Crisi africane e crisi europea

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110923 Sahel states appeal for counter-terror assistance | بلدان الساحل تطلب المساعدة لمواجهة الإرهاب | Les Etats du Sahel demandent une assistance dans la lutte contre le terrorisme

110923 Sahel states appeal for counter-terror assistance | بلدان الساحل تطلب المساعدة لمواجهة الإرهاب | Les Etats du Sahel demandent une assistance dans la lutte contre le terrorisme di Magharebia, su Flickr

A volte viene veramente da chiedersi in che mani affidiamo la nostra sicurezza: già perché sentire dire da un Ministro degli Affari Esteri (della nostra Repubblica purtroppo) che “la situazione è improvvisamente precipitata” quando anche un blog amatoriale come questo aveva ripetutamente messo in guardia sulla criticità della situazione sahariana e sulle conseguenti minacce poste alla sicurezza europea, fa veramente accapponare la pelle.
Non che all’estero le cose vadano meglio, intendiamoci: l’attacco francese è evidentemente stato pianificato in fretta e furia (non si giustifica altrimenti la mancata presenza sul campo di un numero adeguato di truppe, francesi o africane poco importa, necessarie a debellare le milizie islamiche finché “inchiodate” dai raid dell’aviazione) e ancora più assurdo è che Parigi, ma in generale l’Occidente, non abbia rafforzato / chiesto il rafforzamento delle misure di sicurezza di quei luoghi evidentemente a rischio, specie dopo gli espliciti avvisi ricevuti (il riferimento è ovviamente al campo petrolifero di In Amenas, dove stando agli ultimi lanci di agenzia il rapimento – secondo alcuni esperti però pianificato ben prima dell’attacco francese – è sfociato in massacro).
Purtroppo la realtà è che l’Europa, oggi come in Libia due anni orsono, continua a procedere in ordine sparso: basti pensare all’improvvida dichiarazione del ministro degli Esteri tedesco Westerwelle il quale aveva a caldo sentenziato che “serve una soluzione politica” quando da oramai un anno vi è un inviato ONU per il Sahel (Romano Prodi…) che evidentemente non ha raggiunto i risultati sperati, ma non li ha raggiunti verosimilmente non per demeriti propri ma assai più realisticamente perché, c’è da scommetterci, privo del necessario supporto da parte dei vari attori della vicenda (figurarsi ad esempio se la Francia si sogna di lasciare carta bianca in quello che era il suo ex impero coloniale, più probabile un patriottico ostruzionismo… e non a caso i piani prevedevano di dispiegare un forza ONU per l’autunno prossimo!!! Quando si dice rinviare ad calendam…)
Le analogie con la campagna sulla Libia del 2011 non si limitano alla sola improvvisazione politica: gli Stati Uniti proseguono sulla loro linea di appoggio a livello di intelligence (passando i dati raccolti dai loro satelliti, aerei spia, UAV, etc.), il Regno Unito ha praticamente da subito approvato l’azione francese ma stavolta garantendo il solo appoggio logistico, l’Italia, che pur è in prima fila sul confine sud dell’Europa e avrebbe tutto da guadagnare da una stabilizzazione di Libia ed Algeria, dalle quali importiamo rispettivamente petrolio e gas, ha cincischiato qualche giorno prima di decidersi ad offrire un sostegno addestrativo e logistico di bassissimo profilo, la Germania ancora una volta si è sottratta al suo ruolo di nazione guida dell’Europa.
Se queste sono le premesse, credere che le operazioni militari raggiungano risultati apprezzabili è quasi un atto di fede!
Infatti i miliziani (il cui numero è stimato dalle poche centinaia ad un paio di migliaia di unità) godono di alcuni vantaggi a mio parere essenziali: 1) mobilità, viaggiando a bordo delle caratteristiche “tecniche”, vale a dire pick up armati (vere e proprie “navi del deserto”) che trasportano il giusto di carburante, viveri e munizioni => 2) relativa indipendenza logistica, diversamente dalle truppe “occidentali” (l’aliquota di reparti speciali dovrebbe, a mio modo di vedere, essere la maggiore possibile) che al contrario operano lontano dalle proprie basi e si spostano soprattutto per via aerea 3) il fattore tempo: è probabile che, prima che sul campo sia presente un numero di soldati sufficiente da un lato a garantire il presidio delle città / villaggi riconquistati dall’altro a combattere concretamente il nemico, le milizie islamiche si siano sganciate riparando, sfruttando la citata mobilità ed approfittando della porosità dei confini, negli stati confinanti (Ciad, Algeria, Libia, Niger, Mauritania).
E’ dunque altamente probabile che le operazioni, se si vorrà veramente raggiungere un obiettivo duraturo, si estendano nel prossimo futuro anche al territorio di altri stati (si starebbe andando dunque verso una internazionalizzazione del conflitto), il che a sua volta avrà come effetti il richiamo al jihad di numerosi “arabi”, nuovi fermenti in seno agli stati dell’intera Africa settentrionale, il che potrebbe innescare un’ulteriore serie di reazioni a catena (nuovi flussi di immigrati, blocco delle estrazioni di gas e petrolio, etc.).
Insomma, la crisi africana rischia veramente di scindersi inestricabilmente con la crisi, tanto economica quanto politica, dell’Europa.

