Irak e Siria, si va verso la regionalizzazione dello scontro?

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Training in Iraq

Training in Iraq di The U.S. Army, su Flickr

Torno, alla luce delle preoccupanti notizie che stanno occupando le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, a parlare di Siria ed Irak dopo che sull’argomento, ed in particolare sul ruolo svolto dall’ISIS (o, se preferite, ISIL), avevo già scritto un post ad inizio anno.
In esso qualificavo l’ISIS come un movimento sostanzialmente “straniero” (in particolare sottolineavo come il premier al Maliki manifestasse all’epoca la volontà, per far fronte alla minaccia estremista, di far ricorso a “gruppi locali” che in qualche modo riprendevano la formula dei “Comitati del risveglio” ispirati da una sorta di nazionalismo laico e già utilizzati con esiti positivi dagli Stati Uniti, n.d.r.) e contestualmente ne inserivo l’azione all’interno della duplice lotta tra sciiti e sunniti da una parte e tra petromonarchie e Russia dall’altra.
In altri termini sostenevo che, alla lunga, la tradizione statuale irakena ed il nazionalismo socialisteggiante diffuso, da ultimo, da Saddam Hussein, avrebbero prevalso sulle spinte disgregatrici motivate da divisioni religiose ed appetiti economici.
Gli ultimi eventi sembrano indicare, al contrario, che le dinamiche dell’area hanno preso una piega diversa da quella allora ipotizzata: in particolare il tentativo del premier al Maliki di attivare gruppi nazionalisti locali sembra essere naufragato miserabilmente (anzi, la grande accusa che molti muovono al premier è proprio quella di avervi rinunciato del tutto, schierando truppe sciite nelle regioni sunnite, con le prime che avrebbero agito con modi da esercito di occupazione tali da suscitare l’odio della popolazione), al punto che si è verificata una saldatura sulla carta difficilmente preventivabile tra ribelli locali (sunniti nazionalisti) ed esteri (gli integralisti dell’ISIS).
Ecco perché la figlia di Saddam Hussein, Raghad, può gioire alla notizia della travolgente avanzata dell’ISIS, affermando che a capo ci sono “gli uomini di [suo] padre”: in effetti tra gli artefici delle recenti vittorie vi è il generale Izzat al Douri, che del defunto regime era figura di primissimo piano (la figlia è stata anche brevemente sposata con Uday Hussein, figlio maggiore di Saddam).
Le ripercussioni, alcune già sotto i nostri occhi, rischiano di essere deleterie per l’Irak e per l’intera regione. L’avanzata dei ribelli nel nord e nel centro del paese, facilitata dallo sfaldamento dell’esercito irakeno, da una parta rischia di dare il colpo di grazia a quel poco di potere centrale che era rimasto mentre dall’altra la decisione del premier sciita al Maliki di richiedere in proprio aiuto l’intervento di milizie “amiche” legate ai pasdaran (circa 2mila miliziani sarebbero già entrate, n.d.r.) potrebbe far prendere in maniera definitiva una piega confessionale agli scontri che oramai dal 2003 affliggono il “paese tra i due fiumi” con l’aggravante di una dimensione sovraregionale.
