Il nodo sciita

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Iran Elections

Iran Elections di bioxid, su Flickr

La dichiarazione odierna di Catherine Ashton, “Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza” (ma vien da chiedersi quale UE? quale politica estera?), circa l’offerta di azzeramento dei colloqui sul nucleare iraniano, impone una veloce analisi delle prospettive anche (e soprattutto) alla luce dei risultati delle recenti elezioni politiche tenutesi in Iran, stato chiave della vicenda, ed in Russia, protettrice (almeno al Palazzo di Vetro) tanto di Teheran che di Damasco, stato a sua volta legato a doppio filo con la Repubblica islamica.
Cruciale nell’evoluzione dei prossimi mesi credo sarà l’atteggiamento che assumerà la Russia del neo (si fa per dire) presidente Vladimir Putin; finora, come detto poc’anzi, Mosca ha continuato nella sua tradizionale linea filo-araba impedendo de facto l’adozione di qualsiasi misura “seria” tanto verso il regime degli Assad quanto verso quello degli ayatollah; ovviamente in campagna elettorale Putin, che strizzava l’occhio agli elettori nazionalisti, doveva mostrare i muscoli, se necessario tirando fuori argomenti da Guerra Fredda (come puntualmente accaduto). Ora che Putin ha ottenuto la presidenza, teoricamente sarebbe possibile assistere ad un ammorbidimento delle posizioni russe, tanto più che la necessità di stabilizzazione interna (le proteste per i presunti brogli elettorali sono state vivissime ed in generale il sentiment contro gli oligarchi non è dei migliori!) consiglierebbe di mantenere un basso profilo anche se è possibile pure l’esatto contrario, essendo storicamente l’individuazione di un “nemico” esterno uno stratagemma usato per compattare l’opinione pubblica.
In sostanza l’atteggiamento della Russia dipenderà molto dall’andamento del fronte interno ed anche dal “tatto” con il quale le cancellerie occidentali riusciranno a muoversi magari garantendo una soluzione, specie in Siria, capace di salvare la faccia a Mosca (nonché gli ingenti interessi economici e strategico-militari, ovvero la vendita di armamenti e la base di Tartus).
Considerazioni simili possono essere fatte anche per l’Iran: posto che né Ahmadinejad né Ali Khamenei mettono in discussione il programma nucleare (e tantomeno sono morbidi con l’ “entità” sionista), la frattura interna da un lato può indurre a più miti consigli dall’altro ad avventurismi in politica estera.
La combinazione delle quattro opzioni “da tavolino” appena descritte può portare ad altrettanti scenari; vediamo nel dettaglio quali:
1) Russia ed Iran entrambe “cedevoli”: sarebbe, per l’Occidente, il massimo desiderabile giacché in una prima fase si potrebbe disinnescare la crisi siriana, venendosi quest’ultimo paese a trovare isolato e senza alleati (auspicabile sarebbe comunque coinvolgere la Russia garantendole un ruolo nelle scelte del post Assad), ed in una seconda fase far venire a più miti consigli l’Iran, altrettanto isolato e per di più dalle armi notevolmente spuntate contro Israele, essendo la Siria, sua “testa di ponte” nell’area, fuori dai giochi
2) Russia “rigida” ed Iran “malleabile”: in questa poco probabile evenienza, il rischio principale è l’incancrenirsi della situazione siriana (= Assad che si rifiuta di lasciare il potere) con tutto ciò che ne consegue per gli equilibri della regione (ruolo della Turchia, questione curda, infiltrazioni qaediste dall’Iraq, deterioramento della situazione e rottura dei fragili equilibri in Libano e di qui ripercussioni su Israele); l’Iran dal canto suo, dimostrandosi seriamente disposto a collaborare con l’AIEA, etc. riuscirebbe a prendere tempo ed anche ad uscire da sotto i riflettori, essendo tutta l’attenzione focalizzata su Damasco. Insomma, più Assad regge (grazie alla Russia), più a Teheran è possibile temporeggiare
3) Russia “cedevole” ed Iran “rigido”: è lo scenario a mio parere più probabile ed anche il più pericoloso giacché il mutato atteggiamento russo, facendo paventare la perdita di ogni protezione politico-diplomatica (in seno all’ONU) e militare (in termini di “consiglieri” e forniture), potrebbe spingere tanto Teheran quanto Damasco, legate tra di loro a doppio filo, a mosse azzardate (provocazioni plateali e/o attacchi ad interessi israeliani o comunque occidentali) magari sfruttando la presunta cautela dell’amministrazione Obama impegnata a sua volta nelle presidenziali
4) Russia ed Iran entrambi “rigidi”: questo scenario, sulla carta il meno desiderabile, in realtà non farebbe altro che perpetuare l’odierna situazione di stallo (ma anche il suo avvitarsi, con il rischio più volte paventato di infiltrazioni terroristiche in Siria), stallo che potrebbe essere rotto a) dal rinnovato slancio dell’iniziativa diplomatica statunitense (sia in presenza di una nuova amministrazione repubblicana, in genere più apertamente filo-israeliana ed attiva in politica estera, sia di un Obama-bis che a quel punto, non potendo più ambire ad un nuovo mandato, potrebbe dimostrarsi più intraprendente e risoluto di quanto sia stato finora) b) da un attacco preventivo da parte di Israele, anch’esso pronto a sfruttare la “latitanza” degli Stati Uniti tutti concentrati sulle presidenziali e non disposto ad attendere con le mani in mano la notizia che l’Iran ha la sua “bella” bomba nucleare.
Per concludere, se è vera la massima di Clausewitz che “la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi”, mai come in questo frangente storico i destini (di guerra) del Medio Oriente sono nelle mani della politica, seppur attraverso i meccanismi, talvolta opachi, della rappresentatività popolare.

