Irak e Siria, si va verso la regionalizzazione dello scontro?

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Training in Iraq

Training in Iraq di The U.S. Army, su Flickr

Torno, alla luce delle preoccupanti notizie che stanno occupando le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, a parlare di Siria ed Irak dopo che sull’argomento, ed in particolare sul ruolo svolto dall’ISIS (o, se preferite, ISIL), avevo già scritto un post ad inizio anno.
In esso qualificavo l’ISIS come un movimento sostanzialmente “straniero” (in particolare sottolineavo come il premier al Maliki manifestasse all’epoca la volontà, per far fronte alla minaccia estremista, di far ricorso a “gruppi locali” che in qualche modo riprendevano la formula dei “Comitati del risveglio” ispirati da una sorta di nazionalismo laico e già utilizzati con esiti positivi dagli Stati Uniti, n.d.r.) e contestualmente ne inserivo l’azione all’interno della duplice lotta tra sciiti e sunniti da una parte e tra petromonarchie e Russia dall’altra.
In altri termini sostenevo che, alla lunga, la tradizione statuale irakena ed il nazionalismo socialisteggiante diffuso, da ultimo, da Saddam Hussein, avrebbero prevalso sulle spinte disgregatrici motivate da divisioni religiose ed appetiti economici.
Gli ultimi eventi sembrano indicare, al contrario, che le dinamiche dell’area hanno preso una piega diversa da quella allora ipotizzata: in particolare il tentativo del premier al Maliki di attivare gruppi nazionalisti locali sembra essere naufragato miserabilmente (anzi, la grande accusa che molti muovono al premier è proprio quella di avervi rinunciato del tutto, schierando truppe sciite nelle regioni sunnite, con le prime che avrebbero agito con modi da esercito di occupazione tali da suscitare l’odio della popolazione), al punto che si è verificata una saldatura sulla carta difficilmente preventivabile tra ribelli locali (sunniti nazionalisti) ed esteri (gli integralisti dell’ISIS).
Ecco perché la figlia di Saddam Hussein, Raghad, può gioire alla notizia della travolgente avanzata dell’ISIS, affermando che a capo ci sono “gli uomini di [suo] padre”: in effetti tra gli artefici delle recenti vittorie vi è il generale Izzat al Douri, che del defunto regime era figura di primissimo piano (la figlia è stata anche brevemente sposata con Uday Hussein, figlio maggiore di Saddam).
Le ripercussioni, alcune già sotto i nostri occhi, rischiano di essere deleterie per l’Irak e per l’intera regione. L’avanzata dei ribelli nel nord e nel centro del paese, facilitata dallo sfaldamento dell’esercito irakeno, da una parta rischia di dare il colpo di grazia a quel poco di potere centrale che era rimasto mentre dall’altra la decisione del premier sciita al Maliki di richiedere in proprio aiuto l’intervento di milizie “amiche” legate ai pasdaran (circa 2mila miliziani sarebbero già entrate, n.d.r.) potrebbe far prendere in maniera definitiva una piega confessionale agli scontri che oramai dal 2003 affliggono il “paese tra i due fiumi” con l’aggravante di una dimensione sovraregionale.
In Irak si sta infatti replicando lo schema a suo tempo adottato in Siria, con Teheran che interviene con uomini ed armi a puntellare un governo amico. Ma se in Siria il risultato principale, piuttosto che i successi sul campo, è stato quello di riuscire a restituire un ruolo di interlocutore politico legittimato al presidente Assad (favoriti nel compito dalle nefandezze delle quali si sono macchiati gli estremisti islamici, tali da renderli impresentabili alle cancellerie occidentali), in Irak le cose sono un più complicate e la partita decisamente più importante. Non è solo una questione di petrolio (anche se quest’ultimo ha il suo peso): il rilievo strategico dell’Irak negli equilibri complessivi nell’area del Golfo Persico e dell’intero Medio Oriente è indubbiamente superiore rispetto a quello della piccola Siria e gli ultimi eventi fanno per l’appunto temere che la carta geografica della regione vada ben presto ridisegnata.
Infatti la caratterizzazione confessionale del conflitto rischia, come sopra prefigurato, di portare all’implosione dello Stato con un nord curdo (de facto già indipendente e peraltro protagonista di uno spettacolare boom economico), un centro sunnita ed un sud sciita legato a doppio filo con Teheran.
Tale tripartizione, lungi dal ridare un nuovo assetto pacifico all’area, a mio parere potrebbe avere gravi effetti destabilizzanti; in particolare l’esistenza di uno Stato curdo riconosciuto a livello internazionale potrebbe ravvivare le istanze indipendentiste nel Kurdistan turco ed iraniano.
Similmente la presenza di un cuore “sunnita” esteso pure su parte della Siria (bisognerà vedere su quali basi poggia l’alleanza tra “stranieri” dell’ISIS e sunniti – baathisti; personalmente non escludo che, come già accaduto in Siria, anche qui le opposizioni possano entrare in lotta tra di loro) potrebbe veramente portare alla nascita di un emirato islamico, un hub del terrore che, anche alla luce delle ingenti risorse petrolifere sulle quali potrebbe contare (nonché sulla sua proiezione mediterranea), rappresenterebbe una minaccia mortale per gli alleati regionali dell’Iran (Libano e quel che resta della Siria alauita) nonché un autentico spauracchio per l’intero Occidente.
Ovviamente le cose potrebbero andare diversamente da quanto qui paventato; quel che è certo è il totale fallimento della politica estera di Washington dell’ultimo decennio. Lungi dall’aver stabilizzato l’area e dell’aver fatto dell’Iraq il suo pivot regionale, si è dato l’avvio ad un processo di disgregazione non ancora ultimato. Non solo le politiche di nation building ma anche quelle di ricostruzione delle infrastrutture (ricordate i PRT?) e dell’esercito sono miseramente fallite. In questo vuoto assoluto è difficile sperare che gli avvenimenti prendano una piega favorevole per gli interessi occidentali, tanto più considerando che le cancellerie occidentali (amministrazione Obama in primis) difficilmente si lasceranno trascinare nel caos che esse stesse hanno contribuito a creare.