In Irak si sta infatti replicando lo schema a suo tempo adottato in Siria, con Teheran che interviene con uomini ed armi a puntellare un governo amico. Ma se in Siria il risultato principale, piuttosto che i successi sul campo, è stato quello di riuscire a restituire un ruolo di interlocutore politico legittimato al presidente Assad (favoriti nel compito dalle nefandezze delle quali si sono macchiati gli estremisti islamici, tali da renderli impresentabili alle cancellerie occidentali), in Irak le cose sono un più complicate e la partita decisamente più importante. Non è solo una questione di petrolio (anche se quest’ultimo ha il suo peso): il rilievo strategico dell’Irak negli equilibri complessivi nell’area del Golfo Persico e dell’intero Medio Oriente è indubbiamente superiore rispetto a quello della piccola Siria e gli ultimi eventi fanno per l’appunto temere che la carta geografica della regione vada ben presto ridisegnata.
Infatti la caratterizzazione confessionale del conflitto rischia, come sopra prefigurato, di portare all’implosione dello Stato con un nord curdo (de facto già indipendente e peraltro protagonista di uno spettacolare boom economico), un centro sunnita ed un sud sciita legato a doppio filo con Teheran.
Tale tripartizione, lungi dal ridare un nuovo assetto pacifico all’area, a mio parere potrebbe avere gravi effetti destabilizzanti; in particolare l’esistenza di uno Stato curdo riconosciuto a livello internazionale potrebbe ravvivare le istanze indipendentiste nel Kurdistan turco ed iraniano.
Similmente la presenza di un cuore “sunnita” esteso pure su parte della Siria (bisognerà vedere su quali basi poggia l’alleanza tra “stranieri” dell’ISIS e sunniti – baathisti; personalmente non escludo che, come già accaduto in Siria, anche qui le opposizioni possano entrare in lotta tra di loro) potrebbe veramente portare alla nascita di un emirato islamico, un hub del terrore che, anche alla luce delle ingenti risorse petrolifere sulle quali potrebbe contare (nonché sulla sua proiezione mediterranea), rappresenterebbe una minaccia mortale per gli alleati regionali dell’Iran (Libano e quel che resta della Siria alauita) nonché un autentico spauracchio per l’intero Occidente.
Ovviamente le cose potrebbero andare diversamente da quanto qui paventato; quel che è certo è il totale fallimento della politica estera di Washington dell’ultimo decennio. Lungi dall’aver stabilizzato l’area e dell’aver fatto dell’Iraq il suo pivot regionale, si è dato l’avvio ad un processo di disgregazione non ancora ultimato. Non solo le politiche di nation building ma anche quelle di ricostruzione delle infrastrutture (ricordate i PRT?) e dell’esercito sono miseramente fallite. In questo vuoto assoluto è difficile sperare che gli avvenimenti prendano una piega favorevole per gli interessi occidentali, tanto più considerando che le cancellerie occidentali (amministrazione Obama in primis) difficilmente si lasceranno trascinare nel caos che esse stesse hanno contribuito a creare.

