Turchia in bilico tra Occidente ed Oriente: quali ripercussioni?

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Fenestrelle_Il_Forte

130204-D-NI589-871 di U.S. Department of Defense Current Photos, su Flickr

Invito tutti coloro che dovessero essere interessati alle turbolenti vicende del Vicino e Medio Oriente, ed in particolare a quelle della Turchia, alla lettura del seguente articolo:

Turchia: indispensabile baluardo strategico o potenziale minaccia?.

In esso, redatto dal sottoscritto per Bloglobal – Osservatorio (indipendente) di politica internazionale (con il quale collaboro da un paio di mesi a questa parte), si tenta (alla luce delle scelte politiche, economiche e di sicurezza “orientaleggianti” imposte dall’attuale gruppo dirigente turco) di fornire una valutazione delle possibili conseguenze, in particolare per la sicurezza strategica della NATO e dell’Unione Europea, derivanti da questo “nuovo corso”.

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Crisi mondiale e necessità di nuovi assetti.

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<a href="http://www.flickr.com/photos/aljazeeraenglish/8049721755/" title="The Power to Protect... di Al Jazeera English, su Flickr"><img src="https://i0.wp.com/farm9.staticflickr.com/8450/8049721755_736cb6f2b3.jpg" width="500" height="333" alt="The Power to Protect..."></a>

The Power to Protect… di Al Jazeera English, su Flickr

Da una parte il Parlamento turco che autorizza (per un anno) il governo a condurre le operazioni militari ritenute più idonee a mantenere la sicurezza nazionale messa in pericolo dall’incancrenirsi della crisi siriana, dall’altra l’Iran che nel giro di pochi mesi potrebbe avere a disposizione il materiale fissile con il quale produrre il suo primo ordigno nucleare, da un’altra parte ancora la Cina che mette in servizio la Ljaoning, sua prima portaerei (indiscrezioni di stampa asseriscono che ulteriori tre siano già in cantiere) per ampliare le capacità della sua flotta d’altura scatenando una corsa al riarmo in Estremo Oriente, e da ultimo la Corea del Nord che afferma di essere in grado di colpire, verosimilmente con i suoi missili, lo stesso territorio continentale degli Stati Uniti (ma questa volta la notizia sembra davvero una boutade propagandistica).
Sono queste alcune delle notizie circolate sui principali media di tutto il mondo nelle ultime settimane: ma al di là della loro natura (vale a dire l’esplicito oppure il solo minacciato ricorso all’uso della forza) cos’è che accomuna tutte queste notizie? Esiste un filo conduttore sotterraneo che le lega?
A mio avviso sì: infatti senza lasciarsi fuorviare dalla distanza geografica dei vari focolai di crisi (ed ancora meno dalle diverse intensità delle crisi medesime!) guardando un po’ al di sotto di esse si nota come le cause vadano ascritte all’esigenza di trovare assetti più consoni ai nuovi rapporti di forza, assetti che talvolta implicano il ridisegnare quei confini tracciati dalle potenze vincitrici della II Guerra Mondiale.
Chiunque, guardando una carta geografica, può constatare come malgrado siano trascorsi oltre vent’anni dalla fine della Guerra Fredda solo l’area occupata dagli stati appartenenti all’ex Patto di Varsavia è stata oggetto, per evidenti motivi, di questa ridefinizione (eccezioni di rilievo la non allineata ex Yugoslavia in Europa, Timor Est in Asia e l’Eritrea in Africa – la Somalia la escludo perché di fatto la transizione non è ancora conclusa, n.d.r.).
La politica (o la guerra, che secondo la massima clausewitziana ne rappresenta il proseguimento con altri mezzi) in altri termini non è stata in grado di adoperare proficuamente il tempo a disposizione per “ammodernare” il mondo e la sua governance, necessità tanto più urgente alla luce delle profonde trasformazioni socio-economiche e tecnologiche che sono contestualmente avvenute.
Sembra dunque venuto il momento di fare i conti con i cambiamenti della Storia: la Turchia reclama un suo ruolo in un Medio Oriente fossilizzato in confini tracciati dai mandatari Francia e Regno Unito nonché dal sessantennale conflitto latente tra arabi ed israeliani; l’Iran parimenti aspira a diventare potenza regionale (e ad avere l’atomica come i vicini pakistani ed indiani); la Cina, secondo tutte le previsione destinata a breve a diventare prima economia mondiale, deve giocoforza cautelarsi assicurando la protezione delle vitali rotte commerciali per le sue merci in uscita verso l’Europa ed il nord America così come il regolare afflusso delle indispensabili materie prime dall’Africa e dal Golfo Arabico (di qui la necessità di una flotta d’altura con capacità di proiezione di forza anche se così facendo mette in allarme tutte le potenze dell’area, Giappone e Corea del Sud in primis); la Corea del Nord, in uno scacchiere del Pacifico in rapida mutazione, si trova a giocare una battaglia di retroguardia, autentico residuato della Guerra Fredda.
Tutto, dunque, sembra avere una sua spiegazione logica (la ridefinizione, appunto, dei valori in campo e di conseguenza delle zone di influenza e delle alleanze, se necessario anche ridisegnando i confini di Stati come più volte sottolineato in questo blog inventati a tavolino in epoca coloniale e poi “ratificati” nel 1945) anche se esiste una variabile indipendente di non poco conto: l’attuale stagnazione / depressione economica infatti potrebbe svolgere un ruolo di imprevedibile detonatore di crisi e conflitti o quanto meno attivare fenomeni per certi versi analoghi (anche se chi scrive è tra coloro che credono che, nonostante il famoso adagio, la Storia non si ripeta) a quanto avvenuto con la Grande Crisi degli Anni Trenta e che ha fatto da trait d’union a quella che il da poco defunto Eric Hobsbawm aveva suggestivamente definito la Guerra dei Trent’Anni del XX secolo cioè quel tragico periodo della storia contemporanea che va dal 1914 (ma perché no dalla Guerra di Libia del 1911-12?) al 1945.