Turchia in bilico tra Occidente ed Oriente: quali ripercussioni?

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Fenestrelle_Il_Forte

130204-D-NI589-871 di U.S. Department of Defense Current Photos, su Flickr

Invito tutti coloro che dovessero essere interessati alle turbolenti vicende del Vicino e Medio Oriente, ed in particolare a quelle della Turchia, alla lettura del seguente articolo:

Turchia: indispensabile baluardo strategico o potenziale minaccia?.

In esso, redatto dal sottoscritto per Bloglobal – Osservatorio (indipendente) di politica internazionale (con il quale collaboro da un paio di mesi a questa parte), si tenta (alla luce delle scelte politiche, economiche e di sicurezza “orientaleggianti” imposte dall’attuale gruppo dirigente turco) di fornire una valutazione delle possibili conseguenze, in particolare per la sicurezza strategica della NATO e dell’Unione Europea, derivanti da questo “nuovo corso”.

Crisi mondiale e necessità di nuovi assetti.

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<a href="http://www.flickr.com/photos/aljazeeraenglish/8049721755/" title="The Power to Protect... di Al Jazeera English, su Flickr"><img src="https://i0.wp.com/farm9.staticflickr.com/8450/8049721755_736cb6f2b3.jpg" width="500" height="333" alt="The Power to Protect..."></a>