L’ISIS in Siria ed Iraq: qual è la posta in gioco reale?

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Iraq_Tribes_Map

Iraq Tribes Map di Safety Neal, su Flickr

La lotta tra fazioni ribelli che si sta verificando in Siria ed in Iraq, con l’ascesa operativa e soprattutto mediatica dell’ISIS (Islamic State in Iraq and Syria), merita un approfondimento, tanto più che le notizie in circolazione sono confuse e talvolta contraddittorie. In effetti va preliminarmente riconosciuto che la probabile presenza di fazioni doppio – triplogiochiste rende difficile un’analisi completamente attendibile di quello che sta avvenendo sul campo.
I dati di fatto dai quali partire sono sostanzialmente due: l’ISIS (organizzazione il cui fine, come ben chiarisce il nome, è la creazione di uno stato islamico basato su una rigida applicazione della legge islamica sui territori degli attuali Siria ed Iraq) ha avviato in Siria una sistematica serie di attacchi nei confronti degli altri gruppi in lotta contro il regime di Assad (con il fine apparente di presentarsi come principale forza di opposizione), scatenando la reazione violenta (non poteva essere diversamente, dato il contesto) delle altre milizie; pressoché contemporaneamente una simile strategia offensiva è stata applicata in Iraq contro il governo “sciita” (ed in quanto tale accusato di essere filo-iraniano) del premier al Maliki, arrivando a far sventolare “la bandiera nera di al Qaeda” su Falluja (questa l’immagine prevalentemente passata sui media mainstream occidentali), città simbolo della resistenza irakena per le due aspre battaglie ingaggiate contro le truppe statunitensi (e della coalizione) nel 2004.
Fin qui i fatti. Dopo ci sono le voci e le “confidenze” le quali, si badi, nei torbidi delle guerre civili potrebbero pure contenere un fondo di verità. Quelle milizie impegnate in Siria che hanno deciso di non piegarsi alla volontà di sopraffazione dell’ISIS (altre infatti stanno ricercando una mediazione nel tentativo di salvare l’unità del fronte anti Assad), hanno denunciato pubblicamente le violenze perpetrate ai danni della popolazione civile accusando l’ISIS stessa di essere, in realtà, manovrata da Assad il quale, dal canto suo, ha così buon gioco a dimostrare come in Siria siano operativi “terroristi stranieri” e come siano costoro i (principali) responsabili degli eccidi.
Questa lettura del teatro siriano, e del presunto ruolo pro Assad (un alauita, ergo vicino alle posizioni religiose sciite) in esso svolto dall’ISIS, purtroppo non collima con quello che avviene nel vicino Iraq dove l’ISIS, al contrario, combatte per abbattere il governo dello sciita al Maliki.
Vi è, evidentemente, una contraddizione di fondo. Un particolare però può fornire una utile chiave di lettura di quanto sta avvenendo: al fine di non avallare (ancor più di quanto già si sappia) la teoria della lotta tra sciiti e sunniti, al Maliki non sta schierando contro le milizie dell’ISIS l’esercito regolare bensì formazioni locali che hanno deciso di collaborare con il governo di Baghdad. Poiché gli appartenenti a tali formazioni provengono dalle tribù locali e poiché Falluja rappresenta uno dei tre vertici di quel famoso “triangolo sunnita” (assieme a Bakuba e Ramadi) che tanto filo da torcere diede alle truppe statunitensi, vien da pensare che oggi come allora siamo di fronte ad una manifestazione di nazionalismo “genuino” di fronte ad elementi esterni che, per quanto della medesima confessione, hanno obiettivi diversi da quello che potremmo definire il “vero bene” dell’Iraq. In questo senso la prova ex contro potrebbe essere rappresentata proprio dal fatto che le tribù sunnite del triangolo, ovvero quelle più legate al partito socialisteggiante Ba’th del defunto Saddam Hussein e pertanto più intrise della nozione Occidentale di Stato, abbiano messo da parte le differenze confessionali per combattere a fianco del governo centrale “sciita”.
Ovviamente si tratta di una tesi accademica “da tavolino” che per essere pienamente confermata necessiterebbe di una verifica “sul campo”, tanto più che solo ipotesi si possono formulare sulle stesse “potenze straniere” che starebbero dietro all’ISIS così come su analoghe formazioni spuntate negli ultimi tempi. I rumor più accreditati guardano alle petromonarchie del Golfo e, carta geografica alla mano, il sospetto sembra più che fondato: qualora Siria ed Iraq dovessero finire nell’orbita sunnita, gli stati della penisola arabica otterrebbero il duplice vantaggio di “spezzare” da un lato la mezzaluna sciita che dall’Iran si protende (attraverso l’Iraq, la Siria ed il Libano) fino al Mediterraneo e dall’altro di mettere al sicuro le pipeline dirette verso l’Europa occidentale, laddove al contrario un’affermazione delle forze sciite frammenterebbe il fronte sunnita con la penisola arabica da una parte, l’Africa settentrionale dall’altra e Turchia e Caucaso da un’altra ancora.
Riprova del fatto che non si tratti di un’ipotesi campata per aria l’atteggiamento della Russia (protettrice, oltre che di Damasco, anche di Teheran): la strenua difesa del regime di Assad così come il pugno di ferro tenuto nei confronti degli estremismi / indipendentismi caucasici (che guarda caso altre indiscrezioni sostengono essere foraggiati dalle solite monarchie del Golfo), ovvero proprio di quei paesi chiave per il passaggio delle condotte di gas e petrolio, inducono a ritenere che la complessa partita geo-energetica Russia VS Paesi del Golfo faccia da sfondo alle complesse vicende di politica estera mediorientale degli ultimi anni.

Siria, vittoria della diplomazia?

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Secretary of State John Kerry and Foreign Minister Sergey Lavrov di US Mission Geneva

Secretary of State John Kerry and Foreign Minister Sergey Lavrov di US Mission Geneva, su Flickr