Ankara sogna il ritorno dell’Impero Ottomano

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Ottoman Empire Antique Map

Ottoman Empire Antique Map di prince_volin, su Flickr


INCIPIT.

In un articolo su Limes di quasi dieci anni fa (n. 1/2003 per l’esattezza) Marco Ansaldo parlava dei “sogni ottomani” di Ankara: gli Stati Uniti di George W. Bush stavano per scatenare il loro attacco all’Iraq di Saddam Hussein in quella che sarebbe passata alla storia come II Guerra del Golfo e premevano a che il governo turco del primo ministro Gul autorizzasse le truppe statunitensi a transitare per il proprio territorio aprendo così quello che avrebbe dovuto essere il fronte nord dell’imminente conflitto. Per Ankara giocava a favore di questa soluzione la considerazione pragmatica di controllare ulteriormente il nord (curdo) dell’Iraq, sul quale vigeva la no fly zone e nel quale gli sconfinamenti delle truppe turche non erano infrequenti, e il sogno “ideale” di ripristinare i fasti dell’Impero Ottomano ristabilendo il controllo su quelle che erano state le province di Mosul e Kirkuk.
Le cose sarebbero poi andate ben diversamente (Ankara negò a Washinghton, che se ne riebbe, il passaggio delle truppe) ma il richiamo ideale ai fasti del sultanato sono rimasti ben presenti nella classe dirigente turca che si trova, oggi, nella situazione di poter in parte attuare i propri propositi.

