Irak e Siria, si va verso la regionalizzazione dello scontro?

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Training in Iraq

Training in Iraq di The U.S. Army, su Flickr

Torno, alla luce delle preoccupanti notizie che stanno occupando le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, a parlare di Siria ed Irak dopo che sull’argomento, ed in particolare sul ruolo svolto dall’ISIS (o, se preferite, ISIL), avevo già scritto un post ad inizio anno.
In esso qualificavo l’ISIS come un movimento sostanzialmente “straniero” (in particolare sottolineavo come il premier al Maliki manifestasse all’epoca la volontà, per far fronte alla minaccia estremista, di far ricorso a “gruppi locali” che in qualche modo riprendevano la formula dei “Comitati del risveglio” ispirati da una sorta di nazionalismo laico e già utilizzati con esiti positivi dagli Stati Uniti, n.d.r.) e contestualmente ne inserivo l’azione all’interno della duplice lotta tra sciiti e sunniti da una parte e tra petromonarchie e Russia dall’altra.
In altri termini sostenevo che, alla lunga, la tradizione statuale irakena ed il nazionalismo socialisteggiante diffuso, da ultimo, da Saddam Hussein, avrebbero prevalso sulle spinte disgregatrici motivate da divisioni religiose ed appetiti economici.
Gli ultimi eventi sembrano indicare, al contrario, che le dinamiche dell’area hanno preso una piega diversa da quella allora ipotizzata: in particolare il tentativo del premier al Maliki di attivare gruppi nazionalisti locali sembra essere naufragato miserabilmente (anzi, la grande accusa che molti muovono al premier è proprio quella di avervi rinunciato del tutto, schierando truppe sciite nelle regioni sunnite, con le prime che avrebbero agito con modi da esercito di occupazione tali da suscitare l’odio della popolazione), al punto che si è verificata una saldatura sulla carta difficilmente preventivabile tra ribelli locali (sunniti nazionalisti) ed esteri (gli integralisti dell’ISIS).
Ecco perché la figlia di Saddam Hussein, Raghad, può gioire alla notizia della travolgente avanzata dell’ISIS, affermando che a capo ci sono “gli uomini di [suo] padre”: in effetti tra gli artefici delle recenti vittorie vi è il generale Izzat al Douri, che del defunto regime era figura di primissimo piano (la figlia è stata anche brevemente sposata con Uday Hussein, figlio maggiore di Saddam).
Le ripercussioni, alcune già sotto i nostri occhi, rischiano di essere deleterie per l’Irak e per l’intera regione. L’avanzata dei ribelli nel nord e nel centro del paese, facilitata dallo sfaldamento dell’esercito irakeno, da una parta rischia di dare il colpo di grazia a quel poco di potere centrale che era rimasto mentre dall’altra la decisione del premier sciita al Maliki di richiedere in proprio aiuto l’intervento di milizie “amiche” legate ai pasdaran (circa 2mila miliziani sarebbero già entrate, n.d.r.) potrebbe far prendere in maniera definitiva una piega confessionale agli scontri che oramai dal 2003 affliggono il “paese tra i due fiumi” con l’aggravante di una dimensione sovraregionale.
In Irak si sta infatti replicando lo schema a suo tempo adottato in Siria, con Teheran che interviene con uomini ed armi a puntellare un governo amico. Ma se in Siria il risultato principale, piuttosto che i successi sul campo, è stato quello di riuscire a restituire un ruolo di interlocutore politico legittimato al presidente Assad (favoriti nel compito dalle nefandezze delle quali si sono macchiati gli estremisti islamici, tali da renderli impresentabili alle cancellerie occidentali), in Irak le cose sono un più complicate e la partita decisamente più importante. Non è solo una questione di petrolio (anche se quest’ultimo ha il suo peso): il rilievo strategico dell’Irak negli equilibri complessivi nell’area del Golfo Persico e dell’intero Medio Oriente è indubbiamente superiore rispetto a quello della piccola Siria e gli ultimi eventi fanno per l’appunto temere che la carta geografica della regione vada ben presto ridisegnata.
Infatti la caratterizzazione confessionale del conflitto rischia, come sopra prefigurato, di portare all’implosione dello Stato con un nord curdo (de facto già indipendente e peraltro protagonista di uno spettacolare boom economico), un centro sunnita ed un sud sciita legato a doppio filo con Teheran.
Tale tripartizione, lungi dal ridare un nuovo assetto pacifico all’area, a mio parere potrebbe avere gravi effetti destabilizzanti; in particolare l’esistenza di uno Stato curdo riconosciuto a livello internazionale potrebbe ravvivare le istanze indipendentiste nel Kurdistan turco ed iraniano.
Similmente la presenza di un cuore “sunnita” esteso pure su parte della Siria (bisognerà vedere su quali basi poggia l’alleanza tra “stranieri” dell’ISIS e sunniti – baathisti; personalmente non escludo che, come già accaduto in Siria, anche qui le opposizioni possano entrare in lotta tra di loro) potrebbe veramente portare alla nascita di un emirato islamico, un hub del terrore che, anche alla luce delle ingenti risorse petrolifere sulle quali potrebbe contare (nonché sulla sua proiezione mediterranea), rappresenterebbe una minaccia mortale per gli alleati regionali dell’Iran (Libano e quel che resta della Siria alauita) nonché un autentico spauracchio per l’intero Occidente.
Ovviamente le cose potrebbero andare diversamente da quanto qui paventato; quel che è certo è il totale fallimento della politica estera di Washington dell’ultimo decennio. Lungi dall’aver stabilizzato l’area e dell’aver fatto dell’Iraq il suo pivot regionale, si è dato l’avvio ad un processo di disgregazione non ancora ultimato. Non solo le politiche di nation building ma anche quelle di ricostruzione delle infrastrutture (ricordate i PRT?) e dell’esercito sono miseramente fallite. In questo vuoto assoluto è difficile sperare che gli avvenimenti prendano una piega favorevole per gli interessi occidentali, tanto più considerando che le cancellerie occidentali (amministrazione Obama in primis) difficilmente si lasceranno trascinare nel caos che esse stesse hanno contribuito a creare.

L’ISIS in Siria ed Iraq: qual è la posta in gioco reale?