L’autolesionismo europeo

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Bandiera dell'Unione (EU Flag)

Bandiera dell'Unione (EU Flag) di Giampaolo Squarcina, su Flickr

In una delle sue celebri esternazioni Henry Kissinger definiva l’Europa, a mio avviso giustamente, “un gigante economico, un nano politico e un verme militare”; alla luce degli accadimenti di quest’ultimo biennio una simile affermazione mantiene una sua attinenza con la realtà? Nei tre ambiti in questione (economia, politica, difesa), l’Europa “come sta messa”? Quali sono le prospettive? Procediamo con ordine.

ECONOMIA. Non è questa la sede nella quale dispensare ricette per uscire dalla crisi ma è certo che, prendendo a riferimento l’altra grande fase di depressione economica che ha colpito l’intera economia mondiale (quella degli anni Trenta dello scorso secolo), gran parte delle soluzioni adottate all’epoca si rivelarono inefficaci quando non addirittura dannose. Le politiche (ultra)liberiste inizialmente perseguite portarono ad una riduzione della domanda e di conseguenza alla contrazione dei commerci e di qui ad un ulteriore calo nella produzione industriale (la crisi genera crisi); da questo momento in poi i vari Stati seguirono vie nazionali nel tentativo di uscire dal vicolo cieco in cui si erano infilate: 1) gli Stati Uniti avviarono, con il New Deal roosveltiano di ispirazione keynesiana, una politica di deficit spending con la quale lo Stato si faceva promotore di investimenti infrustrutturali che creavano sì passivo di bilancio ma per l’appunto infrastrutture strategiche e soprattutto posti di lavoro 2) l’Italia fascista, dopo una fase liberista, si votò all’autarchia, nuova variante del classico protezionismo, che alla lunga svuotò le casse ed insterilì il sistema produttivo in termini di capacità di innovazione, produzione e produttività (problema che afflisse l’industria degli armamenti in primis) 3) la Germania nazista, sotto l’abile guida di Hjalmar Schacht, combinò il massiccio intervento pubblico con un sistema di scambi commerciali (soprattutto con l’Unione Sovietica) assimilabile al baratto; purtroppo a beneficiare di questa politica fu la tradizionale industria pesante, necessaria per portare a termine il piano di riarmo deliberatamente ricercato da Hitler (che dal canto suo non ci pensò su due volte di usare le armi così ottenute, precipitando il mondo intero nella Seconda Guerra Mondiale).
Oggi nessuna di queste vie è percorribile o meglio, la prima lo sarebbe, ma essendo le teorie sul rigore dei conti predominanti non se ne fa niente… In queste condizioni il rischio di una lunga fase di recessione / stagnazione è tutt’altro che remoto così come elevate sono le possibilità che si crei un solco sempre più marcato tra un nord Europa virtuoso ed un’Europa mediterranea e balcanica (per inciso la zona geopoliticamente più calda) a rimorchio. L’esito complessivo comunque non cambia e corrisponde ad una notevole perdita d’importanza dell’Europa all’interno del sistema economico globale.

