Mali, cronaca di una crisi annunciata

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<a href="http://www.flickr.com/photos/magharebia/5954087853/" title="20110718 Mali arrests alleged al-Qaeda informants | مالي: اعتقال مُخبرين للقاعدة | Le Mali arrête des informateurs d'al-Qaida di Magharebia, su Flickr"><img src="https://i2.wp.com/farm7.staticflickr.com/6030/5954087853_e28b5f8598.jpg" width="500" height="375" alt="20110718 Mali arrests alleged al-Qaeda informants | مالي: اعتقال مُخبرين للقاعدة | Le Mali arrête des informateurs d'al-Qaida"></a>

20110718 Mali arrests alleged al-Qaeda informants | مالي: اعتقال مُخبرين للقاعدة | Le Mali arrête des informateurs d'al-Qaida di Magharebia, su Flickr

Il precipitare degli eventi in Mali, dove l’esercito starebbe portando a termine un colpo di stato, non dovrebbe trovare impreparati i lettori di questo blog; nemmeno due mesi fa in un mio post avevo infatti rilevato come gli sconquassamenti in Nord Africa avrebbero potuto portare ad una pericolosa destabilizzazione in quei paesi collocati a cavallo tra Africa settentrionale ed Africa subsahariana.
In particolare la presenza sul territorio del Ciad e del Mali tanto di soldati che avevano combattuto in Libia come mercenari di Gheddafi (tuareg e “neri”) quanto di membri dell’AQMI mi avevano indotto ad indicare questi stati come “indiziati N. 1”: nel caso del Mali l’incapacità manifestata dal governo centrale nel fronteggiare la sfida lanciata dai Tuareg nel nord del paese pare aver svolto un ruolo cruciale nello spingere i soldati a sollevarsi. Anche se altre motivazioni di carattere interno hanno sicuramente giocato un certo ruolo (le elezioni politiche erano previste tra un mese) è impossibile negare quanto in questa vicenda abbiano influito fattori esterni!
Che dire così a caldo? Tecnicamente il golpe dimostra la volontà dei militari di agire con maggior determinazione contro i tuareg, sicché ci si potrebbe attendere nelle prossime settimane un’escalation nei combattimenti le cui conseguenze sono ovviamente difficilmente prevedibili; personalmente immagino due scenari, entrambi poco rassicuranti: CASO A) una volta sistemate le questioni interne le truppe governative si riorganizzano e debellano i tuareg; CASO B) gli insorti approfittano del caos a Bamako e riescono ad imporre il loro controllo su ampie zone del nord del paese (le ultime notizie provenienti dal paese africano sembrano rafforzare quest’ultima ipotesi).
A prescindere ora da quale di questi scenari si realizzerà, va osservato come in entrambi i casi le conseguenze siano tutt’altro che positive: nel CASO A) i tuareg verosimilmente non verrebbero sconfitti sul campo, semplicemente (da popolo nomade del deserto quale sono) essi si sposterebbero in un altro paese confinante (così come hanno fatto pochi mesi fa fuggendo dalla Libia) ponendosi in tal modo al riparo dalle truppe maliane e potenzialmente riprendendo la loro attività di destabilizzazione dell’area. Non meglio vanno le cose nel CASO B) in quanto l’imposizione del controllo tuareg nel nord del Mali potrebbe significare la nascita di un “santuario” per predoni, terroristi, trafficanti, etc. oltre che assestare un duro colpo alle istituzioni statali del paese africano che potrebbe invilupparsi pericolosamente su sé stesso fino al collasso (cosa da evitare, essendo questo paese per l’area quello che in geopolitica si chiama pivot).
Insomma, notizie non esattamente liete per l’Europa (nel mio citato post spiegavo l’importanza che assume la stabilità di questa che è la “retrovia” dell’Africa settentrionale) tanto più che non si vede nemmeno in questo caso una qualche iniziativa occidentale degna di questo nome. Purtroppo da un’Unione Europea schiacciata dai suoi problemi economici non si può pretendere molto e nemmeno dalla Francia, ex potenza coloniale, in questi giorni alle prese con il fondamentalismo al suo interno… Insomma restano come sempre gli Stati Uniti (la zona è di competenza di AFRICOM e da oltre un decennio le forze armate statunitensi conducono esercitazioni congiunte di rifornimento / supporto aereo con i colleghi dell’area, l’ultima delle quali Atlas Accord 2012 si è svolta dal 7 al 15 febbraio scorso)… ma non mi sorprenderebbe se l’ormai onnipresente Cina approfittasse dei rivolgimenti in corso per aumentare la sua presenza anche in quest’area.