Per la serie “come non detto”: nel mio post precedente, poco più di una settimana fa, un attacco alla Siria sembrava (non solo agli occhi di chi scrive) questione di ore sennonché, complici i tentennamenti di Obama “l’indeciso” e della ostinata e talvolta brutale contrarietà russa a qualsiasi ipotesi di intervento militare (Mosca, va riconosciuto, ha saputo alternare in modo magistrale la retorica più capziosa a toni decisamente più concilianti, sfruttando abilmente le indecisioni e divisioni europee e nel mondo arabo rendendo vani gli sforzi da parte degli Stati Uniti di creare una coalition of the willing degna di questo nome), la diplomazia ha potuto godere di un’insperata finestra temporale per addivenire ad una soluzione politica della crisi siriana.
Non è qui il caso di perdersi in disquisizioni su chi debba attribuirsi il merito di questa insperata chance di una risoluzione “pacifica” (anche se intanto la guerra civile continua): se gli Stati Uniti, in virtù della concretezza della loro minaccia militare (come continua ad asserire Obama) o se la Russia (in realtà il ministro degli esteri Lavrov è stato abile a cogliere al volo quella che sembrava piuttosto una boutade del Segretario di Stato Kerry); trovo piuttosto interessante soffermarmi su alcuni aspetti contraddittori dell’intera vicenda che in genere sono passati sotto silenzio.

  • Il piano di consegna e successiva distruzione delle armi chimiche possedute dal regime siriano implica de facto il riconoscimento di Assad come interlocutore; nonostante il Segretario Generale delle Nazioni unite Ban Ki-moon non appena pochi giorni fa abbia ribadito che il presidente-dittatore siriano risponderà per i suoi crimini, non si capisce come dovrebbe avvenire l’eventuale giudizio: per contumacia o estradandolo? Opzione, quest’ultima, direi poco praticabile al momento, tanto più che sul campo il pendolo è in favore delle truppe governative, ben spalleggiate da hizbollah, mentre al contrario la variegata opposizione sembra abbandonata a sé stessa (per non dire scaricata). Tutto ciò, lo dico senza timore di sbagliare, rappresenta un netto capovolgimento rispetto alla linea tenuta da oltre due anni a questa parte dalle principali cancellerie Occidentali e del Golfo.

  • L’intera operazione di monitoraggio dei siti di produzione e deposito delle armi chimiche, del loro stoccaggio e distruzione finale è tutt’altro che facile, in considerazione del fatto che la Siria è e resta, come ricordato poc’anzi, un campo di battaglia; il generale Selim Idriss, comandante dell’Esercito Siriano Libero (o FSA, Free Syrian Army), ha esplicitamente affermato l’ostilità sua e dei ribelli all’accordo raggiunto e ribadito che l’FSA continuerà nella lotta fino alla caduta di Assad. Insomma, a prescindere dal fatto che l’adesione di Assad alla convenzione contro le armi di distruzione di massa sia una mossa studiata per prendere qualche mese di tempo (a riguardo l’opposizione siriana ha denunciato che in queste ore armi chimiche sarebbero state messe al sicuro in Libano ed Iraq, notizia che se confermata allargherebbe, complicandolo ulteriormente, il campo d’intervento dei commissari ONU), il compito si presenta per motivi “ambientali” oggettivamente difficile.

  • La vicenda siriana, da ultimo, rappresenta l’ennesima riprova del valore strategico dei missili balistici (specie se armati con testate non convenzionali): non si può non riconoscere come (ferma restando la duplice protezione goduta da Damasco da parte di Russia ed Iran ed il timore di mandare in frantumi i già precari equilibri regionali) in altre occasioni il trattamento riservato a regimi senza scrupoli sia stato ben più spiccio. Nel contempo per l’Unione Europea si tratta dell’ennesimo campanello di allarme che dovrebbe spronarla a dotarsi, in tempi rapidi, di un adeguato ombrello protettivo contro simili armi e a non procedere, come sempre, su basi nazionalistiche (per alcuni spunti si legga questo articolo a firma di Gianandrea Gaiani).

Insomma, visti i precedenti la prudenza nell’escludere un’opzione oppure l’altra non è mai troppa; di sicuro le prossime settimane saranno decisive per verificare se una soluzione diplomatica è percorribile o se, per contro, la strada dell’intervento militare tornerà di attualità.