POLITICA. Oggi come una volta l’Europa è del tutto incapace di esprimere un’unica voce politica ed anzi l’allargamento dell’Unione Europea ha comportato una rivisitazione dei processi decisionali che, alla ricerca di un equilibrio di poteri tra UE e stati nazionali, ha reso le istituzioni comunitarie ancora più farraginose. Persino obiettivi facilmente raggiungibili con un minimo di coesione ma dall’alto valore simbolico (come l’ottenimento di un seggio europeo all’ONU) sono stati clamorosamente mancati, cosa incredibile se si pensa che gli equilibri dell’ONU sono quelli del 1945 e sono passati 21 anni dal crollo del comunismo! Tra l’altro la cosa sa anche di beffa perché, se il doveroso “aggiornamento” delle Nazioni Unite fosse stato fatto un decennio fa, l’UE avrebbe decisamente contato di più di quanto conti ora (è sensato che Regno Unito e Francia abbiano un seggio ed India e Brasile no?). Se poi aggiungiamo che: 1) la crisi sta “erodendo” quel poco di solidarietà che esisteva tra Stati 2) non si è individuato un sostrato culturale comune (non occorre essere ferventi neo-guelfi per capire che i riferimenti alla radici cristiane dell’Europa fossero necessari per garantire un collante che trascendesse il mero “mercato”, tanto più considerando che moltissimi stati di recente adesione all’Unione basano la loro identità nazionale sulla funzione storica svolta in qualità di antemurale dell’Impero Ottomano), si evince come dal punto di vista politico stiamo veramente messi male.
Che le cose non vadano per il verso giusto lo capiamo dall’assenza, Mrs. Ashton non me ne voglia, di una politica estera comune: quasi sempre divisi sugli interventi internazionali (emblematica la guerra all’Iraq del 2003, ma non è che nella campagna in Libia del 2011 le cose siano andate molto meglio!), l’UE continua a dimostrarsi del tutto incapace di comprendere le dinamiche di cambiamento in atto nei vari Stati, continuando a prediligere i vecchi interlocutori salvo poi trovarsi completamente spiazzati una volta che il vento del cambiamento soffia (da manuale quanto avvenuto con la cosiddetta “Primavera Araba” e quanto sta tuttora avvenendo in Siria o nel Shael). Purtroppo l’Europa non riesce a trovare una posizione comune nemmeno su dossier ben più “stagionati” per i quali non c’è neppure l’attenuante (che per chi scrive in realtà è un’aggravante) di essere stati colti di sorpresa: sulla questione palestinese o quella iraniana si procede in ordine sparso ed in genere senza offrire soluzioni alternative a quella di Washington. In altri termini l’UE sembra rinunciare ad agire come un soggetto politico autonomo e capace di proprie iniziative e proposte. Le spiegazioni che si possono dare ad un simile atteggiamento sono due ed intimamente correlate: 1) assenza di una politica estera condivisa e definita in termini di interessi, priorità, obiettivi, etc. 2) inesistenza di uno strumento militare comunitario (leggasi: Esercito Europeo), con il quale passiamo all’ultimo capitolo di questa analisi =>

DIFESA. Come ricordato poc’anzi esiste una profonda correlazione tra strumento militare e politica estera con il primo che dovrebbe essere calibrato per rispondere alle minacce alla sicurezza europea, minacce che come noto non sono più esclusivamente da intendere nei termini del classico attacco militare condotto con strumenti di offesa ma che comprendono anche la sicurezza delle linee di comunicazione marittime (il che porta ad includere Atlantico, Mar Mediterraneo con l’Africa settentrionale e subsahariana nonché Oceano Indiano – con sue appendici – e Mar Giallo nelle aree di competenza), i canali di approvvigionamento energetico, la sicurezza delle infrastrutture strategiche (incluse quelle di TLC, con tutti i nuovi scenari della cyberwar) e via di questo passo.
Purtroppo anche in questo caso la crisi ha peggiorato le cose: creare un Esercito Europeo ovviamente costa e l’assenza di adeguati finanziamenti non solo non aiuta (al di là della volontà politica di farlo, ma questo è un altro discorso) ma mette addirittura a rischio la compatibilità con gli standard NATO (che la presenza della NATO abbia disincentivato gli Stati europei dal prendere serie iniziative comunitarie è a mio avviso un dato di fatto, ma questo non deve diventare un alibi) oltre che la perdita di capacità, tecnologiche ed operative, in aree critiche come i sistemi aerei avanzati, i sottomarini, le operazioni in alto mare…
Del resto i tagli di bilancio hanno falcidiato o pesantemente decurtato programmi talvolta vitali, come quello per le fregate FREMM (quando la necessità di controllare gli oceani appare sempre più manifesta; con i pirati, veri o presunti, noi italiani ci siamo scottati per bene!), per lo sviluppo di UAV / UCAV, per l’acquisizione di sottomarini e portaerei ma, cosa ancor più importante, per il rinnovo del parco dei veicoli tattici e da combattimento destinati alle truppe di terra (gli MBT ormai non vengono quasi più considerati…). Il panorama dunque è desolante giacché delle forze armate ci si ricorda solo nel momento del bisogno (vale a dire nei momenti di crisi) e non si capisce come far passare il messaggio che la sanità, l’istruzione, etc. sono sicuramente fondamentali ma che il presidio posto alla democrazia ed alla libertà dalle Forze Armate non è da meno.