LE OPPORTUNITA’ DELLA CRISI

La crisi economica, che peraltro non ha per il momento intaccato le performance dell’economia turca, il cui PIL è dato in crescita del 10%, ha infatti da una parte reso assai meno appetibile la prospettiva di entrare nell’Unione Europea e dall’altro ha funto da detonatore per quella Primavera Araba, non ancora conclusa, che ha riscritto la geografia politica di numerosi stati.
Proprio i rivolgimenti della Primavera Araba hanno offerto ed offrono le opportunità più “ghiotte”: in Siria la presa sul paese della dinastia alauita degli Assad si sta lentamente sgretolando e la Turchia costituisce la retrovia logistica per il Free Syrian Army. Superfluo sottolineare come questo supporto non sia disinteressato e la speranza di tornare ad avere un’influenza sulle questioni interne di Damasco tutt’altro che peregrina! Discorso analogo per il Libano, i cui fragilissimi equilibri è lecito attendersi si romperanno (quanto fragorosamente è però da vedersi) una volta che muteranno i “referenti” a Damasco (a proposito il rischio di contagio dal vicino paese è elevato; di pochi giorni fa la notizia di scontri tra fazioni a Beirut di un’intensità che non si vedeva da anni).
Insomma, considerando anche come si abbia già un piede a Cipro, l’influenza turca sul Mediterraneo orientale potrebbe crescere enormemente, per diventare massima qualora dovesse saldarsi quell’asse con l’Egitto che si è profilato all’indomani della caduta di Hosni Mubarak (Erdogan si è recato a Il Cairo come prima tappa del suo tour nel nord Africa; n.d.r.).
Anche guardando ad Occidente la crisi sembra aprire un ventaglio di favorevoli occasioni da cogliere: come si osservava su Il Sole 24 Ore di qualche giorno fa il paventato ritorno della Grecia alla dracma potrebbe facilitare la penetrazione economica di Ankara la quale, a ben guardare, potrebbe continuare la propria corsa anche nei Balcani (dove, rammentiamo, la presenza ottomana ha avuto una durata secolare che si può dire conclusa solo con la I Guerra Balcanica del 1912-13), facilitata dalla frammentazione politica della regione, dalla presenza di popolazioni di religione mussulmana (in Bosnia, Albania e Kossovo) nonché, di nuovo, dal venir meno dell’attrattività dell’UE per questi Stati che in larga parte vivono di aiuti internazionali.