Siria ed il dilemma di Obama: quando l’umanitarismo cozza con la realpolitik

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SYRIA-CRISIS/GORAN TOMASEVIC/REUTERS

SYRIA-CRISIS/GORAN TOMASEVIC/REUTERS di a.anis, su Flickr

Se vivessimo in un mondo perfetto non ci sarebbero guerre, i governanti ricercherebbero il bene dei propri cittadini e vivremmo tutti in pace ed armonia.
Naturalmente si tratta di una pura utopia e mi accontenterei di abitare in un pianeta nel quale gli strumenti di governance globale funzionano e qualora un qualsiasi attore della scena politica internazionale (quindo non necessariamente un’entità statuale) dovesse macchiarsi di un qualsivoglia crimine scattano adeguate misure punitive, opportunamente graduate (dalle sanzioni economiche e finanziarie all’intervento militare), da parte del resto della comunità internazionale.
Quest’ultima infatti, sempre in linea di principio, non dovrebbe sentirsi autorizzata ad intervenire solo se direttamente minacciata; la semplice violazione di quei principi nei quali tutti dovrebbero riconoscere dovrebbe far scaturire “naturalmente” l’esigenza di riaffermarli con vigore.
Purtroppo pure questa è una pia illusione: le relazioni internazionali continuano ad essere condotte sulla base di calcoli ed interessi particolari ed, in generale, del proprio personale tornaconto.
Mi immagino dunque il dilemma nel quale si dibatte in queste ore il presidente statunitense Barack Obama, combattuto tra la volontà di lanciare un segnale “umanitario” (gli Stati Uniti, in quanto impero del Bene, devono compiere il loro manifest destiny e salvare il mondo) e meschine considerazioni di realpolitik (il cattivo Assad non è poi tanto peggio dei fondamentalisti che lo vogliono abbattere e forse non sarebbe male lasciarli combattere a dissanguarsi a vicenda).
Ci si ritrova insomma in uno di quei casi nei quali qualsiasi cosa si faccia si sbaglia: è impossibile restare inermi di fronte all’utilizzo di armi chimiche (e questo indipendentemente dal fatto che i responsabili siano stati i lealisti oppure i ribelli!) così come è evidente che il rischio è di far collassare l’intera impalcatura medio-orientale precipitandolo in un conflitto generalizzato.
La sensazione, dando credito alle indiscrezioni fatte trapelare dalle solite “fonti riservate” ben informate, è che sia stato raggiunto un accordo sotterraneo per far sì che tutti salvino la faccia: gli Stati Uniti lanciano un attacco simbolico (giusto 48 – 72 ore tenendo uomini, navi ed aerei a debita distanza dal territorio siriano) giusto per far vedere che sono ancora i gendarmi del mondo. Il compitino viene svolto assieme ad alcuni alleati (UK, Francia e Turchia) che riaffermano il loro status rispettivamente di potenze globali (Londra e Parigi) e regionale (Ankara). Da parte loro Russia ed Iran ottengono che gli obiettivi degli strike non colpiscano obiettivi in grado di cambiare realmente l’inerzia sul campo, favorevole ad Assad, limitandosi pertanto alle proteste di rito (l’Iran ha sibillinamente affermato che non ci saranno reazioni contro Israele se l’attacco non sarà diretto ad abbattere il regime; da parte sua le autorità di Tel Aviv si sono affrettate a specificare che non hanno parte nel conflitto né intendono averne). Per quanto riguarda infine Assad egli ne esce come colui che tiene testa al Grande Satana statunitense oltre ad avere ulteriori argomenti da dare in pasto ai suoi sostenitori a riprova del ritornello più volte ripetuto in questi anni che la rivolta è condotta da e per conto di potenze straniere.
Naturalmente la mia potrebbe restare una semplice elucubrazione “da blog“; non ci resta che attendere l’evolversi della situazione nei prossimi due – tre giorni (vedremo se le solite fonti saranno precise almeno sulla data d’inizio delle operazioni!), consapevoli però sin da ora che per la derelitta ONU ma soprattutto per gli Stati Uniti e per la vanesia UE si è trattata dell’ennesima perdita di prestigio e di autorevolezza.
Aver lasciato incancrenire la questione siriana per oltre due anni e poi intervenire solo per lavarsi la coscienza (o peggio ancora per salvarsi la faccia) non è il massimo tanto più che, militarmente parlando, l’unica soluzione adeguata (detta fuori da ogni ipocrisia) sarebbe un massiccio intervento boots on the ground per dirimere la questione una volta per tutte, riscrivendo la geografia del Medio Oriente (e probabilmente di parte del Nord Africa) e regolando una volta per tutte i conti con l’Iran.
Si tratterebbe di un impegno militare, si capisce, gravoso e per il quale sarebbero da mettere in conto numerose perdite così come anni di instabilità regionale con la necessaria opera di stabilizzazione.
Probabilmente l’unico modo per dare un nuovo e duraturo assetto al MO e far intravedere una prospettiva alla regione che non sia eterna instabilità e lotte interreligiose; sicuramente un compito per il quale l’Occidente non ha più adeguate risorse economiche, militari e morali.
Se saranno altri a farsene carico, prepariamoci ad un Medio Oriente diverso dai nostri desiderata.