Per concludere l’Europa ha perso un decennio fa, sulla scia delle guerre balcaniche e dei relativi interventi di peace enforcement / peace keeping, il treno della costruzione della sua identità di difesa, sia in termini di rappresentanza presso le istituzioni internazionali sia più concretamente di costituzione delle sue strutture operative. Ci si è accontentati dell’economia (introduzione dell’Euro) e l’economia ci ha puniti portandoci in una crisi dalla quale non si sa come uscire e che avrà pesanti strascichi nell’ambito della difesa. La perdita di capacità operative, che bene o male eravamo riusciti a conquistare e mantenere, si allargherà e non riuscirà più a camuffare il peso praticamente nullo dell’Unione Europea.

Verso il nuovo modello di difesa italiano

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Soldato italiano

Soldato italiano di giopuo, su Flickr

Gli effetti della crisi economica arrivano a colpire anche le Forze Armate ed il ministro della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, con un tour de force che lo ha visto impegnato a rilasciare interviste in TV (ad 8 e 1/2) ed ai giornali (Corriere della Sera) annuncia che bisogna rivedere lo strumento militare italiano procedendo ad una drastica riduzione del personale, unico modo per ridurre i costi e concentrare i soldi disponibili sui vitali programmi di acquisizione dei materiali oltre che all’addestramento del personale ed al finanziamento delle missioni all’estero. L’obiettivo è uno strumento militare di dimensioni più contenute ma con pressoché immutate capacità operative.
Sentire simili affermazioni mi fa semplicemente ridere (amaro, s’intende): sono gli stessi identici discorsi che si facevano non più di dieci anni fa nel momento in cui si chiudeva l’epoca del servizio di leva obbligatorio per passare a quello basato esclusivamente su soldati volontari “professionisti” (personalmente ero e rimango per il modello elvetico, nel quale affianco ad un nocciolo duro di professionisti in servizio permanente tutti, maschi e femmine indistintamente, vestono la divisa per un paio di di mesi, ma questo ormai non conta più nulla…)! Anche all’epoca si garantiva che riducendo gli effettivi avremmo avuto un esercito più snello ed efficiente, così come che ci si sarebbe potuti concentrare sulle acquisizioni ed in generale sull’ammodernamento delle “dotazioni tecnologiche” delle Forze Armate.
Oggi possiamo dire che quelle promesse non erano in gran parte mantenibili e che dieci anni sono trascorsi (quasi) inutilmente. Di seguito espongo i principali motivi per cui ritengo che anche la nuova “cura dimagrante” difficilmente raggiungerà gli effetti desiderati:
1) in questi ultimi 10 – 15 anni si è assistito ad una sorta di “specializzazione” nel “mercato” della guerra: gli Stati Uniti (seguiti a fatica da Regno Unito e ad ulteriore distanza da qualche altro stato dell’area anglo-sassone) a fare la guerra con massiccio ricorso alla tecnologia, il resto del mondo a mettere la manovalanza nelle successive fasi di peace-keeping, peace enforcement, etc. Se ora riduciamo gli effettivi delle FF.AA. non vedo quale altra pedina di scambio possiamo giocare per mantenere un minimo ruolo (“prestigio” è parola grossa) sul piano internazionale (lo so, detta così ricorda molto le “8 milioni di baionette”, ma purtroppo è la triste realtà)
2) difficilmente la tecnologia potrà colmare il calo delle capacità conseguenti alle riduzioni negli organici (non bisogna mai dimenticare la lezione irakena che far la guerra senza sufficienti truppe per poter poi presidiare il territorio conquistato e stabilizzarlo prima che i vinti possano rialzare la testa rischia di essere un azzardo che poi si paga caro) né d’altro canto la tecnologia è gratis né è vero che questa fa risparmiare personale! Anche senza cadere negli eccessi rumsfeldiani di inizio millennio, i dati che provengono dagli Stati Uniti sono lì a dimostrarlo: un approfondito articolo del Los Angeles Times, che cita fonti USAAF, rivela come “gestire” uno UAV Predator (non solo per il supporto a terra o per pilotare da remoto e condurre un eventuale attacco, ma soprattutto per analizzare la mole di dati trasmessi da questo drone attivo H24) richieda il lavoro di 168 persone (in gran parte civili), cifra che sale a circa 300 per il più grande Global Hawk. Numeri che fanno apparire poca cosa le “appena” 100 persone che servono per un F16 pilotato da un essere umano! Ok, mi si potrà obiettare che con un drone, oltre a non mettere a repentaglio la vita del pilota, si possono fare “turni di servizio” tali da ottenere quella sorveglianza del campo