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Sponda sud, croce e delizia dell’Europa

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Libia desde un autobus 13

Libia desde un autobus 13 di Rafa http://www.micamara.es, su Flickr

Nonostante i principali mass media ormai concentrino la propria attenzione solo sulle possibili commesse che le industrie occidentali potrebbero accaparrarsi durante i cosiddetti processi di “ricostruzione”, la cosiddetta Primavera araba è ben lungi dall’essere terminata.
Infatti non è che una volta “sistemati” Siria e Yemen si possa dire “missione compiuta”: gli assestamenti, a ben guardare, sono ancora in corso in tutti gli Stati percorsi da queste storiche rivolte popolari! Se in Egitto la situazione è stata congelata con l’esercito che di fatto continua a mantenere le leve del potere, pure negli altri stati la calma è solo apparente: in Tunisia le forze politiche sono spaccate ed il disagio sociale è ancora altissimo tant’è che le persone che si danno fuoco in segno di protesta sono, secondo alcune statistiche, addirittura quintuplicate; in Libia pochi giorni fa si sono verificati scontri a Bani Walid, roccaforte dei Warfalla, dove la bandiera verde del deposto regime sarebbe tornata a sventolare sugli edifici pubblici.
Ma quel che è peggio è che la caduta di regimi al potere da decenni ha portato ad un allentamento del controllo dei confini meridionali, ovvero quelli verso l’Africa sub-sahariana, tradizionalmente instabili ed oggetto di conflitti: 1) in quanto i confini medesimi sono stati tracciati con il righello ai tempi della spartizione coloniale (si pensi a quello tra Libia e Ciad) 2) senza tener conto della presenza di tribù nomadi del deserto abituate a muoversi liberamente a cavallo di essi, vivendo di commerci più o meno leciti.
Gli effetti dell’alleggerimento del controllo statale sono già visibili: a prescindere ora dalle decennali richieste di indipendenza del popolo Saharawi, nella fascia desertica e semi-desertica che fa da spartiacque tra Africa settentrionale ed Africa nera, è operativa Al Qaeda per il Maghreb (AQMI), brand regionale del noto network del terrore “inventato” dal defunto Osama bin Laden, la quale sembra oramai controllare il Sahel ed ovviamente sono presenti i tuareg i quali, venuto a cessare il patto con Gheddafi, hanno recentemente condotto attacchi in Mali.
Resta da vedere ora come questi vari gruppi, tutti fattori di destabilizzazione, interagiranno tra di loro; ad esempio tuareg ed AQMI una volta vengono dati per alleati, un’altra per rivali. Sicuramente il controllo di quest’area strategica attraverso la quale transita di tutto (uomini, armi, droga) rischia sicuramente di rappresentare un pericoloso fattore di destabilizzazione tanto per l’Africa equatoriale (ed in special modo la regione del golfo di Guinea; i recenti avvenimenti in Nigeria, dove si è diffuso il gruppo Boko Haram, sono emblematici) quanto per quella settentrionale.
E quest’ultimo aspetto è quello che ci riguarda più direttamente dal momento che la sicurezza europea non può prescindere da una sponda sud stabile e pacifica, tale da rendere il Mediterraneo un mare sul quale si possono sviluppare floridi commerci, turismo, etc. Al contrario esso potrebbe tornare ad essere, almeno nella percezione, quello che in effetti è stato per gran parte dell’età moderna: un luogo dal quale potevano arrivare rischi e pericoli. Una prospettiva sicuramente da scongiurare.