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Guerra all’Iran: la strategia di Teheran

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Bīdgeneh Missile-Related Facility

Bīdgeneh Missile-Related Facility, Iran di DigitalGlobe-Imagery, su Flickr

PREMESSA.

Nella maggior parte dei casi in cui si parla di guerra all’Iran, i vari esperti ed analisti si riferiscono soprattutto a quello che Stati Uniti e soci faranno. In questo post intendo invece capovolgere l’impostazione e cercare di analizzare, attraverso l’individuazione di alcuni scenari, quali potrebbero essere le opzioni del governo di Teheran.

SCENARIO 1. ATTACCO PREVENTIVO DA PARTE DELL’IRAN.

Qualora a Teheran dovessero ritenere imminente un attacco Occidentale, dal punto di vista militare non è così campata per aria l’idea di un attacco “preventivo” da parte iraniana: godrebbero del vantaggio della prima mossa, potrebbero sfruttare il fatto che il nemico non ha ancora completato i propri preparativi (ed assicurarsi dunque di un certo lasso di tempo prima che esso si riorganizzi) e riuscire ad utilizzare il proprio arsenale (missilistico in primis) prima che questo venga messo fuori uso dagli attacchi alleati o perlomeno prima che le sue capacità vengano fortemente deteriorate. Per quanto capace di dare un vantaggio iniziale, questa strategia si rivelerebbe però ben presto suicida: a) la reazione militare alleata arriverebbe in ogni caso ben presto durissima b) l’Iran, dal punto di vista diplomatico, si autoescluderebbe dal “concerto delle nazioni”: in primo luogo perché, attaccando per prima (priva di un qualche mandato ONU, come credo si premureranno di fare gli Occidentali) passerebbe senza appello dalla parte del torto, in secondo luogo perché per colpire gli interessi Occidentali nell’area dovrebbe giocoforza attaccare o attraversare lo spazio aereo di Stati terzi (penso ai vari emirati del Golfo che ospitano basi statunitensi, così come all’Iraq ed all’Afghanistan). Alla luce di queste due ultime “controindicazioni” considero dunque un siffatto scenario assai improbabile.

SCENARIO 2. ATTACCO OCCIDENTALE E REAZIONE IRANIANA.