di battaglia 24 ore su 24 che è la premessa per la sua digitalizzazione ed in ultima istanza per il dominio dell’informazione (= ottenimento di un “vantaggio competitivo” sul nemico, al patto ovviamente di utilizzare bene le informazioni raccolte!), ma non venite a raccontarmi che si risparmiano soldi né che si riduce il personale, perché forse diminuirà quello che indossa la divisa ma considerando l’aumento di quello civile dubito che il saldo complessivo sia molto favorevole. E si badi che la crescita esponenziale del numero e dei ruoli svolti dai “privati” nel comparto della difesa non riguarda solo lavori “da scrivania” ma anche altri ben più operativi, basta considerare la presenza massiccia di contractors in Iraq ed in Afghanistan (in genere ex soldati che tolta la divisa si fanno un’altra ben remunerata carriera – rischiando la pelle, per carità – contando sugli agganci posseduti al Pentagono). Se trasferiamo in Italia un simile sistema crediamo davvero che siano possibili risparmi? Mi si accappona la pelle solo a pensare alle modalità con cui verrebbero condotte queste “trattative” con i privati, tra clientelismi diffusi e corruzione endemica (Finmeccanica docet)!
3) Un’altra considerazione, di ordine interno questa volta, che mi fa ritenere poco attuabili i tagli preannunciati è quella relativa alla volontà politica di lasciare veramente a casa migliaia di soldati reclutati in gran parte in regioni in cui l’offerta di lavoro scarseggia. Purtroppo in questi anni non si è pensato molto al dopo (posti riservati nella P.A. o in altri corpi dello Stato) né d’altro canto è ora ipotizzabile zavorrare ulteriormente un apparato statale che ha bisogno semmai di essere alleggerito nel suo complesso. Insomma, la questione la vedo politicamente molto difficile.
Come uscire dunque da questa empasse? In altri termini, come raggiungere il delicato punto di equilibrio tra costi (sostenibili) e capacità operative?
A mio parere entrambe le risposte sono ottenibili ragionando su scala europea: 1) sul fronte dei costi la creazione di un vero mercato europeo degli armamenti porterebbe ad una loro diminuzione grazie alle possibili economie di scala e ai volumi di produzione più elevati. Purtroppo nazionalismi davvero anacronistici impediscono che questa strada venga perseguita fino in fondo: se la creazione di colossi sovranazionali è stata portata a termine a cavallo del nuovo millennio (vedi EADS) la ripartizione delle varie commesse più che a logiche industriali risponde ancora a criteri di ripartizione in “quote” tipici del peggior manuale Cencelli 2) la creazione di un esercito europeo, di dimensioni e capacità paragonabili a quelli degli altri principali protagonisti della scena politica mondiale (Stati Uniti, Russia, Cina, India, etc.), con reparti misti (ovvero non su base nazionale) e comando unitario affidato ad un “comandante in capo europeo”. Purtroppo anche in questo caso i nazionalismi mi sembrano praticamente insuperabili e sarà già tanto se riusciremo a salvare l’euro, figuriamoci se ce la facciamo a fare un esercito comune! L’unica soluzione praticabile è forse la seguente 3), già ventilata in ambito NATO qualche tempo fa: dal momento che oramai nessun paese ha i soldi per fare tutto (assicurare in modo autonomo una difesa marina, terrestre ed aerea che non sia di sola facciata) si stabilisce che ciascuno Stato si specializza in uno specifico ambito in base alle capacità finanziarie ed industriali: poniamo l’Italia negli aerei da trasporto, la Francia in quelli da caccia, la Germania nei reparti corazzati, i Paesi Bassi nei dragamine e via di questo passo. Ciascuno stato poi conferisce i propri asset ad un comando europeo che li usa a seconda dei bisogni nella risoluzione delle crisi internazionali. Tale sistema ha il vantaggio di imporre ad ogni Stato la rinuncia ad un pezzetto della propria “sovranità” (mal comune mezzo gaudio, vien quasi da pensare!) e soprattutto delle proprie capacità operative, cosa che li costringe a rafforzare i legami perché solo stando insieme lo strumento militare diviene veramente completo ed in grado di assicurare la difesa collettiva da tutti i tipi di minacce.
Riassumendo, ragionare con un’ottica meramente nazionale non ha senso: non porta a nessun immediato contributo nella risoluzione della crisi (i tempi di attuazione sarebbero giocoforza biblici…) e per di più ci troveremmo tra 10 – 15 anni con uno strumento militare del tutto inadeguato al contesto globale. E’ dunque il momento di prendere decisioni coraggiose e lungimiranti, decisioni che non possono non avere una prospettiva ed una dimensione europea.