Crisi siriana: è il momento della verità?

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Syria

Syria di Free Syria, su Flickr

Una serie di elementi mi inducono a ritenere che la crisi siriana sia arrivata al momento della verità e che, in base a quello che accadrà nelle prossime settimane, si potrà già profilare con un elevato margine di precisione (al netto di clamorose intromissioni dall’esterno) quali saranno i vincitori e quali gli sconfitti di questa guerra civile / interconfessionale che si trascina ormai da oltre due anni.
Infatti le manifestazioni di piazza che si stanno verificando in Turchia, soprattutto qualora dovessero indebolire la linea neo-ottomana di Erdogan (e la mezza sconfessione del presidente Gul parrebbe essere un importante segnale in tal senso…), farebbero venir meno il retrovia logistico anti-Assad imperniato sul corridoio Hatay – Idlib proprio in un momento in cui la discesa in campo praticamente “ufficiale” di Hezbollah a fianco dei governativi ha portato alla riconquista del vitale nodo di Qusayr, città attraverso la quale passa la strada che porta in Libano (dove peraltro rischiano di saltare i sempre precari equilibri interni), che viceversa rappresenta l’unico canale diretto di rifornimento per le truppe pro Assad.
Se sul campo l’inerzia sembra ora essere a favore delle truppe governative resta da verificare quale sarà l’atteggiamento degli stati europei (mi piacerebbe tanto poter dire dell’Europa!), della Russia ed ovviamente degli Stati Uniti (Israele il suo l’ha già fatto capire con gli strike aerei di un paio di settimane fa). L’impressione netta che si ricava dalla rimozione dell’embargo alla vendita di armi alla Siria (seppur con la moratoria fino ad agosto) è che l’UE, questa volta come in altre occasioni precedenti, sia priva di una linea definita e che si procederà in ordine sparso, motivo per cui non ci si può aspettare granché. La sensazione è che pure gli Stati Uniti restino assai restii ad impegnarsi in prima persona: l’estrema cautela dimostrata alla notizia del (presunto) utilizzo di armi chimiche è un esempio lampante (in altri tempi ci si è accontentati di casus belli di ben meno spessore!).
Se la Russia dovesse concretizzare il trasferimento di missili SA300 e (forse) di MIG-29 l’intervento diverrebbe ancor meno probabile, tale sarebbe il rischio di rottura dei rapporti diplomatici con Mosca.
Posto che nella conferenza di Ginevra, la quale dovrebbe rappresentare il più alto tentativo di trovare una via d’uscita politico-diplomatica, ripongo scarsa o nulla fiducia (tale è la distanza tra le diverse posizioni), la parola tornerebbe alla lotta sul campo di battaglia.
E qui, alla luce degli sviluppi sopra ricordati, credo che le prospettive siano favorevoli ad Assad: troppo esperti gli uomini di Hezbollah, troppo divisi e privi di coordinamento i ribelli (il flusso di “volontari” dal vicino Iraq potrebbe ben presto interrompersi qualora questo paese dovesse precipitare nuovamente nel caos, ipotesi tutt’altro che remota alla luce della recente ondata di attentati; che sia la longa manus dell’Iran?)!
A meno di un intervento israeliano che però non potrebbe più essere limitato e che proprio per questo motivo probabilmente attiverebbe una reazione a catena tale da scatenare un conflitto generalizzato in Medio Oriente e la riscrittura dell’intera mappa di questa regione. Ma questa è un’altra storia.

Crisi mondiale e necessità di nuovi assetti.