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Iraq_Tribes_Map

Iraq Tribes Map di Safety Neal, su Flickr

La lotta tra fazioni ribelli che si sta verificando in Siria ed in Iraq, con l’ascesa operativa e soprattutto mediatica dell’ISIS (Islamic State in Iraq and Syria), merita un approfondimento, tanto più che le notizie in circolazione sono confuse e talvolta contraddittorie. In effetti va preliminarmente riconosciuto che la probabile presenza di fazioni doppio – triplogiochiste rende difficile un’analisi completamente attendibile di quello che sta avvenendo sul campo.
I dati di fatto dai quali partire sono sostanzialmente due: l’ISIS (organizzazione il cui fine, come ben chiarisce il nome, è la creazione di uno stato islamico basato su una rigida applicazione della legge islamica sui territori degli attuali Siria ed Iraq) ha avviato in Siria una sistematica serie di attacchi nei confronti degli altri gruppi in lotta contro il regime di Assad (con il fine apparente di presentarsi come principale forza di opposizione), scatenando la reazione violenta (non poteva essere diversamente, dato il contesto) delle altre milizie; pressoché contemporaneamente una simile strategia offensiva è stata applicata in Iraq contro il governo “sciita” (ed in quanto tale accusato di essere filo-iraniano) del premier al Maliki, arrivando a far sventolare “la bandiera nera di al Qaeda” su Falluja (questa l’immagine prevalentemente passata sui media mainstream occidentali), città simbolo della resistenza irakena per le due aspre battaglie ingaggiate contro le truppe statunitensi (e della coalizione) nel 2004.
Fin qui i fatti. Dopo ci sono le voci e le “confidenze” le quali, si badi, nei torbidi delle guerre civili potrebbero pure contenere un fondo di verità. Quelle milizie impegnate in Siria che hanno deciso di non piegarsi alla volontà di sopraffazione dell’ISIS (altre infatti stanno ricercando una mediazione nel tentativo di salvare l’unità del fronte anti Assad), hanno denunciato pubblicamente le violenze perpetrate ai danni della popolazione civile accusando l’ISIS stessa di essere, in realtà, manovrata da Assad il quale, dal canto suo, ha così buon gioco a dimostrare come in Siria siano operativi “terroristi stranieri” e come siano costoro i (principali) responsabili degli eccidi.
Questa lettura del teatro siriano, e del presunto ruolo pro Assad (un alauita, ergo vicino alle posizioni religiose sciite) in esso svolto dall’ISIS, purtroppo non collima con quello che avviene nel vicino Iraq dove l’ISIS, al contrario, combatte per abbattere il governo dello sciita al Maliki.
Vi è, evidentemente, una contraddizione di fondo. Un particolare però può fornire una utile chiave di lettura di quanto sta avvenendo: al fine di non avallare (ancor più di quanto già si sappia) la teoria della lotta tra sciiti e sunniti, al Maliki non sta schierando contro le milizie dell’ISIS l’esercito regolare bensì formazioni locali che hanno deciso di collaborare con il governo di Baghdad. Poiché gli appartenenti a tali formazioni provengono dalle tribù locali e poiché Falluja rappresenta uno dei tre vertici di quel famoso “triangolo sunnita” (assieme a Bakuba e Ramadi) che tanto filo da torcere diede alle truppe statunitensi, vien da pensare che oggi come allora siamo di fronte ad una manifestazione di nazionalismo “genuino” di fronte ad elementi esterni che, per quanto della medesima confessione, hanno obiettivi diversi da quello che potremmo definire il “vero bene” dell’Iraq. In questo senso la prova ex contro potrebbe essere rappresentata proprio dal fatto che le tribù sunnite del triangolo, ovvero quelle più legate al partito socialisteggiante Ba’th del defunto Saddam Hussein e pertanto più intrise della nozione Occidentale di Stato, abbiano messo da parte le differenze confessionali per combattere a fianco del governo centrale “sciita”.
Ovviamente si tratta di una tesi accademica “da tavolino” che per essere pienamente confermata necessiterebbe di una verifica “sul campo”, tanto più che solo ipotesi si possono formulare sulle stesse “potenze straniere” che starebbero dietro all’ISIS così come su analoghe formazioni spuntate negli ultimi tempi. I rumor più accreditati guardano alle petromonarchie del Golfo e, carta geografica alla mano, il sospetto sembra più che fondato: qualora Siria ed Iraq dovessero finire nell’orbita sunnita, gli stati della penisola arabica otterrebbero il duplice vantaggio di “spezzare” da un lato la mezzaluna sciita che dall’Iran si protende (attraverso l’Iraq, la Siria ed il Libano) fino al Mediterraneo e dall’altro di mettere al sicuro le pipeline dirette verso l’Europa occidentale, laddove al contrario un’affermazione delle forze sciite frammenterebbe il fronte sunnita con la penisola arabica da una parte, l’Africa settentrionale dall’altra e Turchia e Caucaso da un’altra ancora.
Riprova del fatto che non si tratti di un’ipotesi campata per aria l’atteggiamento della Russia (protettrice, oltre che di Damasco, anche di Teheran): la strenua difesa del regime di Assad così come il pugno di ferro tenuto nei confronti degli estremismi / indipendentismi caucasici (che guarda caso altre indiscrezioni sostengono essere foraggiati dalle solite monarchie del Golfo), ovvero proprio di quei paesi chiave per il passaggio delle condotte di gas e petrolio, inducono a ritenere che la complessa partita geo-energetica Russia VS Paesi del Golfo faccia da sfondo alle complesse vicende di politica estera mediorientale degli ultimi anni.

Siria, vittoria della diplomazia?

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Secretary of State John Kerry and Foreign Minister Sergey Lavrov di US Mission Geneva

Secretary of State John Kerry and Foreign Minister Sergey Lavrov di US Mission Geneva, su Flickr

Per la serie “come non detto”: nel mio post precedente, poco più di una settimana fa, un attacco alla Siria sembrava (non solo agli occhi di chi scrive) questione di ore sennonché, complici i tentennamenti di Obama “l’indeciso” e della ostinata e talvolta brutale contrarietà russa a qualsiasi ipotesi di intervento militare (Mosca, va riconosciuto, ha saputo alternare in modo magistrale la retorica più capziosa a toni decisamente più concilianti, sfruttando abilmente le indecisioni e divisioni europee e nel mondo arabo rendendo vani gli sforzi da parte degli Stati Uniti di creare una coalition of the willing degna di questo nome), la diplomazia ha potuto godere di un’insperata finestra temporale per addivenire ad una soluzione politica della crisi siriana.
Non è qui il caso di perdersi in disquisizioni su chi debba attribuirsi il merito di questa insperata chance di una risoluzione “pacifica” (anche se intanto la guerra civile continua): se gli Stati Uniti, in virtù della concretezza della loro minaccia militare (come continua ad asserire Obama) o se la Russia (in realtà il ministro degli esteri Lavrov è stato abile a cogliere al volo quella che sembrava piuttosto una boutade del Segretario di Stato Kerry); trovo piuttosto interessante soffermarmi su alcuni aspetti contraddittori dell’intera vicenda che in genere sono passati sotto silenzio.

  • Il piano di consegna e successiva distruzione delle armi chimiche possedute dal regime siriano implica de facto il riconoscimento di Assad come interlocutore; nonostante il Segretario Generale delle Nazioni unite Ban Ki-moon non appena pochi giorni fa abbia ribadito che il presidente-dittatore siriano risponderà per i suoi crimini, non si capisce come dovrebbe avvenire l’eventuale giudizio: per contumacia o estradandolo? Opzione, quest’ultima, direi poco praticabile al momento, tanto più che sul campo il pendolo è in favore delle truppe governative, ben spalleggiate da hizbollah, mentre al contrario la variegata opposizione sembra abbandonata a sé stessa (per non dire scaricata). Tutto ciò, lo dico senza timore di sbagliare, rappresenta un netto capovolgimento rispetto alla linea tenuta da oltre due anni a questa parte dalle principali cancellerie Occidentali e del Golfo.

  • L’intera operazione di monitoraggio dei siti di produzione e deposito delle armi chimiche, del loro stoccaggio e distruzione finale è tutt’altro che facile, in considerazione del fatto che la Siria è e resta, come ricordato poc’anzi, un campo di battaglia; il generale Selim Idriss, comandante dell’Esercito Siriano Libero (o FSA, Free Syrian Army), ha esplicitamente affermato l’ostilità sua e dei ribelli all’accordo raggiunto e ribadito che l’FSA continuerà nella lotta fino alla caduta di Assad. Insomma, a prescindere dal fatto che l’adesione di Assad alla convenzione contro le armi di distruzione di massa sia una mossa studiata per prendere qualche mese di tempo (a riguardo l’opposizione siriana ha denunciato che in queste ore armi chimiche sarebbero state messe al sicuro in Libano ed Iraq, notizia che se confermata allargherebbe, complicandolo ulteriormente, il campo d’intervento dei commissari ONU), il compito si presenta per motivi “ambientali” oggettivamente difficile.