I POSSIBILI SCENARI

Proseguirà questo protagonismo turco, guidato da una classe dirigente tanto ambiziosa quanto chiacchierata, sorretto da un’economia che non sembra accusare i colpi della crisi e dalla “moral suasion” del secondo esercito della NATO? Se sì, quali scenari si possono prefigurare? A mio avviso sostanzialmente due, uno sostanzialmente positivo, l’altro decisamente fonte di preoccupazioni.
SCENARIO 1. L’espansione turca è soprattutto economica e in questo senso funge da volano per la crescita dell’intero Medio Oriente; Ankara assurge a modello di paese islamico laico, economicamente progredito e (relativamente) democratico e diventa fattore di stabilizzazione per l’intera area nonché partner privilegiato dell’UE e, militarmente parlando, membro NATO di primaria importanza data la sua proiezione geografica verso l’Asia centrale. Questa prospettiva, per la cronaca, sarebbe ben accetta anche da alcuni think tank statunitensi i quali hanno constatato come storicamente il Medio Oriente, con il suo crogiolo di popoli e confessioni religiose (Libano e Palestina in primis), sia stato relativamente pacifico / pacificato solo quando inserito all’interno di grandi entità statali (Impero Romano prima ed Ottomano poi, con l’intermezzo di quello Bizantino).
SCENARIO 2. Nel progetto dell’attuale classe dirigente di ispirazione islamico-conservatrice la penetrazione economica rappresenta solo il primo passo per quella politico-militare; in tal caso le frizioni sarebbero inevitabili perlomeno con Israele, con la Russia e con l’UE (interessante il ricorso storico per cui l’attuale UE germanocentrica può essere ritenuta erede dell’Impero asburgico / Sacro Romano Impero Germanico e la Russia degli oligarchi di quella zarista panslavista e panortodossa; n.d.r.). Vediamo caso per caso:
a) Israele: dopo anni di buone relazioni diplomatiche attualmente i rapporti tra i due stati sono tesi, complice l’incidente del 2010 della Freedom Flotilla (una nave turca con a bordo attivisti pro-palestinesi decisa ad approdare a Gaza rompendo il blocco navale israeliano fu abbordata dalle truppe speciali di Tel Aviv che causarono 9 vittime; n.d.r.). Inutile dire che per Israele la prospettiva di trovarsi nel giro di qualche anno stretto (o meglio accerchiato) tra una Turchia ed un Egitto alleati ed ostili, rappresenterebbe una minaccia mortale alla propria sopravvivenza alla quale bisognerebbe rispondere con tutti i mezzi a disposizione. Per questo motivo è ipotizzabile che a Tel Aviv si farà il possibile per non giungere ad una simile situazione, limitando cioè l’espansione turca sia per vie diplomatiche (contando in questo caso sull’aiuto degli Stati Uniti) sia, qualora costretti, favorendo l’instabilità un po’ prima della “porta di casa”. In questo senso il Libano potrebbe cinicamente essere visto come “utile” stato cuscinetto / camera di compensazione nella quale scaricare la conflittualità latente.
b) con la Russia i punti di contrasto potrebbero essere molteplici ovvero, in ordine crescente di importanza: 1) il sempre instabile Caucaso, 2) i Balcani (in special modo qualora la Turchia si dovesse ergere, in virtù dei rapporti economici e religiosi, a paladina dei mussulmani della regione, dove i contrasti con i nazionalisti ortodossi sono all’ordine del giorno; va a tal riguardo ricordato come il neo eletto presidente della Serbia, il nazionalista Tomislav Nikolic, avesse negli anni Novanta dello scorso secolo proposto la creazione di una federazione “ortodossa” che avrebbe dovuto unire Serbia, Bielorussia e Russia!) e soprattutto 3) il Mar Nero / l’accesso al Mediterraneo, vecchio pallino degli zar che potrebbe venir frustrato qualora la Turchia si sostituisse proprio alla Russia come protettrice della Siria, nel cui porto di Tartus stazionano più o meno stabilmente navi della Flotta Russa
c) con l’Unione Europea i motivi di attrito sarebbero soprattutto a livello strategico: in particolare non sarebbe tollerabile la presenza di una Turchia “ostile” eventualmente in grado di bloccare importanti vie di approvvigionamento energetico (il gasdotto Blue Stream è un esempio calzante) e di traffico commerciale (Mediterraneo Orientale con canale di Suez) così come non sarebbe accettabile nemmeno, dopo oltre un decennio di onerose operazioni di peace keeping / peace enforcement, vedere nuovamente deteriorarsi la situazione nei Balcani, la cui stabilità rimane essenziale per la sicurezza europea.

EXPLICIT

Molti elementi suggeriscono che la Turchia sia destinata ad aumentare la propria influenza nel Medio Oriente, il che potrebbe rappresentare nel breve periodo un elemento positivo in quanto capace di dare nuovi e più solidi assetti alla regione.
Nel contempo non è da escludere che nel medio – lungo periodo le ambizioni turche cambino di natura, facendosi più minacciose e soprattutto e probabile che si volgano ad Occidente, lungo quelle direttrici (in parte dettate dalla geografia) che hanno caratterizzato storicamente l’espansione dell’Impero Ottomano.
Una tale evenienza è sicuramente da scongiurare da momento che 1) verrebbero ad essere interrotte linee e rotte commerciali strategiche dell’UE 2) la rottura degli equilibri nei Balcani rappresenterebbe una minaccia diretta alla sicurezza dell’Unione Europea.
A tal fine è importante rafforzare i rapporti, soprattutto economici, con la Turchia in modo che rientri nell’interesse di entrambe le parti il mantenimento di buone relazioni; non meno importante è che l’UE, diversamente da quanto fatto finora, riesca ad elaborare proposte concrete per una soluzione concordata della crisi siriana così come della questione palestinese, facendosi in altri termini garante, dal punto di vista diplomatico – militare, del nuovo assetto del Medio Oriente, senza cioè lasciare campo libero alla Turchia, altrimenti candidata a divenire potenza egemone dell’area.