The Power to Protect… di Al Jazeera English, su Flickr

Da una parte il Parlamento turco che autorizza (per un anno) il governo a condurre le operazioni militari ritenute più idonee a mantenere la sicurezza nazionale messa in pericolo dall’incancrenirsi della crisi siriana, dall’altra l’Iran che nel giro di pochi mesi potrebbe avere a disposizione il materiale fissile con il quale produrre il suo primo ordigno nucleare, da un’altra parte ancora la Cina che mette in servizio la Ljaoning, sua prima portaerei (indiscrezioni di stampa asseriscono che ulteriori tre siano già in cantiere) per ampliare le capacità della sua flotta d’altura scatenando una corsa al riarmo in Estremo Oriente, e da ultimo la Corea del Nord che afferma di essere in grado di colpire, verosimilmente con i suoi missili, lo stesso territorio continentale degli Stati Uniti (ma questa volta la notizia sembra davvero una boutade propagandistica).
Sono queste alcune delle notizie circolate sui principali media di tutto il mondo nelle ultime settimane: ma al di là della loro natura (vale a dire l’esplicito oppure il solo minacciato ricorso all’uso della forza) cos’è che accomuna tutte queste notizie? Esiste un filo conduttore sotterraneo che le lega?
A mio avviso sì: infatti senza lasciarsi fuorviare dalla distanza geografica dei vari focolai di crisi (ed ancora meno dalle diverse intensità delle crisi medesime!) guardando un po’ al di sotto di esse si nota come le cause vadano ascritte all’esigenza di trovare assetti più consoni ai nuovi rapporti di forza, assetti che talvolta implicano il ridisegnare quei confini tracciati dalle potenze vincitrici della II Guerra Mondiale.
Chiunque, guardando una carta geografica, può constatare come malgrado siano trascorsi oltre vent’anni dalla fine della Guerra Fredda solo l’area occupata dagli stati appartenenti all’ex Patto di Varsavia è stata oggetto, per evidenti motivi, di questa ridefinizione (eccezioni di rilievo la non allineata ex Yugoslavia in Europa, Timor Est in Asia e l’Eritrea in Africa – la Somalia la escludo perché di fatto la transizione non è ancora conclusa, n.d.r.).
La politica (o la guerra, che secondo la massima clausewitziana ne rappresenta il proseguimento con altri mezzi) in altri termini non è stata in grado di adoperare proficuamente il tempo a disposizione per “ammodernare” il mondo e la sua governance, necessità tanto più urgente alla luce delle profonde trasformazioni socio-economiche e tecnologiche che sono contestualmente avvenute.
Sembra dunque venuto il momento di fare i conti con i cambiamenti della Storia: la Turchia reclama un suo ruolo in un Medio Oriente fossilizzato in confini tracciati dai mandatari Francia e Regno Unito nonché dal sessantennale conflitto latente tra arabi ed israeliani; l’Iran parimenti aspira a diventare potenza regionale (e ad avere l’atomica come i vicini pakistani ed indiani); la Cina, secondo tutte le previsione destinata a breve a diventare prima economia mondiale, deve giocoforza cautelarsi assicurando la protezione delle vitali rotte commerciali per le sue merci in uscita verso l’Europa ed il nord America così come il regolare afflusso delle indispensabili materie prime dall’Africa e dal Golfo Arabico (di qui la necessità di una flotta d’altura con capacità di proiezione di forza anche se così facendo mette in allarme tutte le potenze dell’area, Giappone e Corea del Sud in primis); la Corea del Nord, in uno scacchiere del Pacifico in rapida mutazione, si trova a giocare una battaglia di retroguardia, autentico residuato della Guerra Fredda.
Tutto, dunque, sembra avere una sua spiegazione logica (la ridefinizione, appunto, dei valori in campo e di conseguenza delle zone di influenza e delle alleanze, se necessario anche ridisegnando i confini di Stati come più volte sottolineato in questo blog inventati a tavolino in epoca coloniale e poi “ratificati” nel 1945) anche se esiste una variabile indipendente di non poco conto: l’attuale stagnazione / depressione economica infatti potrebbe svolgere un ruolo di imprevedibile detonatore di crisi e conflitti o quanto meno attivare fenomeni per certi versi analoghi (anche se chi scrive è tra coloro che credono che, nonostante il famoso adagio, la Storia non si ripeta) a quanto avvenuto con la Grande Crisi degli Anni Trenta e che ha fatto da trait d’union a quella che il da poco defunto Eric Hobsbawm aveva suggestivamente definito la Guerra dei Trent’Anni del XX secolo cioè quel tragico periodo della storia contemporanea che va dal 1914 (ma perché no dalla Guerra di Libia del 1911-12?) al 1945.

L’impasse siriana

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Feb. 23, 2012. A Free Syrian Army member prepares to fight with a tank whose crew defected from government forces in al-Qsair

Feb. 23, 2012. A Free Syrian Army member prepares to fight with a tank whose crew defected from government forces in al-Qsair di FreedomHouse, su Flickr