  • La vicenda siriana, da ultimo, rappresenta l’ennesima riprova del valore strategico dei missili balistici (specie se armati con testate non convenzionali): non si può non riconoscere come (ferma restando la duplice protezione goduta da Damasco da parte di Russia ed Iran ed il timore di mandare in frantumi i già precari equilibri regionali) in altre occasioni il trattamento riservato a regimi senza scrupoli sia stato ben più spiccio. Nel contempo per l’Unione Europea si tratta dell’ennesimo campanello di allarme che dovrebbe spronarla a dotarsi, in tempi rapidi, di un adeguato ombrello protettivo contro simili armi e a non procedere, come sempre, su basi nazionalistiche (per alcuni spunti si legga questo articolo a firma di Gianandrea Gaiani).

Insomma, visti i precedenti la prudenza nell’escludere un’opzione oppure l’altra non è mai troppa; di sicuro le prossime settimane saranno decisive per verificare se una soluzione diplomatica è percorribile o se, per contro, la strada dell’intervento militare tornerà di attualità.

Siria ed il dilemma di Obama: quando l’umanitarismo cozza con la realpolitik

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SYRIA-CRISIS/GORAN TOMASEVIC/REUTERS

SYRIA-CRISIS/GORAN TOMASEVIC/REUTERS di a.anis, su Flickr

Se vivessimo in un mondo perfetto non ci sarebbero guerre, i governanti ricercherebbero il bene dei propri cittadini e vivremmo tutti in pace ed armonia.
Naturalmente si tratta di una pura utopia e mi accontenterei di abitare in un pianeta nel quale gli strumenti di governance globale funzionano e qualora un qualsiasi attore della scena politica internazionale (quindo non necessariamente un’entità statuale) dovesse macchiarsi di un qualsivoglia crimine scattano adeguate misure punitive, opportunamente graduate (dalle sanzioni economiche e finanziarie all’intervento militare), da parte del resto della comunità internazionale.
Quest’ultima infatti, sempre in linea di principio, non dovrebbe sentirsi autorizzata ad intervenire solo se direttamente minacciata; la semplice violazione di quei principi nei quali tutti dovrebbero riconoscere dovrebbe far scaturire “naturalmente” l’esigenza di riaffermarli con vigore.
Purtroppo pure questa è una pia illusione: le relazioni internazionali continuano ad essere condotte sulla base di calcoli ed interessi particolari ed, in generale, del proprio personale tornaconto.
Mi immagino dunque il dilemma nel quale si dibatte in queste ore il presidente statunitense Barack Obama, combattuto tra la volontà di lanciare un segnale “umanitario” (gli Stati Uniti, in quanto impero del Bene, devono compiere il loro manifest destiny e salvare il mondo) e meschine considerazioni di realpolitik (il cattivo Assad non è poi tanto peggio dei fondamentalisti che lo vogliono abbattere e forse non sarebbe male lasciarli combattere a dissanguarsi a vicenda).
Ci si ritrova insomma in uno di quei casi nei quali qualsiasi cosa si faccia si sbaglia: è impossibile restare inermi di fronte all’utilizzo di armi chimiche (e questo indipendentemente dal fatto che i responsabili siano stati i lealisti oppure i ribelli!) così come è evidente che il rischio è di far collassare l’intera impalcatura medio-orientale precipitandolo in un conflitto generalizzato.
La sensazione, dando credito alle indiscrezioni fatte trapelare dalle solite “fonti riservate” ben informate, è che sia stato raggiunto un accordo sotterraneo per far sì che tutti salvino la faccia: gli Stati Uniti lanciano un attacco simbolico (giusto 48 – 72 ore tenendo uomini, navi ed aerei a debita distanza dal territorio siriano) giusto per far vedere che sono ancora i gendarmi del mondo. Il compitino viene svolto assieme ad alcuni alleati (UK, Francia e Turchia) che riaffermano il loro status rispettivamente di potenze globali (Londra e Parigi) e regionale (Ankara). Da parte loro Russia ed Iran ottengono che gli obiettivi degli strike non colpiscano obiettivi in grado di cambiare realmente l’inerzia sul campo, favorevole ad Assad, limitandosi pertanto alle proteste di rito (l’Iran ha sibillinamente affermato che non ci saranno reazioni contro Israele se l’attacco non sarà diretto ad abbattere il regime; da parte sua le autorità di Tel Aviv si sono affrettate a specificare che non hanno parte nel conflitto né intendono averne). Per quanto riguarda infine Assad egli ne esce come colui che tiene testa al Grande Satana statunitense oltre ad avere ulteriori argomenti da dare in pasto ai suoi sostenitori a riprova del ritornello più volte ripetuto in questi anni che la rivolta è condotta da e per conto di potenze straniere.
Naturalmente la mia potrebbe restare una semplice elucubrazione “da blog“; non ci resta che attendere l’evolversi della situazione nei prossimi due – tre giorni (vedremo se le solite fonti saranno precise almeno sulla data d’inizio delle operazioni!), consapevoli però sin da ora che per la derelitta ONU ma soprattutto per gli Stati Uniti e per la vanesia UE si è trattata dell’ennesima perdita di prestigio e di autorevolezza.
Aver lasciato incancrenire la questione siriana per oltre due anni e poi intervenire solo per lavarsi la coscienza (o peggio ancora per salvarsi la faccia) non è il massimo tanto più che, militarmente parlando, l’unica soluzione adeguata (detta fuori da ogni ipocrisia) sarebbe un massiccio intervento boots on the ground per dirimere la questione una volta per tutte, riscrivendo la geografia del Medio Oriente (e probabilmente di parte del Nord Africa) e regolando una volta per tutte i conti con l’Iran.
Si tratterebbe di un impegno militare, si capisce, gravoso e per il quale sarebbero da mettere in conto numerose perdite così come anni di instabilità regionale con la necessaria opera di stabilizzazione.
Probabilmente l’unico modo per dare un nuovo e duraturo assetto al MO e far intravedere una prospettiva alla regione che non sia eterna instabilità e lotte interreligiose; sicuramente un compito per il quale l’Occidente non ha più adeguate risorse economiche, militari e morali.
Se saranno altri a farsene carico, prepariamoci ad un Medio Oriente diverso dai nostri desiderata.

Crisi siriana: è il momento della verità?

