili), soffre a mio avviso di una grande pecca: pur efficace (essendo i pirati assalitori di norma armati di armi leggere ed al massimo qualche RPG, la presenza di un nucleo di difensori altrettanto ben armato può bastare a dissuadere dall’assalto / respingerlo), essa non elimina il problema. In pratica ai pirati basterà fare dietro-front ed aspettare una preda più facile.
3) Il bombardamento navale (oggigiorno aero-navale) delle basi dei pirati è un’altra opzione sicuramente percorribile; gli obiettivi principali sono senz’altro depositi di carburante, imbarcazioni usate per gli assalti, rimesse, infrastrutture portuali (da intendere in senso molto lato, essendo le infrastrutture somale inesistenti), etc., anche se sussiste il rischio concreto con queste operazioni di colpire gli equipaggi delle navi sequestrate. In ogni caso è indubbio che simili operazioni consentono di ridurre le capacità operative del nemico senza però azzerarle del tutto. Insomma, la minaccia si affievolirà per un certo lasso di tempo ma una volta riparati i danni, reclutato nuovo personale e reperiti nuovi barchini le attività piratesche riprenderanno quasi come prima.
4) E’ questa a mio avviso la soluzione, sicuramente più impegnativa ma allo stesso tempo più efficace e duratura, che potrebbe portare ad una soluzione del “problema pirateria”: in buona sostanza si tratta, dopo aver ammorbidito le posizioni dei pirati, di dispiegare uomini nelle aree in questione al fine di bonificarle definitivamente. Considerando l’ostilità sollevata da interventi esterni quand’anche ispirati da motivazioni umanitarie (si veda il fallimento dell’Operazione Restor Hope, 1992-93), la componente di terra dovrebbe essere numericamente limitata ed il dispiegamento non prolungato nel tempo, tanto più che l’obiettivo non è l’occupazione territoriale ma solo quello di dare una “ripulita”. Certo, considerando che da più parti si segnalano interconnessioni tra i pirati e gli shabaab (a loro volta eredi di quelle Corti Islamiche che solo l’intervento etiope del 2006 ha consentito di eliminare), se la ripulita in questione servisse anche da corroborante per il Governo Federale di Transizione sarebbe meglio, ma in un paese che dal 1991 non conosce che carestie e guerre fratricide, ci vuol ben altro che questo!
Tornando alla questione pirateria, credo altresì che due ulteriori fattori (rispettivamente di ordine tattico e strategico) potrebbero favorire un favorevole risoluzione della faccenda: a) in primo luogo ritengo sarebbe utile ricalibrare lo strumento militare schierato; l’uso di fregate e cacciatorpediniere contro barchini da 3 – 4 metri ed equipaggi di 5 – 6 uomini mi sembra sproporzionato. Le loro capacità di navigazione d’altura hanno senso solo se l’obiettivo è quello di eliminare le navi-madre dalle quali i barchini partono all’attacco (in tal modo si limiterebbe assai il raggio d’azione dei pirati), cosa che peraltro non mi sembra si stia facendo con molta solerzia! Una volta tolte di mezzo le navi-madre le fregate ed i cacciatorpediniere perdono grossa parte della loro utilità (ad esclusione dell’eventuale componente aerea imbarcata) nonché della loro efficacia contro i barchini basati a terra; contro questi ultimi servono mezzi più piccoli e manovrieri (ad inizio XX secolo la Regia Marina utilizzò, proprio per combattere la pirateria ed il contrabbando e proteggere i commerci e la pesca, una flottiglia di sambuchi armati). Mi rendo conto che l’attuazione di un simile proposito abbia come prerequisito la disponibilità di una serie di basi fisse, il che comporta un aggravio dei costi e l’esposizione ad azioni di guerriglia, ma questo potrebbe essere nel contempo un modo per dare quel minimo di stabilità al GFT di cui dicevo sopra. Peraltro, e qui vengo al punto b), geograficamente parlando tali stazioni navali dovrebbero essere distribuite abbastanza capillarmente lungo tutta la costa e non solo sul versante africano ma anche su quello arabico; in particolare ricercando la collaborazione (difficile) del governo yemenita (nel cui interno spesso e volentieri gli Stati Uniti, a partire dalla loro base di Gibuti, compiono attacchi con velivoli UAV Predator) andrebbe creata una base d’appoggio a Socotra. Anche in questo caso l’esperienza coloniale italiana è di conforto: la Regia Marina a lungo dovette lottare per debellare traffici illegali dall’una all’altra sponda (anche oggi è per questa via che transitano parte degli “aiuti” per gli shabaab ed è sempre lungo questa rotta che si intessono i contatti con gli “afghani”), al punto che la vera pacificazione del Mar Rosso e della regione del Corno d’Africa avvenne solo nel 1912 dopo la “battaglia” di Kunfida.
Insomma, una soluzione all’emergenza pirateria è possibile, basta volerlo.

