La polveriera mediorientale

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MandatiMO 1920

MandatiMO 1920 di prince_volin, su Flickr

La tensione in quello che può essere definito il “Medio Oriente allargato” è alle stelle come non capitava da anni: in Siria la ribellione contro il presidente – dittatore Assad si sta trasformando sempre più in una guerra civile (le fratture e le diserzioni in seno all’esercito sono in questo senso emblematiche), con ripercussioni diplomatiche non solo con gli stati occidentali, ma anche con la Turchia, storica alleata e bastione orientale della NATO. In Libano, sorta di “protettorato” siriano e per tramite di questo stato ultima propaggine dell’espansionismo iraniano, in pratica dal 1978 non c’è pace (vuoi per gli interventi israeliani, vuoi per gli scontri interetnici ed interconfessionali); la stessa presenza di truppe internazionali (Missione UNIFIL; Leonte per l’Italia) sta a detta di molti ponendo le basi per un futuro conflitto, potendo Hezbollah continuare beatamente la propria preparazione militare al riparo dalle rappresaglie di Israele. La situazione strategica di quest’ultimo stato non è ottimale; a prescindere dalle abituali minacce dell’Iran (sulle quali torno a breve), ha perso (momentaneamente?) l’amicizia turca così come a sud il “nuovo Egitto” difficilmente garantirà la benevola neutralità sulla quale si poteva contare sin dai tempi di Camp David (1978). Proprio l’Egitto, percorso da scontri di piazza sempre più violenti con l’approssimarsi delle elezioni e la correlata richiesta di un “passo indietro” da parte dei militari (che rappresentano un potere non solo politico, ma anche economico), rischia una pericolosa deriva islamica che porterebbe Israele ad un “virtuale” accerchiamento (senza contare la “minaccia interna” di una possibile intifada che rientra sempre tra le possibilità da contemplare).
L’Iran, per concludere, continua con il suo mix di provocazioni verbali intermezzate da altre ben più “concrete” (come l’assalto odierno all’ambasciata britannica); al netto di tutto ciò mi pare per il momento che si rimanga all’interno della “guerra di nervi” (e lo trovo naturale: se veramente Teheran mira all’atomica mostrerà i muscoli solo dopo averla ottenuta, e non prima quando non ha i mezzi!), guerra di nervi ben alimentata anche dall’Occidente. Ogni qualvolta che succede qualcosa di strano in Iran (un incidente, una morte, etc.) subito si scatena una campagna di disinformazione e controinformazione per cui non si capisce se di incidente si tratta o di sabotaggio da parte di fantomatici “agenti esteri” o ancora meglio di oppositori interni: in tal modo si instilla nel regime il sospetto facendone vacillare le certezze ma anche accrescendone il livore verso il nemico, vero od immaginario che sia. Una guerra di nervi che potrebbe durare a lungo, a meno che da qualche parte non scatti la scintilla che fa detonare il conflitto. Magari per il riacutizzarsi di una delle tante beghe petrolifere di lunga data che riguardano le sempre più attive (e spaventate) monarchie del Golfo.

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Verso un attacco all’Iran?

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Iran nuclear

Iran nuclear di sonyapryr, su Flickr

Non può mancare un mio intervento in quello che è l’argomento di politica estera del momento, vale a dire il paventato attacco preventivo all’Iran, il quale, secondo l’ennesimo rapporto dell’AIEA, sarebbe a buon punto sulla strada della realizzazione dell’atomica, avendo (udite udite) il suo programma sul nucleare finalità non esclusivamente civili.
Sorvolando ora sull’attendibilità dell’AIEA, i cui rapporti spiccano sempre per i loro equilibrismi, cose dette e non dette, talvolta edulcorando tal’altra rincarando i propri giudizi a seconda dei vari contesti politico-diplomatici, mi sento di dire che per il momento la vera battaglia sia soprattutto quella tra le varie cancellerie di tutto il mondo.
Riassumendo, a leggere le dichiarazioni rilasciate fino ad oggi, mi sembra che il Regno Unito sia favorevole e gli Stati Uniti pure (anche se Obama mi pare restio a lanciarsi nell’ennesima avventura bellica con le elezioni presidenziali sempre più vicine), che la Francia e la Russia siano nettamente contrarie mentre più defilata la Cina la quale se da un lato afferma che “le sanzioni non bastano” dall’altro nemmeno parla di guerra come una possibile opzione. Insomma i membri con diritto di veto non sono concordi sicché ottenere l’avallo dell’ONU è pura utopia. Non a caso Israele, per bocca della sua più alta carica, ha detto che non intende stare ad aspettare che si muova la comunità internazionale: insomma, potrebbe agire da solo.
E questo perché, e qui vengo alla parte propriamente militare, l’attacco non sarebbe relativamente complesso: 1) bombardamento preliminare dei centri di Comando, Controllo, Comunicazioni ed Intelligence (C3I) => soppressione capacità di difesa aerea 2) attacco vero e proprio alle strutture rientranti nel programma nucleare iraniano verosimilmente con l’aiuto di truppe speciali infiltrate in prossimità di quei bersagli induriti che necessitano di un trattamento speciale.
Lo stato israeliano ha adeguate capacità per portare a termine autonomamente e favorevolmente siffatte operazioni, il grosso problema a mio avviso sta nelle possibili reazioni 1) iraniane 2) degli stati limitrofi. In entrambi i casi gioca a sfavore di Israele la sua esigua estensione territoriale.
Nel caso 1), reazione iraniana, Israele grazie ai missili imbarcati nei suoi sottomarini gode di capacità di seconda risposta (che in un scenario classico da Guerra Fredda dovrebbe farle dormire sonni tranquilli, ma con Ahmadinejad la razionalità mi sembra un optional); al netto dei Patriot PAC-3 e soprattutto degli Arrows difensivi però inutile dire che un massiccio attacco missilistico (convenzionale, si intende), essendo limitati gli obiettivi, potrebbe ben presto saturare l’area e sortire pertanto gravi danni.
Il caso 2) a mio parere è ancora più preoccupante; l’instabilità dell’area è massima dopo la cosiddetta Primavera Araba a seguito della quale Israele ha perso non dico l’appoggio, ma quanto meno la benevolenza di pedine fondamentali dello scacchiere medio orientale, come l’Egitto e la Turchia. Se aggiungiamo lo stato di semi-guerra civile in Siria ed in Libano (paesi politicamente vicinissimi all’Iran) e l’ovvia ostilità di Hamas a Gaza, si scopre come Israele sia letteralmente accerchiata da nazioni quanto meno “non amiche” (che è ben diverso da amiche), essendo l’unico lato non ostile rappresentato dal Mediterraneo, nel quale però non ci si può ritirare.
Insomma, questo post credo dimostri come non bisogna prendere decisioni a cuor leggero e che qualora dovessero venir compiute gravi scelte, l’ideale sarebbe che queste avvenissero all’interno della cornice ONU, pur con tutte le limitazioni e le concessioni che una simile strada impongono.