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<a href="http://www.flickr.com/photos/aljazeeraenglish/8049721755/" title="The Power to Protect... di Al Jazeera English, su Flickr"><img src="https://i0.wp.com/farm9.staticflickr.com/8450/8049721755_736cb6f2b3.jpg" width="500" height="333" alt="The Power to Protect..."></a>

The Power to Protect… di Al Jazeera English, su Flickr

Da una parte il Parlamento turco che autorizza (per un anno) il governo a condurre le operazioni militari ritenute più idonee a mantenere la sicurezza nazionale messa in pericolo dall’incancrenirsi della crisi siriana, dall’altra l’Iran che nel giro di pochi mesi potrebbe avere a disposizione il materiale fissile con il quale produrre il suo primo ordigno nucleare, da un’altra parte ancora la Cina che mette in servizio la Ljaoning, sua prima portaerei (indiscrezioni di stampa asseriscono che ulteriori tre siano già in cantiere) per ampliare le capacità della sua flotta d’altura scatenando una corsa al riarmo in Estremo Oriente, e da ultimo la Corea del Nord che afferma di essere in grado di colpire, verosimilmente con i suoi missili, lo stesso territorio continentale degli Stati Uniti (ma questa volta la notizia sembra davvero una boutade propagandistica).
Sono queste alcune delle notizie circolate sui principali media di tutto il mondo nelle ultime settimane: ma al di là della loro natura (vale a dire l’esplicito oppure il solo minacciato ricorso all’uso della forza) cos’è che accomuna tutte queste notizie? Esiste un filo conduttore sotterraneo che le lega?
A mio avviso sì: infatti senza lasciarsi fuorviare dalla distanza geografica dei vari focolai di crisi (ed ancora meno dalle diverse intensità delle crisi medesime!) guardando un po’ al di sotto di esse si nota come le cause vadano ascritte all’esigenza di trovare assetti più consoni ai nuovi rapporti di forza, assetti che talvolta implicano il ridisegnare quei confini tracciati dalle potenze vincitrici della II Guerra Mondiale.
Chiunque, guardando una carta geografica, può constatare come malgrado siano trascorsi oltre vent’anni dalla fine della Guerra Fredda solo l’area occupata dagli stati appartenenti all’ex Patto di Varsavia è stata oggetto, per evidenti motivi, di questa ridefinizione (eccezioni di rilievo la non allineata ex Yugoslavia in Europa, Timor Est in Asia e l’Eritrea in Africa – la Somalia la escludo perché di fatto la transizione non è ancora conclusa, n.d.r.).
La politica (o la guerra, che secondo la massima clausewitziana ne rappresenta il proseguimento con altri mezzi) in altri termini non è stata in grado di adoperare proficuamente il tempo a disposizione per “ammodernare” il mondo e la sua governance, necessità tanto più urgente alla luce delle profonde trasformazioni socio-economiche e tecnologiche che sono contestualmente avvenute.
Sembra dunque venuto il momento di fare i conti con i cambiamenti della Storia: la Turchia reclama un suo ruolo in un Medio Oriente fossilizzato in confini tracciati dai mandatari Francia e Regno Unito nonché dal sessantennale conflitto latente tra arabi ed israeliani; l’Iran parimenti aspira a diventare potenza regionale (e ad avere l’atomica come i vicini pakistani ed indiani); la Cina, secondo tutte le previsione destinata a breve a diventare prima economia mondiale, deve giocoforza cautelarsi assicurando la protezione delle vitali rotte commerciali per le sue merci in uscita verso l’Europa ed il nord America così come il regolare afflusso delle indispensabili materie prime dall’Africa e dal Golfo Arabico (di qui la necessità di una flotta d’altura con capacità di proiezione di forza anche se così facendo mette in allarme tutte le potenze dell’area, Giappone e Corea del Sud in primis); la Corea del Nord, in uno scacchiere del Pacifico in rapida mutazione, si trova a giocare una battaglia di retroguardia, autentico residuato della Guerra Fredda.
Tutto, dunque, sembra avere una sua spiegazione logica (la ridefinizione, appunto, dei valori in campo e di conseguenza delle zone di influenza e delle alleanze, se necessario anche ridisegnando i confini di Stati come più volte sottolineato in questo blog inventati a tavolino in epoca coloniale e poi “ratificati” nel 1945) anche se esiste una variabile indipendente di non poco conto: l’attuale stagnazione / depressione economica infatti potrebbe svolgere un ruolo di imprevedibile detonatore di crisi e conflitti o quanto meno attivare fenomeni per certi versi analoghi (anche se chi scrive è tra coloro che credono che, nonostante il famoso adagio, la Storia non si ripeta) a quanto avvenuto con la Grande Crisi degli Anni Trenta e che ha fatto da trait d’union a quella che il da poco defunto Eric Hobsbawm aveva suggestivamente definito la Guerra dei Trent’Anni del XX secolo cioè quel tragico periodo della storia contemporanea che va dal 1914 (ma perché no dalla Guerra di Libia del 1911-12?) al 1945.