Corno d’Africa e pirateria

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Somalia coastline

Somalia coastline di ctsnow, su Flickr

Lo spunto per questo post viene da una notizia di alcuni giorni fa: in pratica l’equipaggio di un peschereccio taiwanese, dopo un breve corpo a corpo, ha letteralmente buttato a mare i 6 pirati somali che avevano momentaneamente preso il controllo della loro imbarcazione. Senza voler sminuire i momenti tragici vissuti dall’equipaggio (3 membri sono rimasti feriti nella colluttazione con i sequestratori) fa sorridere che pochi pescatori siano riusciti là dove invece stanno miserabilmente fallendo le principali marine militari del mondo (è in campo persino una flotta NATO; operazione Ocean Shield).
Le cause principali di questo insuccesso vengono individuate, in modo pressocché univoco, in: 1) regole d’ingaggio non adeguate, nel senso che pongono troppe restrizioni all’uso della forza 2) impossibilità di attaccare i santuari dei pirati, nei quali vengono condotte le navi e gli equipaggi sequestrati, curata la parte “logistica” / dei rifornimenti, etc.
Pur condividendo questa chiave di lettura, temo però che essa da sola non basti a spiegare del tutto una simile incapacità di fermare il “fenomeno pirateria”; a tal fine credo sia utile guardare storicamente come ci si è comportati per cercare di proteggere il traffico mercantile.
1) Organizzazione di convogli scortati: è il più ovvio, lo facevano già gli spagnoli nel XVI e XVII secolo per proteggere i propri galeoni colmi d’oro provenienti dal sud America presi di mira da pirati e corsari (inglesi e francesi in primis).
2) Mercantili armati: si installavano alcuni pezzi di artiglieria leggera o si imbarcavano alcune aliquote di uomini armati al fine di assicurare un minimo di protezione; l’esempio classico è costituito dalla marina mercantile britannica nella prima fase delle Battaglia dell’Atlantico durante la II Guerra Mondiale (in questo caso il nemico, ovvero i sommergibili dell’Asse, erano regolarmente iscritte nel “ruolo naviglio” ma seguivano una condotta bellica per molti versi assimilabile a quella di corsa). Il sistema non diede gli esiti sperati e dopo un po’ si passò proprio al metodo dei convogli.
3) Bombardamento navale delle basi nemiche: si tratta di una sorta di punizione che mediaticamente può aver un certo impatto ma che dal punto di vista strettamente militare non risolve granché in quanto una volta ritirate le navi i pirati possono tornare a fare i propri comodi. Un esempio storico può essere l’insieme di operazioni condotte dal capitano da Mar Angelo Emo contro i pirati barbareschi nel 1785-86 (bombardamento dei centri nord africani di Tunisi, Sfax, Biserta, etc.).
4) “Rastrellamenti” sistematici delle basi nemiche attraverso un’operazione combinata esercito e marina; è sicuramente un metodo molto più efficace rispetto al precedente e, specie se viene garantito un controllo del terreno (diretto o indiretto, vale a dire accordandosi con i potentati del luogo condotti a più miti consigli dal predetto uso della forza), può dare risultati di lunga durata. In sostanza dipende dal tipo di obiettivi che si intende raggiungere e di conseguenza dal numero di forze a disposizione: storicamente una campagna di vasto respiro è stata quella condotta dai romani nel corso della I guerra illirica (230-229 a.C.) mentre assai meno impegnativa, quasi duemila anni dopo, la guerra condotta dagli Stati Uniti contro i bey e dey di Tunisi, Algeri e Tripoli (1801-5) durante la quale non vennero impiegate intere legioni come nel caso precedente ma più contenuti contingenti di fanti di marina (i futuri marines).