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Syria

Syria di Free Syria, su Flickr

Una serie di elementi mi inducono a ritenere che la crisi siriana sia arrivata al momento della verità e che, in base a quello che accadrà nelle prossime settimane, si potrà già profilare con un elevato margine di precisione (al netto di clamorose intromissioni dall’esterno) quali saranno i vincitori e quali gli sconfitti di questa guerra civile / interconfessionale che si trascina ormai da oltre due anni.
Infatti le manifestazioni di piazza che si stanno verificando in Turchia, soprattutto qualora dovessero indebolire la linea neo-ottomana di Erdogan (e la mezza sconfessione del presidente Gul parrebbe essere un importante segnale in tal senso…), farebbero venir meno il retrovia logistico anti-Assad imperniato sul corridoio Hatay – Idlib proprio in un momento in cui la discesa in campo praticamente “ufficiale” di Hezbollah a fianco dei governativi ha portato alla riconquista del vitale nodo di Qusayr, città attraverso la quale passa la strada che porta in Libano (dove peraltro rischiano di saltare i sempre precari equilibri interni), che viceversa rappresenta l’unico canale diretto di rifornimento per le truppe pro Assad.
Se sul campo l’inerzia sembra ora essere a favore delle truppe governative resta da verificare quale sarà l’atteggiamento degli stati europei (mi piacerebbe tanto poter dire dell’Europa!), della Russia ed ovviamente degli Stati Uniti (Israele il suo l’ha già fatto capire con gli strike aerei di un paio di settimane fa). L’impressione netta che si ricava dalla rimozione dell’embargo alla vendita di armi alla Siria (seppur con la moratoria fino ad agosto) è che l’UE, questa volta come in altre occasioni precedenti, sia priva di una linea definita e che si procederà in ordine sparso, motivo per cui non ci si può aspettare granché. La sensazione è che pure gli Stati Uniti restino assai restii ad impegnarsi in prima persona: l’estrema cautela dimostrata alla notizia del (presunto) utilizzo di armi chimiche è un esempio lampante (in altri tempi ci si è accontentati di casus belli di ben meno spessore!).
Se la Russia dovesse concretizzare il trasferimento di missili SA300 e (forse) di MIG-29 l’intervento diverrebbe ancor meno probabile, tale sarebbe il rischio di rottura dei rapporti diplomatici con Mosca.
Posto che nella conferenza di Ginevra, la quale dovrebbe rappresentare il più alto tentativo di trovare una via d’uscita politico-diplomatica, ripongo scarsa o nulla fiducia (tale è la distanza tra le diverse posizioni), la parola tornerebbe alla lotta sul campo di battaglia.
E qui, alla luce degli sviluppi sopra ricordati, credo che le prospettive siano favorevoli ad Assad: troppo esperti gli uomini di Hezbollah, troppo divisi e privi di coordinamento i ribelli (il flusso di “volontari” dal vicino Iraq potrebbe ben presto interrompersi qualora questo paese dovesse precipitare nuovamente nel caos, ipotesi tutt’altro che remota alla luce della recente ondata di attentati; che sia la longa manus dell’Iran?)!
A meno di un intervento israeliano che però non potrebbe più essere limitato e che proprio per questo motivo probabilmente attiverebbe una reazione a catena tale da scatenare un conflitto generalizzato in Medio Oriente e la riscrittura dell’intera mappa di questa regione. Ma questa è un’altra storia.

Crisi mondiale e necessità di nuovi assetti.

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<a href="http://www.flickr.com/photos/aljazeeraenglish/8049721755/" title="The Power to Protect... di Al Jazeera English, su Flickr"><img src="https://i1.wp.com/farm9.staticflickr.com/8450/8049721755_736cb6f2b3.jpg" width="500" height="333" alt="The Power to Protect..."></a>

The Power to Protect… di Al Jazeera English, su Flickr

Da una parte il Parlamento turco che autorizza (per un anno) il governo a condurre le operazioni militari ritenute più idonee a mantenere la sicurezza nazionale messa in pericolo dall’incancrenirsi della crisi siriana, dall’altra l’Iran che nel giro di pochi mesi potrebbe avere a disposizione il materiale fissile con il quale produrre il suo primo ordigno nucleare, da un’altra parte ancora la Cina che mette in servizio la Ljaoning, sua prima portaerei (indiscrezioni di stampa asseriscono che ulteriori tre siano già in cantiere) per ampliare le capacità della sua flotta d’altura scatenando una corsa al riarmo in Estremo Oriente, e da ultimo la Corea del Nord che afferma di essere in grado di colpire, verosimilmente con i suoi missili, lo stesso territorio continentale degli Stati Uniti (ma questa volta la notizia sembra davvero una boutade propagandistica).
Sono queste alcune delle notizie circolate sui principali media di tutto il mondo nelle ultime settimane: ma al di là della loro natura (vale a dire l’esplicito oppure il solo minacciato ricorso all’uso della forza) cos’è che accomuna tutte queste notizie? Esiste un filo conduttore sotterraneo che le lega?
A mio avviso sì: infatti senza lasciarsi fuorviare dalla distanza geografica dei vari focolai di crisi (ed ancora meno dalle diverse intensità delle crisi medesime!) guardando un po’ al di sotto di esse si nota come le cause vadano ascritte all’esigenza di trovare assetti più consoni ai nuovi rapporti di forza, assetti che talvolta implicano il ridisegnare quei confini tracciati dalle potenze vincitrici della II Guerra Mondiale.
Chiunque, guardando una carta geografica, può constatare come malgrado siano trascorsi oltre vent’anni dalla fine della Guerra Fredda solo l’area occupata dagli stati appartenenti all’ex Patto di Varsavia è stata oggetto, per evidenti motivi, di questa ridefinizione (eccezioni di rilievo la non allineata ex Yugoslavia in Europa, Timor Est in Asia e l’Eritrea in Africa – la Somalia la escludo perché di fatto la transizione non è ancora conclusa, n.d.r.).
La politica (o la guerra, che secondo la massima clausewitziana ne rappresenta il proseguimento con altri mezzi) in altri termini non è stata in grado di adoperare proficuamente il tempo a disposizione per “ammodernare” il mondo e la sua governance, necessità tanto più urgente alla luce delle profonde trasformazioni socio-economiche e tecnologiche che sono contestualmente avvenute.
Sembra dunque venuto il momento di fare i conti con i cambiamenti della Storia: la Turchia reclama un suo ruolo in un Medio Oriente fossilizzato in confini tracciati dai mandatari Francia e Regno Unito nonché dal sessantennale conflitto latente tra arabi ed israeliani; l’Iran parimenti aspira a diventare potenza regionale (e ad avere l’atomica come i vicini pakistani ed indiani); la Cina, secondo tutte le previsione destinata a breve a diventare prima economia mondiale, deve giocoforza cautelarsi assicurando la protezione delle vitali rotte commerciali per le sue merci in uscita verso l’Europa ed il nord America così come il regolare afflusso delle indispensabili materie prime dall’Africa e dal Golfo Arabico (di qui la necessità di una flotta d’altura con capacità di proiezione di forza anche se così facendo mette in allarme tutte le potenze dell’area, Giappone e Corea del Sud in primis); la Corea del Nord, in uno scacchiere del Pacifico in rapida mutazione, si trova a giocare una battaglia di retroguardia, autentico residuato della Guerra Fredda.
Tutto, dunque, sembra avere una sua spiegazione logica (la ridefinizione, appunto, dei valori in campo e di conseguenza delle zone di influenza e delle alleanze, se necessario anche ridisegnando i confini di Stati come più volte sottolineato in questo blog inventati a tavolino in epoca coloniale e poi “ratificati” nel 1945) anche se esiste una variabile indipendente di non poco conto: l’attuale stagnazione / depressione economica infatti potrebbe svolgere un ruolo di imprevedibile detonatore di crisi e conflitti o quanto meno attivare fenomeni per certi versi analoghi (anche se chi scrive è tra coloro che credono che, nonostante il famoso adagio, la Storia non si ripeta) a quanto avvenuto con la Grande Crisi degli Anni Trenta e che ha fatto da trait d’union a quella che il da poco defunto Eric Hobsbawm aveva suggestivamente definito la Guerra dei Trent’Anni del XX secolo cioè quel tragico periodo della storia contemporanea che va dal 1914 (ma perché no dalla Guerra di Libia del 1911-12?) al 1945.