Una volta tanto mi trovo d’accordo con il nostro ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata il quale, intervistato dal Corriere della Sera, afferma che anche alla Russia conviene sganciarsi dall’ormai indifendibile Bashar al Assad.
Solo in questo modo, infatti, Mosca potrebbe avere voce in capitolo sulla Siria che verrà e magari mantenere i propri interessi nell’area (leggasi forniture militari e base navale di Tartus).
In effetti i vari massacri avvenuti in Siria, ultimo in ordine di tempo quello di Houla (quali che ne siano gli autori; personalmente ritengo che siano entrati in azione anche in Siria quelli che chiamo “professionisti del terrore e del disordine”, con il chiaro intento di intorbidire le acque e rendere impossibile una soluzione politica), hanno reso il presidente siriano definitivamente impresentabile ed un cambio di regime è oramai inevitabile.
Il problema è che ciò potrebbe avvenire tra un mese così come tra un anno o ancora di più; mai come in questa vicenda tutto sta nelle mani della politica. Se a livello di consessi internazionali Russia (che, come detto, avrebbe tutto l’interesse a sganciarsi) e Cina continuano a bloccare ogni iniziativa e a vanificare ogni reale sforzo di una soluzione alla crisi è altrettanto vero che nessun altro attore internazionale sembra intenzionato ad intervenire: non l’UE, attanagliata dalla crisi dell’euro, non gli Stati Uniti, con Obama concentrato sulla campagna elettorale, non la Lega Araba che continua ad appoggiare l’asfittica missione di Kofi Annan e nemmeno Israele, che forse non vuole avallare l’intervento turco e tanto meno fornire all’Iran un ghiotto casus belli rinfocolando l’intero Medio Oriente (lo stallo politico – diplomatico è ben descritto da Niccolò Locatelli su Limes).
Paradossalmente non aiuta il fatto che, militarmente, nessuna parte riesce a prevalere sull’altra: da quel che filtra attraverso i media le diserzioni nell’esercito regolare sono numericamente diminuite sicché il Free Syrian Army ha smesso di ingrossarsi; l’esercito regolare d’altro canto parrebbe iniziare ad accusare problemi logistici e di spostamento nel territorio, come sarebbe comprovato stando ad alcuni analisti dalla comparsa sul teatro delle operazioni degli elicotteri.
Se consideriamo che l’intervento in Libia dello scorso anno fu accelerato dall’emozione suscitata nell’opinione pubblica proprio dalle notizie dell’utilizzo degli elicotteri contro i manifestanti ed al contrario come oggi ciò non abbia avuto particolari eco nei mass media nostrani, si intuisce come la questione siriana rischi di passare in secondo piano. I pericoli a questo punto sono due, tra di loro correlati: 1) nella direzione del movimento di rivolta assume sempre maggior importanza l’elemento esterno => 2) il che potrebbe condurre al contagio delle regioni limitrofe (nel confinante Libano la situazione si fa sempre più calda).
In altri termini se l’opzione militare (esternazione del neoeletto presidente francese Hollande a parte) resta in secondo piano, è bene che la diplomazia riesca a trovare una soluzione prima che la situazione le sfugga (definitivamente) di mano.