Rivolta siriana e balletto delle alleanze

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A member of the Free Syrian Army burns a portrait of Bashar Assad in Al Qsair. Jan. 25, 2012

A member of the Free Syrian Army burns a portrait of Bashar Assad in Al Qsair. Jan. 25, 2012 di FreedomHouse, su Flickr

La notizia seconda la quale la Russia ha presentato all’ONU una risoluzione contro l’uso spropositato della forza da parte siriana ha letteralmente sparigliato quelle che erano le tradizionali alleanze nell’area. Proprio la Russia infatti si era da subito schierata in prima linea nella difesa del presidente siriano Bashar al Assad ed ultimamente aveva inviato una squadra navale nelle acque siriane, giusto per dimostrare coi fatti la propria determinazione. Proprio per questo motivo la mossa diplomatica all’ONU risulta assai “strana”, senza considerare quanto essa sia in netto contrasto con le dichiarazioni rilasciate sino a pochi giorni fa! In questo senso sembra rafforzarsi l’ipotesi, ventilata da Germano Dottori in un interessante articolo, che in realtà l’obiettivo russo (con il tacito accordo israeliano) sia, piuttosto che salvare Assad, limitare l’espansione geopolitica della Turchia, altro stato tradizionalmente in buoni rapporti con Damasco ma che ultimamente ha, per così dire, “cambiato opinione”.
Sia come sia, la nuova posizione russa sembra a mio parere mettere con le spalle al muro il presidente siriano, che si ritrova come unici alleati l’Iran ed il Libano (o, più precisamente, l’Hizbollah libanese).
Resta ora da vedere dunque quanto l’Occidente e la Lega Araba vogliano “spingere sull’acceleratore” e raggiungere una soluzione alla crisi siriana; dal punto di vista operativo mi sembra che gli Stati Uniti anche in questo caso siano intenzionati a “sovrintendere” all’affare ma delegando ad altri il “lavoro vero e proprio”. Per la delicatezza del caso (vale a dire: per non irritare troppo platealmente l’Iran, essendo Damasco la punta avanzata di quella “mezza luna sciita” che da Teheran si spinge fin nel Mediterraneo), sono del parere che si lascerà la parvenza che siano i siriani a “sbrigarsela tra di loro”. Vanno in questa direzione le opzioni finora ventilate di istituire un “corridoio umanitario” oppure l’immancabile no fly zone, grazie alle quali, manco a dire, i soliti “consiglieri” militari potranno trasferire consigli ed armi ai sempre più numerosi disertori dell’esercito siriano, organizzandoli in una forza capace di abbattere il regime senza che “ufficialmente” vi sia nessuna particolare ingerenza straniera.
Dovesse essere questa l’evoluzione prossimo futura, sarà interessante verificare il tipo di accordo (ed il grado di integrazione) cui riusciranno ad addivenire le varie potenze interessate a giocare un ruolo nell’area. Giusto per dire la mia, credo che l’idea francese di usare il Libano come base logistica sia avventata (il rischio di una reazione di Hizbollah è troppo elevata e ciò potrebbe mettere in una delicata posizione le truppe ONU schierate a mo’ di cuscinetto lungo il Litani). Se l’opzione prescelta è quella di instaurare un corridoio umanitario, molto meglio prediligere la parte nord (dalla Turchia) o quella giordana (dove già molti profughi si sono rifugiati); se invece si punta sulla no fly zone non c’è che l’imbarazzo della scelta, tra basi in Turchia, Cipro, etc. ed aerei basati sulle portaerei.
Insomma, con un po’ di tatto ed equilibro, è possibile uscire dalla crisi siriana preservando la pace regionale nonché le esauste casse Occidentali.