Lezioni siriane

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Press conference by JSE for Syria and Head of UNSMIS di United Nations - Geneva

Press conference by JSE for Syria and Head of UNSMIS di United Nations – Geneva, su Flickr

Vada come vada a finire, la vicenda siriana dimostra, una volta ancor di più, almeno un paio di cose:
1) l’ONU va riformata: è dal 1989 o giù di lì che si discute la cosa ma ancora non si riesce a trovare una soluzione; è semplicemente ridicolo che l’ organizzazione che (con risultati alterni) cerca di “governare” il mondo rifletta rapporti di forza ed equilibri vecchi già al momento in cui sono stati stabiliti (mi riferisco in particolare al ruolo spropositato ricoperto da Francia e Regno Unito, oggi come nel 1945) ed è semplicemente ancor più ridicolo che esista ancora il potere di veto in sede di Consiglio di Sicurezza. L’ONU, se vuol apparire viva e vitale, dev’essere in grado di prendere decisioni vere e non essere alla mercé di posizioni che tuttora (come già scritto la rivolta siriana è una di queste) riflettono posizioni ideologiche.
2) gli strumenti attualmente a disposizione sono spesso perfettamente inutili, a cominciare dalle sanzioni economiche (sugli osservatori, poi, va steso un velo di pietà): così è stato (giusto per fare tre esempi calzanti) in Iraq, in Libia ed adesso in Siria (e questo vale anche se la notizia del recente shopping londinese di Asma al Assad dovesse rivelarsi l’ennesima bufala giornalistica di una guerra in cui i mass-media occidentali, esclusi de facto dal teatro delle operazioni, hanno dipeso quasi completamente da fonti giocoforza di parte, vuoi l’agenzia di stato SANA vuoi i portavoce del Free Syrian Army). A mio parere le sanzioni economiche possono avere una qualche speranza di deterrenza nei confronti degli stati da esse colpiti solo se inserite in un percorso che gradualmente ma automaticamente (in caso di mancato rispetto delle risoluzioni, of course) portano a ben più gravi conseguenze. Detto in chiaro: lo Stato “sanzionato” è consapevole che o si adegua oppure le misure successive alle sanzioni saranno inevitabili e soprattutto ben più dolorose.
3) dal punto di vista strettamente militare, infine, la rivolta siriana ha dimostrato una volta di più, dopo le esperienze palestino-libanesi ed irakene, come gli eserciti regolari trovino grossa difficoltà a raggiungere un risultato definitivo in ambiente urbano; se veloci incursioni di mezzi blindati e corazzati possono portare ad una temporanea normalizzazione della situazione, il loro ritiro corrisponde a lasciar campo libero ai seppur meno pesantemente armati ribelli. Inoltre l’esercito regolare di turno (oggi quello siriano, ieri l’US Army e Tsahal) si vede esposto ad un continuo logorio dei mezzi che brevemente porta alla degradazione delle capacità operative (degradazione che ovviamente sarà tanto più grave in funzione delle dimensioni dell’esercito che ne è vittima).
In questo senso il solo pensiero di poter imporre la “volontà” del “concerto delle Nazioni” esclusivamente attraverso l’esercizio dell’Air Power è destinato a rimanere una pia speranza: nel post intervento occorre sporcarsi le mani e prepararsi ad anni di presenza militare! A queste conclusioni, dopo le esperienze balcaniche ed afghane, ci sono arrivati tutti; il punto è che le disastrate casse europee non permettono più di far chissà che. Insomma, “manodopera” (di qualità) in giro non ce n’è molta, gli Stati Uniti sono avvisati.

Crisi siriana: il ritorno alla Guerra Fredda (e alla centralità del Mediterraneo)

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A LARGE OTTOMAN NAVIGATIONAL CHART OF THE MEDITERRANEAN COASTLINE, TURKEY, CIRCA 1600

A LARGE OTTOMAN NAVIGATIONAL CHART OF THE MEDITERRANEAN COASTLINE, TURKEY, CIRCA 1600 di OTTOMANPICTURE, su Flick

Potrà apparire cinico, considerando il tragico bilancio in termini di vite umane, ma la crisi siriana rappresenta per lo studioso di relazioni internazionali un interessantissimo caso di “ritorno al passato”: non si può infatti far a meno di notare come il “cristallizzarsi” delle posizioni sul campo (con il presidente Bashar al Assad che resiste e gli insorti del Free Syrian Army che non riescono a prevalere) rifletta lo stallo diplomatico al Consiglio di Sicurezza dell’ONU dove USA da una parte e Russia e Cina dall’altra non riescono a raggiungere un accordo. Un’impasse insomma, è stato fatto giustamente notare, degna dei migliori anni della Guerra Fredda.
Ma non è questo l’unico ritorno ad un passato che si credeva morto e sepolto: a prescindere ora dalle modalità con le quali si uscirà dalla crisi (ovviamente il ricorso alle armi si spera sia l’extrema ratio, per quanto vada altresì osservato che in Siria ora non è che regni la pace ed un intervento militare potrebbe anche apparire come il male minore) è il teatro operativo del Mediterraneo a recuperare una centralità che pure si credeva definitivamente perduta in favore delle profondità centro-asiatiche e dei mari orientali.
La riprova è l’affollamento aero-navale, vero o presunto, del Mediterraneo Orientale: la vicenda dell’abbattimento dell’F4 turco da parte della contraerea siriana ha portato alla luce (non che non si sapesse o quanto meno non si potesse intuire!) come nell’area siano operativi velivoli di almeno una mezza dozzina di nazioni: Stati Uniti, Regno Unito (che può contare sulle Sovereign Base Areas di Akrotiri e Dhekelia sull’isola di Cipro), Israele ed ovviamente Turchia, Siria, etc.
Non meno folta la componente navale: oltre a Stati Uniti, Regno Unito e a tutti gli stati rivieraschi, va aggiunta la presenza russa presso la base navale di Tartus e forse quella (annunciata dalle agenzie stampa ma successivamente smentita) persino di Cina ed Iran! Insomma, una situazione veramente di pericoloso affollamento con tutti che spiano tutti e, soprattutto, con il rischio sempre concreto di un qualche incidente che potrebbe fornire il definitivo casus belli (un po’ come l’abbattimento dell’F4 stava per diventare).
Ma quali sono le ragioni di questo ritorno in auge del Mare Nostrum?
Per capire ciò è utile fare un breve excursus storico di questo mare affiancandogli la fondamentale precisazione di come la centralità mediterranea sia cosa ben diversa dall’unità e che pertanto le due cose non vadano tra di loro confuse! La seconda infatti, accettando la tesi di Henry Pirenne, venne meno non tanto con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.), bensì quando gli arabi, straripando dalla Penisola Arabica ed invadendo nord Africa e parte della Penisola Iberica ed Italiana, interruppero i millenari rapporti (politici, culturali, economici, religiosi) tra sponda nord e sponda sud sancendo pertanto la fine del mondo antico; da quel momento in avanti il baricentro del potere politico-economico prese lentamente a spostarsi verso nord a discapito del Mare Nostrum il quale comunque mantenne, a mio avviso, la sua centralità ben oltre l’epoca delle grandi scoperte geografiche! Solo con il XVII secolo l’Atlantico ed in parte l’Oceano Indiano soppiantarono definitivamente (e forse mai in modo così perentorio come buona parte della storiografia vuol far credere) il Mediterraneo il quale, anzi, con l’apertura di Suez tornò nuovamente a ricoprire un’importanza strategica per le Grandi Potenze: Regno Unito, che desiderava proteggere a tutti i costi la nuova rotta veloce verso i suoi possedimenti orientali, la Russia, che complice l’arretramento dell’Impero Ottomano dopo secoli vedeva all’orizzonte il coronamento di uno sbocco oltre il Bosforo ed i Dardanelli, la Francia che ben prima dell’Italia aveva fatto dell’Africa settentrionale la sua Quarta sponda. In linea di massima tali esigenze strategiche rimasero valide fino alla II Guerra Mondiale, arricchendosi di ulteriori connotati durante la Guerra Fredda: infatti se è vero che ai fini della difesa dello spazio euro-americano fondamentali risultavano le linee di collegamento atlantiche, nel Mediterraneo correvano più linee di demarcazione che rendevano l’area tra le più critiche del globo: quella tra est ed ovest ma anche quella tra nord e sud del mondo in via di decolonizzazione (con l’ulteriore variabile di Paesi non allineati quali la Yugoslavia di Tito e l’Egitto di Nasser), quella tra cristiani e popolazioni arabo-mussulmane per finire con quella tra paesi importatori e paesi esportatori di petrolio e gas naturale. Tutto ciò basta a giustificare l’importanza accordata al Mediterraneo dalla Sesta Flotta USA da una parte e dalla Flotta del Mar Nero sovietica dall’altra, la quale aveva proprio in Tartus un importante punto di approdo / sostegno logistico nel Mediterraneo vero e proprio. Con la fine della Guerra Fredda e complice anche il venir meno delle capacità operative degli ex nemici si è assistito ad un progressivo venir meno dell’interesse per il Mediterraneo; se da una parte, e nonostante i ripetuti annunci di segno contrario, la Sesta Flotta è rimasta basata a Gaeta va anche detto che a quest’ultima è stato affidato (a parità di mezzi) il compito di tener sotto controllo pure il teatro africano, diluendone cioè l’effettiva forza. Tale decisione va inserita nel più generale processo di ridislocazione delle forze statunitensi e/o NATO su scala globale: nonostante le periodiche crisi che si sono succedute nell’area mediterranea (su tutte le guerre balcaniche), si è infatti assistito ad una riduzione delle basi europee ed ad un loro avanzamento verso est, vuoi per presidiare i paesi della “Nuova Europa” vuoi per rafforzare la presenza nei nuovi teatri mediorientali e centrasiatici.
Quest’ultimo riposizionamento offre una interessante chiave di lettura per interpretare le scelte passate ma anche le possibili evoluzioni future: infatti secondo importanti teorie geoeconomiche e geopolitiche il Mediterrano (o più correttamente alcune sue parti) manteneva una notevole importanza in quanto terminale ultimo di un complesso sistema di pipeline terrestri e sottomarine che dal mar Caspio, attraverso il Mar Nero, avrebbero dovuto terminare nel Mar Adriatico (si trattava del cosiddetto sistema dei Tre Mari) aggirando la Russia. Un progetto così faraonico richiedeva ingentissimi investimenti che andavano adeguatamente tutelati: di qui (anche) il motivo della presenza USA / Nato nei Balcani, in Georgia, in Azerbaijan, etc. Insomma, il Mediterraneo non più considerato come un bacino chiuso, ma come parte di uno spazio politico, economico e militare ben più vasto e nel quale dunque la dimensione navale non era di primaria importanza.
La crisi siriana solleva questioni geopolitiche e geoeconomiche per certi aspetti affini: il paese retto dagli Assad è infatti un importante produttore e terminale petrolifero, al punto che potremmo tranquillamente inserirlo, per analogia, in un più meridionale “sistema dei Tre Mari” (Mar Mediterraneo – Mar Rosso – Mar Arabico / Golfo Persico). Vi è però una differenza non trascurabile in questo scenario: qui la componente navale assume un’importanza ben maggiore quando non addirittura decisiva dal momento che deve essere assicurato il transito tanto delle petroliere (Hormuz, Aden) quanto quello delle enormi Ro-Ro portacontainer (Suez).
Insomma, per riprendere e chiudere il discorso portato avanti in questo lungo post, il mare Mediterraneo (ed in particolare quello Orientale, a sua volta inserito in ottica moderna all’interno di un insieme di bacini comunicanti) torna ad essere un elemento centrale della politica internazionale: non si tratta di un cambiamento di poco conto, cambiamento che dovrebbe far riflettere sulla miopia imperante a Bruxelles dove si persevera nel trascurare sistematicamente il “fronte Sud” dell’Unione, sarà perché rappresentato dai tanto denigrati PIGS (più Cipro, di cui spesso ci si dimentica).
Se al netto di tutto ciò possiamo ugualmente salutare con soddisfazione questo “ritorno”, ben altro ragionamento può essere fatto per quanto concerne l’unità! Constatiamo infatti ogni giorno di più come il portato della Primavera Araba sia l’instaurazione, nei paesi che ne sono stati attraversati, di governi non esattamente laici e/o moderati. Vedremo nei prossimi mesi se aperti almeno al dialogo.