Il nodo sciita

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Iran Elections

Iran Elections di bioxid, su Flickr

La dichiarazione odierna di Catherine Ashton, “Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza” (ma vien da chiedersi quale UE? quale politica estera?), circa l’offerta di azzeramento dei colloqui sul nucleare iraniano, impone una veloce analisi delle prospettive anche (e soprattutto) alla luce dei risultati delle recenti elezioni politiche tenutesi in Iran, stato chiave della vicenda, ed in Russia, protettrice (almeno al Palazzo di Vetro) tanto di Teheran che di Damasco, stato a sua volta legato a doppio filo con la Repubblica islamica.
Cruciale nell’evoluzione dei prossimi mesi credo sarà l’atteggiamento che assumerà la Russia del neo (si fa per dire) presidente Vladimir Putin; finora, come detto poc’anzi, Mosca ha continuato nella sua tradizionale linea filo-araba impedendo de facto l’adozione di qualsiasi misura “seria” tanto verso il regime degli Assad quanto verso quello degli ayatollah; ovviamente in campagna elettorale Putin, che strizzava l’occhio agli elettori nazionalisti, doveva mostrare i muscoli, se necessario tirando fuori argomenti da Guerra Fredda (come puntualmente accaduto). Ora che Putin ha ottenuto la presidenza, teoricamente sarebbe possibile assistere ad un ammorbidimento delle posizioni russe, tanto più che la necessità di stabilizzazione interna (le proteste per i presunti brogli elettorali sono state vivissime ed in generale il sentiment contro gli oligarchi non è dei migliori!) consiglierebbe di mantenere un basso profilo anche se è possibile pure l’esatto contrario, essendo storicamente l’individuazione di un “nemico” esterno uno stratagemma usato per compattare l’opinione pubblica.
In sostanza l’atteggiamento della Russia dipenderà molto dall’andamento del fronte interno ed anche dal “tatto” con il quale le cancellerie occidentali riusciranno a muoversi magari garantendo una soluzione, specie in Siria, capace di salvare la faccia a Mosca (nonché gli ingenti interessi economici e strategico-militari, ovvero la vendita di armamenti e la base di Tartus).
Considerazioni simili possono essere fatte anche per l’Iran: posto che né Ahmadinejad né Ali Khamenei mettono in discussione il programma nucleare (e tantomeno sono morbidi con l’ “entità” sionista), la frattura interna da un lato può indurre a più miti consigli dall’altro ad avventurismi in politica estera.
La combinazione delle quattro opzioni “da tavolino” appena descritte può portare ad altrettanti scenari; vediamo nel dettaglio quali:
1) Russia ed Iran entrambe “cedevoli”: sarebbe, per l’Occidente, il massimo desiderabile giacché in una prima fase si potrebbe disinnescare la crisi siriana, venendosi quest’ultimo paese a trovare isolato e senza alleati (auspicabile sarebbe comunque coinvolgere la Russia garantendole un ruolo nelle scelte del post Assad), ed in una seconda fase far venire a più miti consigli l’Iran, altrettanto isolato e per di più dalle armi notevolmente spuntate contro Israele, essendo la Siria, sua “testa di ponte” nell’area, fuori dai giochi
2) Russia “rigida” ed Iran “malleabile”: in questa poco probabile evenienza, il rischio principale è l’incancrenirsi della situazione siriana (= Assad che si rifiuta di lasciare il potere) con tutto ciò che ne consegue per gli equilibri della regione (ruolo della Turchia, questione curda, infiltrazioni qaediste dall’Iraq, deterioramento della situazione e rottura dei fragili equilibri in Libano e di qui ripercussioni su Israele); l’Iran dal canto suo, dimostrandosi seriamente disposto a collaborare con l’AIEA, etc. riuscirebbe a prendere tempo ed anche ad uscire da sotto i riflettori, essendo tutta l’attenzione focalizzata su Damasco. Insomma, più Assad regge (grazie alla Russia), più a Teheran è possibile temporeggiare
3) Russia “cedevole” ed Iran “rigido”: è lo scenario a mio parere più probabile ed anche il più pericoloso giacché il mutato atteggiamento russo, facendo paventare la perdita di ogni protezione politico-diplomatica (in seno all’ONU) e militare (in termini di “consiglieri” e forniture), potrebbe spingere tanto Teheran quanto Damasco, legate tra di loro a doppio filo, a mosse azzardate (provocazioni plateali e/o attacchi ad interessi israeliani o comunque occidentali) magari sfruttando la presunta cautela dell’amministrazione Obama impegnata a sua volta nelle presidenziali
4) Russia ed Iran entrambi “rigidi”: questo scenario, sulla carta il meno desiderabile, in realtà non farebbe altro che perpetuare l’odierna situazione di stallo (ma anche il suo avvitarsi, con il rischio più volte paventato di infiltrazioni terroristiche in Siria), stallo che potrebbe essere rotto a) dal rinnovato slancio dell’iniziativa diplomatica statunitense (sia in presenza di una nuova amministrazione repubblicana, in genere più apertamente filo-israeliana ed attiva in politica estera, sia di un Obama-bis che a quel punto, non potendo più ambire ad un nuovo mandato, potrebbe dimostrarsi più intraprendente e risoluto di quanto sia stato finora) b) da un attacco preventivo da parte di Israele, anch’esso pronto a sfruttare la “latitanza” degli Stati Uniti tutti concentrati sulle presidenziali e non disposto ad attendere con le mani in mano la notizia che l’Iran ha la sua “bella” bomba nucleare.
Per concludere, se è vera la massima di Clausewitz che “la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi”, mai come in questo frangente storico i destini (di guerra) del Medio Oriente sono nelle mani della politica, seppur attraverso i meccanismi, talvolta opachi, della rappresentatività popolare.