Si tratta dello scenario più probabile: in considerazione dei “propositi nucleari” del regime degli ayatollah, una coalizione più o meno vasta di stati “occidentali” attacca l’Iran (con o senza il mandato dell’ONU) per impedire il completamento del suo programma atomico. Sulle possibili modalità di questo attacco ho già scritto in un precedente articolo, ma è bene ricordarne le fasi al fine di vedere come Teheran potrebbe conseguentemente muoversi. In un primo momento verrebbero colpiti i centri C3I rispettivamente con missili da crociera lanciati da sottomarini e incrociatori e missili stand-off e bombe di precisione sganciati dai bombardieri strategici; in una fase immediatamente successiva all’indebolimento delle difese aeree scatterebbe, con le famose bombe anti-bunker, tra cui la GBU-57, l’attacco vero e proprio a quelle strutture collegate al programma nucleare iraniano, verosimilmente con il supporto a terra di qualche team di forze speciali. Appare evidente come ci troviamo di fronte ad operazioni essenzialmente basate sull’air-power, alle quali Teheran potrebbe rispondere con un atteggiamento di “basso profilo” oppure al contrario cercando di rovesciare il tavolo alzando la posta in gioco.
La prima via prevede sostanzialmente di cercare di controbattere ai raid nemici con l’uso della contraerea e dell’aviazione e di respingere quei team di terra eventualmente infiltrati preservando quanto più possibile le installazioni “sensibili”. Personalmente ritengo altamente improbabile che, qualora l’Iran dovesse accettare lo scontro, si limiterebbe a questo tipo di reazione passiva; sono invece convinto che la reazione sarebbe veemente (e qui vengo alla seconda opzione) e soprattutto indiscriminata. Infatti, nell’impossibilità di colpire direttamente gli attaccanti (nessuno dei quali confina con il territorio dell’Iran), è plausibile l’ipotesi che si tenti di colpire quei paesi già citati che ospitano basi o truppe statunitensi (Bahrain, Arabia Saudita, Iraq, Afghanistan, etc.) ed ovviamente l’odiato Israele. Gli attacchi sarebbero portati per via aerea (con missili), ma non è da escludere nemmeno che nel Golfo Persico (ricordo per inciso che in Bahrain ha sede la V Flotta) e nell’Oceano Indiano (dov’è schierato il dispositivo anti-pirateria internazionale) la marina iraniana, equipaggiata anche di tre sottomarini classe Kilo sovietici, non tenti qualche sortita contro le navi nemiche o ancora peggio contro il traffico petrolifero, giusto per riprendere uno spauracchio dei tempi del conflitto Iran-Iraq (1980-88). Inutile però dire che questo tentativo di “internazionalizzazione del conflitto” avrebbe il suo fulcro nell’attacco ad Israele (verosimilmente uno dei Paesi impegnati in prima linea nelle operazioni), attacco che in parte potrebbe essere portato direttamente con missili a lunga gittata lanciati dall’Iran anche se il grosso delle operazioni verrebbe delegato a quelle organizzazioni che Teheran ha provveduto negli anni a foraggiare e a rifornire di armi (inclusi molti razzi a breve gittata, come i Grad), vale a dire Hamas nella Striscia di Gaza ed Hezbollah nel sud del Libano. L’obiettivo, ovviamente, sarebbe quello di far riesplodere l’annosa questione palestinese ed è indubbio che il momento è propizio: l’intero Nord-Africa deve ancora assestarsi (le notizie che giungono dall’Egitto non sono a riguardo molto rassicuranti), il Libano da decenni non conosce vera pace e le truppe internazionali (missione UNIFIL) schierate nel confine a mo’ di cuscinetto potrebbero diventare un ghiotto obiettivo, la Siria poi non ne parliamo, percorsa com’è da quasi un anno da rivolte interne ed ai ferri corti con la Turchia. Se la situazione ad occidente non è tranquillizzante, altrettanto si può dire più ad oriente dove, sfruttando la comune adesione allo sciismo (diffuso non a caso anche in Siria e Libano, n.d.r.), si potrebbe sobillare in chiave anti-americana la popolazione dell’Iraq meridionale (la ricca regione petrolifera di Bassora). Spostandosi infine ancor più ad oriente quasi banale ricordare che l’Afghanistan, che già tanti grattacapi sta dando agli Occidentali, rappresenta una formidabile occasione per “rompere le uova nel paniere” agli Stati Uniti nel momento in cui l’amministrazione Obama sta ritirando gradualmente le truppe (senza contare che l’entrata dell’Iran negli affari dell’Afghanistan potrebbe urtare la sensibilità del Pakistan, altra potenza nucleare che da sempre ha mire egemoniche su questo travagliato stato). In questi ultimi scenari l’attività sarebbe tipicamente di guerriglia, contro la quale la superiorità tecnologica e di mezzi e dimostrato servire gran poco.

SCENARIO 3. ATTACCO OCCIDENTALE E PASSIVITA’ IRANIANA.