Ankara sogna il ritorno dell’Impero Ottomano

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Ottoman Empire Antique Map

Ottoman Empire Antique Map di prince_volin, su Flickr


INCIPIT.

In un articolo su Limes di quasi dieci anni fa (n. 1/2003 per l’esattezza) Marco Ansaldo parlava dei “sogni ottomani” di Ankara: gli Stati Uniti di George W. Bush stavano per scatenare il loro attacco all’Iraq di Saddam Hussein in quella che sarebbe passata alla storia come II Guerra del Golfo e premevano a che il governo turco del primo ministro Gul autorizzasse le truppe statunitensi a transitare per il proprio territorio aprendo così quello che avrebbe dovuto essere il fronte nord dell’imminente conflitto. Per Ankara giocava a favore di questa soluzione la considerazione pragmatica di controllare ulteriormente il nord (curdo) dell’Iraq, sul quale vigeva la no fly zone e nel quale gli sconfinamenti delle truppe turche non erano infrequenti, e il sogno “ideale” di ripristinare i fasti dell’Impero Ottomano ristabilendo il controllo su quelle che erano state le province di Mosul e Kirkuk.
Le cose sarebbero poi andate ben diversamente (Ankara negò a Washinghton, che se ne riebbe, il passaggio delle truppe) ma il richiamo ideale ai fasti del sultanato sono rimasti ben presenti nella classe dirigente turca che si trova, oggi, nella situazione di poter in parte attuare i propri propositi.

LE OPPORTUNITA’ DELLA CRISI

La crisi economica, che peraltro non ha per il momento intaccato le performance dell’economia turca, il cui PIL è dato in crescita del 10%, ha infatti da una parte reso assai meno appetibile la prospettiva di entrare nell’Unione Europea e dall’altro ha funto da detonatore per quella Primavera Araba, non ancora conclusa, che ha riscritto la geografia politica di numerosi stati.
Proprio i rivolgimenti della Primavera Araba hanno offerto ed offrono le opportunità più “ghiotte”: in Siria la presa sul paese della dinastia alauita degli Assad si sta lentamente sgretolando e la Turchia costituisce la retrovia logistica per il Free Syrian Army. Superfluo sottolineare come questo supporto non sia disinteressato e la speranza di tornare ad avere un’influenza sulle questioni interne di Damasco tutt’altro che peregrina! Discorso analogo per il Libano, i cui fragilissimi equilibri è lecito attendersi si romperanno (quanto fragorosamente è però da vedersi) una volta che muteranno i “referenti” a Damasco (a proposito il rischio di contagio dal vicino paese è elevato; di pochi giorni fa la notizia di scontri tra fazioni a Beirut di un’intensità che non si vedeva da anni).
Insomma, considerando anche come si abbia già un piede a Cipro, l’influenza turca sul Mediterraneo orientale potrebbe crescere enormemente, per diventare massima qualora dovesse saldarsi quell’asse con l’Egitto che si è profilato all’indomani della caduta di Hosni Mubarak (Erdogan si è recato a Il Cairo come prima tappa del suo tour nel nord Africa; n.d.r.).
Anche guardando ad Occidente la crisi sembra aprire un ventaglio di favorevoli occasioni da cogliere: come si osservava su Il Sole 24 Ore di qualche giorno fa il paventato ritorno della Grecia alla dracma potrebbe facilitare la penetrazione economica di Ankara la quale, a ben guardare, potrebbe continuare la propria corsa anche nei Balcani (dove, rammentiamo, la presenza ottomana ha avuto una durata secolare che si può dire conclusa solo con la I Guerra Balcanica del 1912-13), facilitata dalla frammentazione politica della regione, dalla presenza di popolazioni di religione mussulmana (in Bosnia, Albania e Kossovo) nonché, di nuovo, dal venir meno dell’attrattività dell’UE per questi Stati che in larga parte vivono di aiuti internazionali.