Sicurezza nazionale e difesa delle rotte strategiche

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1880s Hippolyte Arnoux

1880s Hippolyte Arnoux - Suez Canal di blacque_jacques, su Flickr

La guerra verbale cui siamo testimoni in questi giorni tra esponenti di vario calibro del regime degli Ayatollah da una parte e dell’amministrazione statunitense dall’altra, inerente la minaccia di chiusura al transito delle navi mercantili attraverso lo stretto di Hormuz da parte iraniana e le possibili reazioni statunitensi ad un simile comportamento, hanno fatto ricordare a tutti (ogni tanto serve rinfrescare la memoria!) la vitalità della sicurezza e dell’apertura delle rotte commerciali attraverso le quali passano quei beni che ci consentono di mantenere i nostri modelli e stili di vita!
La crucialità della questione l’aveva perfettamente chiara l’Impero britannico, che aveva provveduto ad assicurare le proprie linee di comunicazione dall’arcipelago britannico fino ai suoi terminali in Estremo Oriente (Hong Kong) e Pacifico (Australia) in più modi: da una parte con l’apertura del canale di Suez (rotta che nel contempo accorciava i tempi di percorrenza) ci si era assicurati una “ridondanza nelle linee di comunicazione” rispetto a quella tradizionale che passando per il Golfo di Guinea ed il Capo di Buona Speranza finiva in India per qui biforcarsi verso est, con Hong Kong come ultimo approdo e la base di Singapore come tappa intermedia, oppure verso sud, destinazione Australia. Dall’altra assumendo il controllo diretto ed indiretto dei punti strategici (Gibilterra, Malta, l’Egitto con Suez, Somalia Britannica ed Aden, Colombo, etc.) ed impedendo, per via diplomatica ma se necessario anche con l’uso della forza, che Stati potenzialmente ostili potessero a loro volta prenderlo.
Con il processo di decolonizzazione gran parte di questi punti d’appoggio sono stati abbandonati (anche perché i grandi gruppi di portaerei / portaelicotteri + mix di mezzi da sbarco e anfibi garantivano una sufficiente capacità di proiezione di potenza), ma non tutti: la Gran Bretagna, ad esempio, tiene ancora Gibilterra più una base a Creta (Suda); la Francia ha una base a Gibuti; gli Stati Uniti come noto ne hanno numerosissime praticamente in ogni possibile teatro operativo!
Guardando agli ultimi sessant’anni, vale a dire dalla fine della II Guerra Mondiale sino ai giorni nostri, si può tranquillamente affermare che tale approccio di basso profilo ha mediamente garantito buoni risultati, essendo stati i momenti di crisi gran pochi: guerra di Suez del 1956, guerra Iran – Iraq (con apice nel 1988 allorquando si venne ad uno scontro aero-navale tra Stati Uniti ed Iran; operazione Mantide religiosa) e se vogliamo anche invasione statunitense di Panama del 1989.
Purtroppo mi sembra ora che la situazione si stia deteriorando proprio con particolar riferimento a quel tratto di mare strategico compreso nel triangolo ideale che va dal mar Rosso al Golfo Persico fino a quella vasta porzione di Oceano Indiano prospiciente il Corno d’Africa. Si tratta di un’area che geograficamente presenta ben 3 “colli di bottiglia” (canale di Suez, stretto di Bab el-Mandeb, stretto di Hormuz) attraverso i quali passa gran parte del traffico mercantile mondiale (dal petrolio arabico ai prodotti manifatturieri provenienti dalla Cina, “fabbrica del mondo”, e dall’intero sud-est asiatico). E per quanto l’importanza di Suez sia diminuita man mano che venivano varate navi di stazza troppo elevata per transitare per il canale, ciò non fa venir meno l’importanza globale della zona in oggetto. Ma quali sono i motivi di preoccupazione?
In definitiva li ho inconsapevolmente già elencati quasi tutti nel corso dei miei precedenti post (ai quali rimando): la pirateria somala è sicuramente la più nota, non fosse altro per il peso che le viene attribuito dai mass-media, ma non è solo questa a creare preoccupazione: risalendo la costa verso nord il Sudan, che in passato ha dato riparo ad Osama Bin Laden, non è certo uno stato sul quale poter contare. Salendo ancora, a prescindere dalla piega che prenderanno gli eventi al Cairo, è un dato di fatto che nell’entroterra egiziano e nel Sinai bande di beduini (gli stessi che fungono da “basisti” nei periodici attacchi alle località turistiche del Mar Rosso?) sono dediti al traffico di esseri umani (in genere somali o sudanesi in fuga dalle loro tribolate terre) e sono di per sé un fattore di instabilità. Passando sulla sponda opposta le cose non vanno meglio: a nord la questione palestinese rischia sempre di far deflagrare l’intera regione (con il Canale che è stato più volte, nel corso delle guerre arabo-israeliane, obiettivo strategico di Tsahal) mentre (molto) più a sud nello Yemen le rivolte contro il presidente Saleh non sono mai sopite ed il fondamentalismo islamico è ben radicato (da qui partono i rifornimenti per gli shabab e proprio qui molto spesso i droni statunitensi, basati anch’essi a Gibuti, hanno colpito). Venendo al Golfo Persico… la situazione l’ho descritta ad inizio post e basta qui rammentare (rimandando per dettagli all’altro mio post) come la Marina Iraniana disponga di posamine e sommergibili per far comprendere appieno la concretezza della minaccia!
Insomma, l’area a mio parere va stabilizzata prima che qualcosa sfugga di mano, gli strumenti ci sono ma quel che manca è soprattutto la volontà politica, cosa tanto più grave dal momento che sarebbe importantissimo lanciare un segnale di unità, in modo che chi in altre parti del globo fa orecchie da mercante (vedasi stretto di Malacca, ma anche il nostro Mediterraneo non è immune da rischi, magari sarà il contenuto di un prossimo post…) capisca l’antifona.