Lezioni siriane

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Press conference by JSE for Syria and Head of UNSMIS di United Nations - Geneva

Press conference by JSE for Syria and Head of UNSMIS di United Nations – Geneva, su Flickr

Vada come vada a finire, la vicenda siriana dimostra, una volta ancor di più, almeno un paio di cose:
1) l’ONU va riformata: è dal 1989 o giù di lì che si discute la cosa ma ancora non si riesce a trovare una soluzione; è semplicemente ridicolo che l’ organizzazione che (con risultati alterni) cerca di “governare” il mondo rifletta rapporti di forza ed equilibri vecchi già al momento in cui sono stati stabiliti (mi riferisco in particolare al ruolo spropositato ricoperto da Francia e Regno Unito, oggi come nel 1945) ed è semplicemente ancor più ridicolo che esista ancora il potere di veto in sede di Consiglio di Sicurezza. L’ONU, se vuol apparire viva e vitale, dev’essere in grado di prendere decisioni vere e non essere alla mercé di posizioni che tuttora (come già scritto la rivolta siriana è una di queste) riflettono posizioni ideologiche.
2) gli strumenti attualmente a disposizione sono spesso perfettamente inutili, a cominciare dalle sanzioni economiche (sugli osservatori, poi, va steso un velo di pietà): così è stato (giusto per fare tre esempi calzanti) in Iraq, in Libia ed adesso in Siria (e questo vale anche se la notizia del recente shopping londinese di Asma al Assad dovesse rivelarsi l’ennesima bufala giornalistica di una guerra in cui i mass-media occidentali, esclusi de facto dal teatro delle operazioni, hanno dipeso quasi completamente da fonti giocoforza di parte, vuoi l’agenzia di stato SANA vuoi i portavoce del Free Syrian Army). A mio parere le sanzioni economiche possono avere una qualche speranza di deterrenza nei confronti degli stati da esse colpiti solo se inserite in un percorso che gradualmente ma automaticamente (in caso di mancato rispetto delle risoluzioni, of course) portano a ben più gravi conseguenze. Detto in chiaro: lo Stato “sanzionato” è consapevole che o si adegua oppure le misure successive alle sanzioni saranno inevitabili e soprattutto ben più dolorose.
3) dal punto di vista strettamente militare, infine, la rivolta siriana ha dimostrato una volta di più, dopo le esperienze palestino-libanesi ed irakene, come gli eserciti regolari trovino grossa difficoltà a raggiungere un risultato definitivo in ambiente urbano; se veloci incursioni di mezzi blindati e corazzati possono portare ad una temporanea normalizzazione della situazione, il loro ritiro corrisponde a lasciar campo libero ai seppur meno pesantemente armati ribelli. Inoltre l’esercito regolare di turno (oggi quello siriano, ieri l’US Army e Tsahal) si vede esposto ad un continuo logorio dei mezzi che brevemente porta alla degradazione delle capacità operative (degradazione che ovviamente sarà tanto più grave in funzione delle dimensioni dell’esercito che ne è vittima).
In questo senso il solo pensiero di poter imporre la “volontà” del “concerto delle Nazioni” esclusivamente attraverso l’esercizio dell’Air Power è destinato a rimanere una pia speranza: nel post intervento occorre sporcarsi le mani e prepararsi ad anni di presenza militare! A queste conclusioni, dopo le esperienze balcaniche ed afghane, ci sono arrivati tutti; il punto è che le disastrate casse europee non permettono più di far chissà che. Insomma, “manodopera” (di qualità) in giro non ce n’è molta, gli Stati Uniti sono avvisati.

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