I POSSIBILI SCENARI

Proseguirà questo protagonismo turco, guidato da una classe dirigente tanto ambiziosa quanto chiacchierata, sorretto da un’economia che non sembra accusare i colpi della crisi e dalla “moral suasion” del secondo esercito della NATO? Se sì, quali scenari si possono prefigurare? A mio avviso sostanzialmente due, uno sostanzialmente positivo, l’altro decisamente fonte di preoccupazioni.
SCENARIO 1. L’espansione turca è soprattutto economica e in questo senso funge da volano per la crescita dell’intero Medio Oriente; Ankara assurge a modello di paese islamico laico, economicamente progredito e (relativamente) democratico e diventa fattore di stabilizzazione per l’intera area nonché partner privilegiato dell’UE e, militarmente parlando, membro NATO di primaria importanza data la sua proiezione geografica verso l’Asia centrale. Questa prospettiva, per la cronaca, sarebbe ben accetta anche da alcuni think tank statunitensi i quali hanno constatato come storicamente il Medio Oriente, con il suo crogiolo di popoli e confessioni religiose (Libano e Palestina in primis), sia stato relativamente pacifico / pacificato solo quando inserito all’interno di grandi entità statali (Impero Romano prima ed Ottomano poi, con l’intermezzo di quello Bizantino).
SCENARIO 2. Nel progetto dell’attuale classe dirigente di ispirazione islamico-conservatrice la penetrazione economica rappresenta solo il primo passo per quella politico-militare; in tal caso le frizioni sarebbero inevitabili perlomeno con Israele, con la Russia e con l’UE (interessante il ricorso storico per cui l’attuale UE germanocentrica può essere ritenuta erede dell’Impero asburgico / Sacro Romano Impero Germanico e la Russia degli oligarchi di quella zarista panslavista e panortodossa; n.d.r.). Vediamo caso per caso:
a) Israele: dopo anni di buone relazioni diplomatiche attualmente i rapporti tra i due stati sono tesi, complice l’incidente del 2010 della Freedom Flotilla (una nave turca con a bordo attivisti pro-palestinesi decisa ad approdare a Gaza rompendo il blocco navale israeliano fu abbordata dalle truppe speciali di Tel Aviv che causarono 9 vittime; n.d.r.). Inutile dire che per Israele la prospettiva di trovarsi nel giro di qualche anno stretto (o meglio accerchiato) tra una Turchia ed un Egitto alleati ed ostili, rappresenterebbe una minaccia mortale alla propria sopravvivenza alla quale bisognerebbe rispondere con tutti i mezzi a disposizione. Per questo motivo è ipotizzabile che a Tel Aviv si farà il possibile per non giungere ad una simile situazione, limitando cioè l’espansione turca sia per vie diplomatiche (contando in questo caso sull’aiuto degli Stati Uniti) sia, qualora costretti, favorendo l’instabilità un po’ prima della “porta di casa”. In questo senso il Libano potrebbe cinicamente essere visto come “utile” stato cuscinetto / camera di compensazione nella quale scaricare la conflittualità latente.
b) con la Russia i punti di contrasto potrebbero essere molteplici ovvero, in ordine crescente di importanza: 1) il sempre instabile Caucaso, 2) i Balcani (in special modo qualora la Turchia si dovesse ergere, in virtù dei rapporti economici e religiosi, a paladina dei mussulmani della regione, dove i contrasti con i nazionalisti ortodossi sono all’ordine del giorno; va a tal riguardo ricordato come il neo eletto presidente della Serbia, il nazionalista Tomislav Nikolic, avesse negli anni Novanta dello scorso secolo proposto la creazione di una federazione “ortodossa” che avrebbe dovuto unire Serbia, Bielorussia e Russia!) e soprattutto 3) il Mar Nero / l’accesso al Mediterraneo, vecchio pallino degli zar che potrebbe venir frustrato qualora la Turchia si sostituisse proprio alla Russia come protettrice della Siria, nel cui porto di Tartus stazionano più o meno stabilmente navi della Flotta Russa
c) con l’Unione Europea i motivi di attrito sarebbero soprattutto a livello strategico: in particolare non sarebbe tollerabile la presenza di una Turchia “ostile” eventualmente in grado di bloccare importanti vie di approvvigionamento energetico (il gasdotto Blue Stream è un esempio calzante) e di traffico commerciale (Mediterraneo Orientale con canale di Suez) così come non sarebbe accettabile nemmeno, dopo oltre un decennio di onerose operazioni di peace keeping / peace enforcement, vedere nuovamente deteriorarsi la situazione nei Balcani, la cui stabilità rimane essenziale per la sicurezza europea.

EXPLICIT

Molti elementi suggeriscono che la Turchia sia destinata ad aumentare la propria influenza nel Medio Oriente, il che potrebbe rappresentare nel breve periodo un elemento positivo in quanto capace di dare nuovi e più solidi assetti alla regione.
Nel contempo non è da escludere che nel medio – lungo periodo le ambizioni turche cambino di natura, facendosi più minacciose e soprattutto e probabile che si volgano ad Occidente, lungo quelle direttrici (in parte dettate dalla geografia) che hanno caratterizzato storicamente l’espansione dell’Impero Ottomano.
Una tale evenienza è sicuramente da scongiurare da momento che 1) verrebbero ad essere interrotte linee e rotte commerciali strategiche dell’UE 2) la rottura degli equilibri nei Balcani rappresenterebbe una minaccia diretta alla sicurezza dell’Unione Europea.
A tal fine è importante rafforzare i rapporti, soprattutto economici, con la Turchia in modo che rientri nell’interesse di entrambe le parti il mantenimento di buone relazioni; non meno importante è che l’UE, diversamente da quanto fatto finora, riesca ad elaborare proposte concrete per una soluzione concordata della crisi siriana così come della questione palestinese, facendosi in altri termini garante, dal punto di vista diplomatico – militare, del nuovo assetto del Medio Oriente, senza cioè lasciare campo libero alla Turchia, altrimenti candidata a divenire potenza egemone dell’area.

L’autolesionismo europeo

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Bandiera dell'Unione (EU Flag)

Bandiera dell'Unione (EU Flag) di Giampaolo Squarcina, su Flickr

In una delle sue celebri esternazioni Henry Kissinger definiva l’Europa, a mio avviso giustamente, “un gigante economico, un nano politico e un verme militare”; alla luce degli accadimenti di quest’ultimo biennio una simile affermazione mantiene una sua attinenza con la realtà? Nei tre ambiti in questione (economia, politica, difesa), l’Europa “come sta messa”? Quali sono le prospettive? Procediamo con ordine.