Guerra all’Iran: la strategia di Teheran

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Bīdgeneh Missile-Related Facility

Bīdgeneh Missile-Related Facility, Iran di DigitalGlobe-Imagery, su Flickr

PREMESSA.

Nella maggior parte dei casi in cui si parla di guerra all’Iran, i vari esperti ed analisti si riferiscono soprattutto a quello che Stati Uniti e soci faranno. In questo post intendo invece capovolgere l’impostazione e cercare di analizzare, attraverso l’individuazione di alcuni scenari, quali potrebbero essere le opzioni del governo di Teheran.

SCENARIO 1. ATTACCO PREVENTIVO DA PARTE DELL’IRAN.

Qualora a Teheran dovessero ritenere imminente un attacco Occidentale, dal punto di vista militare non è così campata per aria l’idea di un attacco “preventivo” da parte iraniana: godrebbero del vantaggio della prima mossa, potrebbero sfruttare il fatto che il nemico non ha ancora completato i propri preparativi (ed assicurarsi dunque di un certo lasso di tempo prima che esso si riorganizzi) e riuscire ad utilizzare il proprio arsenale (missilistico in primis) prima che questo venga messo fuori uso dagli attacchi alleati o perlomeno prima che le sue capacità vengano fortemente deteriorate. Per quanto capace di dare un vantaggio iniziale, questa strategia si rivelerebbe però ben presto suicida: a) la reazione militare alleata arriverebbe in ogni caso ben presto durissima b) l’Iran, dal punto di vista diplomatico, si autoescluderebbe dal “concerto delle nazioni”: in primo luogo perché, attaccando per prima (priva di un qualche mandato ONU, come credo si premureranno di fare gli Occidentali) passerebbe senza appello dalla parte del torto, in secondo luogo perché per colpire gli interessi Occidentali nell’area dovrebbe giocoforza attaccare o attraversare lo spazio aereo di Stati terzi (penso ai vari emirati del Golfo che ospitano basi statunitensi, così come all’Iraq ed all’Afghanistan). Alla luce di queste due ultime “controindicazioni” considero dunque un siffatto scenario assai improbabile.

SCENARIO 2. ATTACCO OCCIDENTALE E REAZIONE IRANIANA.