Anche questo è uno scenario spesso non considerato, specie alla luce della roboante retorica di Ahmadinejad e soci, ma dal punto di vista dell’immagine potrebbe risultare assai efficace. Infatti, specie qualora l’attacco occidentale dovesse avvenire senza una sufficiente / convincente “copertura legale” (leggasi: risoluzione ONU), il presentarsi come vittime del “capitalismo americano-sionista” sarebbe un fondamentale coagulante per l’intera nazione araba (= mi riferisco a quella parte che ha in odio l’Occidente ed i suoi modelli) ed una notevole vetrina per Ahmanidejad, il quale potrebbe proporsi come suo leader specie se le accuse di perseguire un programma nucleare a scopo militare dovessero risultare infondate (non sarebbe del resto la prima volta…). Per il presidente iraniano il rischio sarebbe soprattutto legato alla tenuta del fronte interno: da una parte la Rivoluzione verde, stroncata nel 2009, potrebbe riprendere vigore dall’altra i “duri e puri” Pasdaran potrebbero non condividere una politica così remissiva. D’altro canto non è nemmeno da escludere che Ahmadinejad non sappia cogliere l’occasione della “lotta contro il nemico esterno che attacca ingiustamente” per rinsaldare attorno a sé il proprio popolo.

CONCLUSIONI

Dalla lettura del <post avrete intuito come dei tre scenari presentati quello che trovo più probabile è sicuramente il secondo; se l’Iran manterrà un basso profilo o tenterà invece di incendiare tutti i paesi limitrofi, questo dipenderà anche dal contesto diplomatico in cui si svolgeranno i fatti: ad esempio sarebbe importante che la “bomba siriana” fosse stata nl frattempo disinnescata, giusto per evitare complicazioni con Turchia e soprattutto Libano.
Insomma, pur non essendo mai stato convinto dalla famosa teoria dell'”effetto domino”, credo che in questo caso i rischi di contagio siano effettivamente elevati e che le diplomazie occidentali dovrebbero agire con i piedi di piombo.

La polveriera mediorientale

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MandatiMO 1920

MandatiMO 1920 di prince_volin, su Flickr

La tensione in quello che può essere definito il “Medio Oriente allargato” è alle stelle come non capitava da anni: in Siria la ribellione contro il presidente – dittatore Assad si sta trasformando sempre più in una guerra civile (le fratture e le diserzioni in seno all’esercito sono in questo senso emblematiche), con ripercussioni diplomatiche non solo con gli stati occidentali, ma anche con la Turchia, storica alleata e bastione orientale della NATO. In Libano, sorta di “protettorato” siriano e per tramite di questo stato ultima propaggine dell’espansionismo iraniano, in pratica dal 1978 non c’è pace (vuoi per gli interventi israeliani, vuoi per gli scontri interetnici ed interconfessionali); la stessa presenza di truppe internazionali (Missione UNIFIL; Leonte per l’Italia) sta a detta di molti ponendo le basi per un futuro conflitto, potendo Hezbollah continuare beatamente la propria preparazione militare al riparo dalle rappresaglie di Israele. La situazione strategica di quest’ultimo stato non è ottimale; a prescindere dalle abituali minacce dell’Iran (sulle quali torno a breve), ha perso (momentaneamente?) l’amicizia turca così come a sud il “nuovo Egitto” difficilmente garantirà la benevola neutralità sulla quale si poteva contare sin dai tempi di Camp David (1978). Proprio l’Egitto, percorso da scontri di piazza sempre più violenti con l’approssimarsi delle elezioni e la correlata richiesta di un “passo indietro” da parte dei militari (che rappresentano un potere non solo politico, ma anche economico), rischia una pericolosa deriva islamica che porterebbe Israele ad un “virtuale” accerchiamento (senza contare la “minaccia interna” di una possibile intifada che rientra sempre tra le possibilità da contemplare).
L’Iran, per concludere, continua con il suo mix di provocazioni verbali intermezzate da altre ben più “concrete” (come l’assalto odierno all’ambasciata britannica); al netto di tutto ciò mi pare per il momento che si rimanga all’interno della “guerra di nervi” (e lo trovo naturale: se veramente Teheran mira all’atomica mostrerà i muscoli solo dopo averla ottenuta, e non prima quando non ha i mezzi!), guerra di nervi ben alimentata anche dall’Occidente. Ogni qualvolta che succede qualcosa di strano in Iran (un incidente, una morte, etc.) subito si scatena una campagna di disinformazione e controinformazione per cui non si capisce se di incidente si tratta o di sabotaggio da parte di fantomatici “agenti esteri” o ancora meglio di oppositori interni: in tal modo si instilla nel regime il sospetto facendone vacillare le certezze ma anche accrescendone il livore verso il nemico, vero od immaginario che sia. Una guerra di nervi che potrebbe durare a lungo, a meno che da qualche parte non scatti la scintilla che fa detonare il conflitto. Magari per il riacutizzarsi di una delle tante beghe petrolifere di lunga data che riguardano le sempre più attive (e spaventate) monarchie del Golfo.