Se lo studio della storia ci offre queste soluzioni, sono esse (naturalmente con i debiti adeguamenti tecnologici, operativi, etc.) applicabili al caso dell’odierna pirateria somala?
Vediamo un po’:
1) giacché per il Canale di Suez transitano annualmente circa 20mila navi, con stazze (= velocità di navigazione) diverse, credo che lo sforzo organizzativo sarebbe sproporzionato alla minaccia, ma comunque fattibile. Ipotizzando a spanne di dover organizzare 400 convogli l’anno da 50 navi l’uno, ciascuno scortato da una nave, solo così ci vorrebbero circa 400 navi; ovviamente la stessa nave può scortare nel tempo più convogli ma considerando i tempi morti di rifornimento, manutenzione, rotazione degli equipaggi / avvicendamento delle unità, attesa delle navi da scortare nei punti di ritrovo ed organizzazione dei convogli stessi, tempi di navigazione etc. non credo potrebbe fare più di una missione di scorta al mese (= 12 l’anno, anzi 6 aggirandosi di norma su questa tacca il periodo di permanenza in zona delle operazioni)! Tirando le somme per garantire la scorta ai 400 convogli annui ci vorrebbero più o meno 35 navi costantemente operative, cifra cui a ben guardare già ci si è avvicina sommando le navi schierate nello scacchiere dell’Oceano Indiano dalla NATO (Standing Naval Group 1 alternato al 2; 8 – 10 imbarcazioni ciascuno), dall’Unione Europea (missione Atalanta, altre 10 – 12 unità) e da ulteriori paesi (alcuni sotto il cappello della Combine Task Force 150, che da sola conta 10- 12 navi). Il problema dunque non è tanto di asset ma mi vien da pensare sia di natura squisitamente politica (leggasi: unificazione del comando, razionalizzazione delle forze disponibili, condivisione delle dottrine d’impiego, etc). Se il problema è davvero questo, piuttosto che chinarsi ai mille compromessi della politica, meglio lasciar stare in partenza (bisogna tra l’altro verificare se tutti gli armatori sono disponibili…).
2) Questa via è stata concretamente implementata dall’Italia, che ha autorizzato l’imbarco di nuclei di militari della marina a bordo delle navi in transito nelle zone a rischio. Similmente all’estero diverse compagnie di navigazione hanno deciso di assoldare operatori di sicurezza privati (contractors). Questa soluzione, al di là delle varie questioni giuridiche da dirimere (la presenza di armi a bordo è esclusa da numerosi codici mercantili), soffre a mio avviso di una grande pecca: pur efficace (essendo i pirati assalitori di norma armati di armi leggere ed al massimo qualche RPG, la presenza di un nucleo di difensori altrettanto ben armato può bastare a dissuadere dall’assalto / respingerlo), essa non elimina il problema. In pratica ai pirati basterà fare dietro-front ed aspettare una preda più facile.
3) Il bombardamento navale (oggigiorno aero-navale) delle basi dei pirati è un’altra opzione sicuramente percorribile; gli obiettivi principali sono senz’altro depositi di carburante, imbarcazioni usate per gli assalti, rimesse, infrastrutture portuali (da intendere in senso molto lato, essendo le infrastrutture somale inesistenti), etc., anche se sussiste il rischio concreto con queste operazioni di colpire gli equipaggi delle navi sequestrate. In ogni caso è indubbio che simili operazioni consentono di ridurre le capacità operative del nemico senza però azzerarle del tutto. Insomma, la minaccia si affievolirà per un certo lasso di tempo ma una volta riparati i danni, reclutato nuovo personale e reperiti nuovi barchini le attività piratesche riprenderanno quasi come prima.