ECONOMIA. Non è questa la sede nella quale dispensare ricette per uscire dalla crisi ma è certo che, prendendo a riferimento l’altra grande fase di depressione economica che ha colpito l’intera economia mondiale (quella degli anni Trenta dello scorso secolo), gran parte delle soluzioni adottate all’epoca si rivelarono inefficaci quando non addirittura dannose. Le politiche (ultra)liberiste inizialmente perseguite portarono ad una riduzione della domanda e di conseguenza alla contrazione dei commerci e di qui ad un ulteriore calo nella produzione industriale (la crisi genera crisi); da questo momento in poi i vari Stati seguirono vie nazionali nel tentativo di uscire dal vicolo cieco in cui si erano infilate: 1) gli Stati Uniti avviarono, con il New Deal roosveltiano di ispirazione keynesiana, una politica di deficit spending con la quale lo Stato si faceva promotore di investimenti infrustrutturali che creavano sì passivo di bilancio ma per l’appunto infrastrutture strategiche e soprattutto posti di lavoro 2) l’Italia fascista, dopo una fase liberista, si votò all’autarchia, nuova variante del classico protezionismo, che alla lunga svuotò le casse ed insterilì il sistema produttivo in termini di capacità di innovazione, produzione e produttività (problema che afflisse l’industria degli armamenti in primis) 3) la Germania nazista, sotto l’abile guida di Hjalmar Schacht, combinò il massiccio intervento pubblico con un sistema di scambi commerciali (soprattutto con l’Unione Sovietica) assimilabile al baratto; purtroppo a beneficiare di questa politica fu la tradizionale industria pesante, necessaria per portare a termine il piano di riarmo deliberatamente ricercato da Hitler (che dal canto suo non ci pensò su due volte di usare le armi così ottenute, precipitando il mondo intero nella Seconda Guerra Mondiale).
Oggi nessuna di queste vie è percorribile o meglio, la prima lo sarebbe, ma essendo le teorie sul rigore dei conti predominanti non se ne fa niente… In queste condizioni il rischio di una lunga fase di recessione / stagnazione è tutt’altro che remoto così come elevate sono le possibilità che si crei un solco sempre più marcato tra un nord Europa virtuoso ed un’Europa mediterranea e balcanica (per inciso la zona geopoliticamente più calda) a rimorchio. L’esito complessivo comunque non cambia e corrisponde ad una notevole perdita d’importanza dell’Europa all’interno del sistema economico globale.

POLITICA. Oggi come una volta l’Europa è del tutto incapace di esprimere un’unica voce politica ed anzi l’allargamento dell’Unione Europea ha comportato una rivisitazione dei processi decisionali che, alla ricerca di un equilibrio di poteri tra UE e stati nazionali, ha reso le istituzioni comunitarie ancora più farraginose. Persino obiettivi facilmente raggiungibili con un minimo di coesione ma dall’alto valore simbolico (come l’ottenimento di un seggio europeo all’ONU) sono stati clamorosamente mancati, cosa incredibile se si pensa che gli equilibri dell’ONU sono quelli del 1945 e sono passati 21 anni dal crollo del comunismo! Tra l’altro la cosa sa anche di beffa perché, se il doveroso “aggiornamento” delle Nazioni Unite fosse stato fatto un decennio fa, l’UE avrebbe decisamente contato di più di quanto conti ora (è sensato che Regno Unito e Francia abbiano un seggio ed India e Brasile no?). Se poi aggiungiamo che: 1) la crisi sta “erodendo” quel poco di solidarietà che esisteva tra Stati 2) non si è individuato un sostrato culturale comune (non occorre essere ferventi neo-guelfi per capire che i riferimenti alla radici cristiane dell’Europa fossero necessari per garantire un collante che trascendesse il mero “mercato”, tanto più considerando che moltissimi stati di recente adesione all’Unione basano la loro identità nazionale sulla funzione storica svolta in qualità di antemurale dell’Impero Ottomano), si evince come dal punto di vista politico stiamo veramente messi male.
Che le cose non vadano per il verso giusto lo capiamo dall’assenza, Mrs. Ashton non me ne voglia, di una politica estera comune: quasi sempre divisi sugli interventi internazionali (emblematica la guerra all’Iraq del 2003, ma non è che nella campagna in Libia del 2011 le cose siano andate molto meglio!), l’UE continua a dimostrarsi del tutto incapace di comprendere le dinamiche di cambiamento in atto nei vari Stati, continuando a prediligere i vecchi interlocutori salvo poi trovarsi completamente spiazzati una volta che il vento del cambiamento soffia (da manuale quanto avvenuto con la cosiddetta “Primavera Araba” e quanto sta tuttora avvenendo in Siria o nel Shael). Purtroppo l’Europa non riesce a trovare una posizione comune nemmeno su dossier ben più “stagionati” per i quali non c’è neppure l’attenuante (che per chi scrive in realtà è un’aggravante) di essere stati colti di sorpresa: sulla questione palestinese o quella iraniana si procede in ordine sparso ed in genere senza offrire soluzioni alternative a quella di Washington. In altri termini l’UE sembra rinunciare ad agire come un soggetto politico autonomo e capace di proprie iniziative e proposte. Le spiegazioni che si possono dare ad un simile atteggiamento sono due ed intimamente correlate: 1) assenza di una politica estera condivisa e definita in termini di interessi, priorità, obiettivi, etc. 2) inesistenza di uno strumento militare comunitario (leggasi: Esercito Europeo), con il quale passiamo all’ultimo capitolo di questa analisi =>

DIFESA. Come ricordato poc’anzi esiste una profonda correlazione tra strumento militare e politica estera con il primo che dovrebbe essere calibrato per rispondere alle minacce alla sicurezza europea, minacce che come noto non sono più esclusivamente da intendere nei termini del classico attacco militare condotto con strumenti di offesa ma che comprendono anche la sicurezza delle linee di comunicazione marittime (il che porta ad includere Atlantico, Mar Mediterraneo con l’Africa settentrionale e subsahariana nonché Oceano Indiano – con sue appendici – e Mar Giallo nelle aree di competenza), i canali di approvvigionamento energetico, la sicurezza delle infrastrutture strategiche (incluse quelle di TLC, con tutti i nuovi scenari della cyberwar) e via di questo passo.
Purtroppo anche in questo caso la crisi ha peggiorato le cose: creare un Esercito Europeo ovviamente costa e l’assenza di adeguati finanziamenti non solo non aiuta (al di là della volontà politica di farlo, ma questo è un altro discorso) ma mette addirittura a rischio la compatibilità con gli standard NATO (che la presenza della NATO abbia disincentivato gli Stati europei dal prendere serie iniziative comunitarie è a mio avviso un dato di fatto, ma questo non deve diventare un alibi) oltre che la perdita di capacità, tecnologiche ed operative, in aree critiche come i sistemi aerei avanzati, i sottomarini, le operazioni in alto mare…
Del resto i tagli di bilancio hanno falcidiato o pesantemente decurtato programmi talvolta vitali, come quello per le fregate FREMM (quando la necessità di controllare gli oceani appare sempre più manifesta; con i pirati, veri o presunti, noi italiani ci siamo scottati per bene!), per lo sviluppo di UAV / UCAV, per l’acquisizione di sottomarini e portaerei ma, cosa ancor più importante, per il rinnovo del parco dei veicoli tattici e da combattimento destinati alle truppe di terra (gli MBT ormai non vengono quasi più considerati…). Il panorama dunque è desolante giacché delle forze armate ci si ricorda solo nel momento del bisogno (vale a dire nei momenti di crisi) e non si capisce come far passare il messaggio che la sanità, l’istruzione, etc. sono sicuramente fondamentali ma che il presidio posto alla democrazia ed alla libertà dalle Forze Armate non è da meno.

Per concludere l’Europa ha perso un decennio fa, sulla scia delle guerre balcaniche e dei relativi interventi di peace enforcement / peace keeping, il treno della costruzione della sua identità di difesa, sia in termini di rappresentanza presso le istituzioni internazionali sia più concretamente di costituzione delle sue strutture operative. Ci si è accontentati dell’economia (introduzione dell’Euro) e l’economia ci ha puniti portandoci in una crisi dalla quale non si sa come uscire e che avrà pesanti strascichi nell’ambito della difesa. La perdita di capacità operative, che bene o male eravamo riusciti a conquistare e mantenere, si allargherà e non riuscirà più a camuffare il peso praticamente nullo dell’Unione Europea.

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