Primavera araba e difesa europea

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8848 Scud Launch

8848 Scud Launch di kbaird, su Flickr

In una recente intervista concessa a Il Sole 24 Ore l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, presidente del comitato militare della NATO, ha sostanzialmente affermato (con notevole diplomazia) che la missione della NATO stessa è finita e che ora spetta ai libici sobbarcarsi del compito di assicurare la difesa del proprio paese; d’accordo, poche righe sotto lo stesso ammiraglio aggiungeva che vi è un gruppo di “paesi amici” (inclusa l’Italia) che affiancherà le nuove autorità libiche laddove richiesto / opportuno, ma l’impressione generale era quella di “disimpegno” (saranno le ristrettezze di bilancio di cui soffrono, chi più chi meno, tutti i paesi membri dell’Alleanza Atlantica…).
Fatto sta che una simile impostazione non mi sembra affatto rassicurante; dal momento che ci siamo presi la briga di aiutare i libici a togliere di mezzo Gheddafi, adesso mi sembra il minimo esigere che “la nuova Libia” sia migliore della vecchia.
Badate bene, non sto alludendo a contropartite economiche (c’è già chi ci pensa) né ad instaurare un “protettorato” europeo o peggio ancora ribadire modalità di intervento nei paesi africani di stampo neocoloniale (a cento anni giusti giusti dall’altra nostra avventura libica sarebbe un vero anacronismo!); semplicemente sto dicendo che la nuova Libia deve essere funzionale alla difesa del fianco sud della NATO (e dell’Italia che è in prima linea). Faccio un banale esempio: come noto il deposto colonnello disponeva di missili SCUD ed un paio ce ne ha lanciati contro nel 1986 (a Lampedusa, n.d.r.; non tutti concordano sulla versione ufficiale, ma questo è un altro discorso ancora). Se la gittata di questo missile era limitata ad alcune centinaia di chilometri, è altrettanto noto che persino nazioni tecnologicamente non avanzatissime, grazie all’aiuto di qualche scienziato ex-sovietico, sono riuscite ad estenderne considerevolmente il raggio d’azione (si pensi alla Corea del Nord, il cui Rodong 1 è accreditato di una gittata di 1350 – 1500 Km), al punto che il possesso da parte libica di una simile arma esporrebbe, ovviamente in modo teorico, gran parte del territorio nazionale ad un possibile attacco. Estendendo questo rischio anche agli altri paesi coinvolti dalla cosiddetta “primavera araba” (vale a dire: ipotizzando che missili balistici a medio-raggio, MRBM, possano venir lanciati anche dai territori di Tunisia ed Egitto) risultano minacciati anche parte di Spagna, Grecia, Malta e Cipro (tutti paesi membri della NATO e/o dell’Unione Europea). Uno scenario che mi auguro i nostri vertici politico-militari abbiano ben presente!
Insomma, in assenza di uno “scudo missilistico” di difesa, è necessario un adeguato controllo dell’intero Nord Africa perché, piaccia o no, da lì inizia la difesa dell’Europa meridionale. Obiettivo raggiungibile anche con il proseguimento (sotto altra veste) dell’impegno della NATO e non dei singoli stati ad essa aderenti perché se non vado errando l’articolo 5 del trattato parla di difesa collettiva. Altrimenti che ci stiamo a fare nell’Alleanza?