4) E’ questa a mio avviso la soluzione, sicuramente più impegnativa ma allo stesso tempo più efficace e duratura, che potrebbe portare ad una soluzione del “problema pirateria”: in buona sostanza si tratta, dopo aver ammorbidito le posizioni dei pirati, di dispiegare uomini nelle aree in questione al fine di bonificarle definitivamente. Considerando l’ostilità sollevata da interventi esterni quand’anche ispirati da motivazioni umanitarie (si veda il fallimento dell’Operazione Restor Hope, 1992-93), la componente di terra dovrebbe essere numericamente limitata ed il dispiegamento non prolungato nel tempo, tanto più che l’obiettivo non è l’occupazione territoriale ma solo quello di dare una “ripulita”. Certo, considerando che da più parti si segnalano interconnessioni tra i pirati e gli shabaab (a loro volta eredi di quelle Corti Islamiche che solo l’intervento etiope del 2006 ha consentito di eliminare), se la ripulita in questione servisse anche da corroborante per il Governo Federale di Transizione sarebbe meglio, ma in un paese che dal 1991 non conosce che carestie e guerre fratricide, ci vuol ben altro che questo!
Tornando alla questione pirateria, credo altresì che due ulteriori fattori (rispettivamente di ordine tattico e strategico) potrebbero favorire un favorevole risoluzione della faccenda: a) in primo luogo ritengo sarebbe utile ricalibrare lo strumento militare schierato; l’uso di fregate e cacciatorpediniere contro barchini da 3 – 4 metri ed equipaggi di 5 – 6 uomini mi sembra sproporzionato. Le loro capacità di navigazione d’altura hanno senso solo se l’obiettivo è quello di eliminare le navi-madre dalle quali i barchini partono all’attacco (in tal modo si limiterebbe assai il raggio d’azione dei pirati), cosa che peraltro non mi sembra si stia facendo con molta solerzia! Una volta tolte di mezzo le navi-madre le fregate ed i cacciatorpediniere perdono grossa parte della loro utilità (ad esclusione dell’eventuale componente aerea imbarcata) nonché della loro efficacia contro i barchini basati a terra; contro questi ultimi servono mezzi più piccoli e manovrieri (ad inizio XX secolo la Regia Marina utilizzò, proprio per combattere la pirateria ed il contrabbando e proteggere i commerci e la pesca, una flottiglia di sambuchi armati). Mi rendo conto che l’attuazione di un simile proposito abbia come prerequisito la disponibilità di una serie di basi fisse, il che comporta un aggravio dei costi e l’esposizione ad azioni di guerriglia, ma questo potrebbe essere nel contempo un modo per dare quel minimo di stabilità al GFT di cui dicevo sopra. Peraltro, e qui vengo al punto b), geograficamente parlando tali stazioni navali dovrebbero essere distribuite abbastanza capillarmente lungo tutta la costa e non solo sul versante africano ma anche su quello arabico; in particolare ricercando la collaborazione (difficile) del governo yemenita (nel cui interno spesso e volentieri gli Stati Uniti, a partire dalla loro base di Gibuti, compiono attacchi con velivoli UAV Predator) andrebbe creata una base d’appoggio a Socotra. Anche in questo caso l’esperienza coloniale italiana è di conforto: la Regia Marina a lungo dovette lottare per debellare traffici illegali dall’una all’altra sponda (anche oggi è per questa via che transitano parte degli “aiuti” per gli shabaab ed è sempre lungo questa rotta che si intessono i contatti con gli “afghani”), al punto che la vera pacificazione del Mar Rosso e della regione del Corno d’Africa avvenne solo nel 1912 dopo la “battaglia” di Kunfida.
Insomma, una soluzione all’emergenza pirateria è possibile, basta volerlo.