Si tratta dello scenario più probabile: in considerazione dei “propositi nucleari” del regime degli ayatollah, una coalizione più o meno vasta di stati “occidentali” attacca l’Iran (con o senza il mandato dell’ONU) per impedire il completamento del suo programma atomico. Sulle possibili modalità di questo attacco ho già scritto in un precedente articolo, ma è bene ricordarne le fasi al fine di vedere come Teheran potrebbe conseguentemente muoversi. In un primo momento verrebbero colpiti i centri C3I rispettivamente con missili da crociera lanciati da sottomarini e incrociatori e missili stand-off e bombe di precisione sganciati dai bombardieri strategici; in una fase immediatamente successiva all’indebolimento delle difese aeree scatterebbe, con le famose bombe anti-bunker, tra cui la GBU-57, l’attacco vero e proprio a quelle strutture collegate al programma nucleare iraniano, verosimilmente con il supporto a terra di qualche team di forze speciali. Appare evidente come ci troviamo di fronte ad operazioni essenzialmente basate sull’air-power, alle quali Teheran potrebbe rispondere con un atteggiamento di “basso profilo” oppure al contrario cercando di rovesciare il tavolo alzando la posta in gioco.
La prima via prevede sostanzialmente di cercare di controbattere ai raid nemici con l’uso della contraerea e dell’aviazione e di respingere quei team di terra eventualmente infiltrati preservando quanto più possibile le installazioni “sensibili”. Personalmente ritengo altamente improbabile che, qualora l’Iran dovesse accettare lo scontro, si limiterebbe a questo tipo di reazione passiva; sono invece convinto che la reazione sarebbe veemente (e qui vengo alla seconda opzione) e soprattutto indiscriminata. Infatti, nell’impossibilità di colpire direttamente gli attaccanti (nessuno dei quali confina con il territorio dell’Iran), è plausibile l’ipotesi che si tenti di colpire quei paesi già citati che ospitano basi o truppe statunitensi (Bahrain, Arabia Saudita, Iraq, Afghanistan, etc.) ed ovviamente l’odiato Israele. Gli attacchi sarebbero portati per via aerea (con missili), ma non è da escludere nemmeno che nel Golfo Persico (ricordo per inciso che in Bahrain ha sede la V Flotta) e nell’Oceano Indiano (dov’è schierato il dispositivo anti-pirateria internazionale) la marina iraniana, equipaggiata anche di tre sottomarini classe Kilo sovietici, non tenti qualche sortita contro le navi nemiche o ancora peggio contro il traffico petrolifero, giusto per riprendere uno spauracchio dei tempi del conflitto Iran-Iraq (1980-88). Inutile però dire che questo tentativo di “internazionalizzazione del conflitto” avrebbe il suo fulcro nell’attacco ad Israele (verosimilmente uno dei Paesi impegnati in prima linea nelle operazioni), attacco che in parte potrebbe essere portato direttamente con missili a lunga gittata lanciati dall’Iran anche se il grosso delle operazioni verrebbe delegato a quelle organizzazioni che Teheran ha provveduto negli anni a foraggiare e a rifornire di armi (inclusi molti razzi a breve gittata, come i Grad), vale a dire Hamas nella Striscia di Gaza ed Hezbollah nel sud del Libano. L’obiettivo, ovviamente, sarebbe quello di far riesplodere l’annosa questione palestinese ed è indubbio che il momento è propizio: l’intero Nord-Africa deve ancora assestarsi (le notizie che giungono dall’Egitto non sono a riguardo molto rassicuranti), il Libano da decenni non conosce vera pace e le truppe internazionali (missione UNIFIL) schierate nel confine a mo’ di cuscinetto potrebbero diventare un ghiotto obiettivo, la Siria poi non ne parliamo, percorsa com’è da quasi un anno da rivolte interne ed ai ferri corti con la Turchia. Se la situazione ad occidente non è tranquillizzante, altrettanto si può dire più ad oriente dove, sfruttando la comune adesione allo sciismo (diffuso non a caso anche in Siria e Libano, n.d.r.), si potrebbe sobillare in chiave anti-americana la popolazione dell’Iraq meridionale (la ricca regione petrolifera di Bassora). Spostandosi infine ancor più ad oriente quasi banale ricordare che l’Afghanistan, che già tanti grattacapi sta dando agli Occidentali, rappresenta una formidabile occasione per “rompere le uova nel paniere” agli Stati Uniti nel momento in cui l’amministrazione Obama sta ritirando gradualmente le truppe (senza contare che l’entrata dell’Iran negli affari dell’Afghanistan potrebbe urtare la sensibilità del Pakistan, altra potenza nucleare che da sempre ha mire egemoniche su questo travagliato stato). In questi ultimi scenari l’attività sarebbe tipicamente di guerriglia, contro la quale la superiorità tecnologica e di mezzi e dimostrato servire gran poco.

SCENARIO 3. ATTACCO OCCIDENTALE E PASSIVITA’ IRANIANA.

Anche questo è uno scenario spesso non considerato, specie alla luce della roboante retorica di Ahmadinejad e soci, ma dal punto di vista dell’immagine potrebbe risultare assai efficace. Infatti, specie qualora l’attacco occidentale dovesse avvenire senza una sufficiente / convincente “copertura legale” (leggasi: risoluzione ONU), il presentarsi come vittime del “capitalismo americano-sionista” sarebbe un fondamentale coagulante per l’intera nazione araba (= mi riferisco a quella parte che ha in odio l’Occidente ed i suoi modelli) ed una notevole vetrina per Ahmanidejad, il quale potrebbe proporsi come suo leader specie se le accuse di perseguire un programma nucleare a scopo militare dovessero risultare infondate (non sarebbe del resto la prima volta…). Per il presidente iraniano il rischio sarebbe soprattutto legato alla tenuta del fronte interno: da una parte la Rivoluzione verde, stroncata nel 2009, potrebbe riprendere vigore dall’altra i “duri e puri” Pasdaran potrebbero non condividere una politica così remissiva. D’altro canto non è nemmeno da escludere che Ahmadinejad non sappia cogliere l’occasione della “lotta contro il nemico esterno che attacca ingiustamente” per rinsaldare attorno a sé il proprio popolo.

CONCLUSIONI

Dalla lettura del <post avrete intuito come dei tre scenari presentati quello che trovo più probabile è sicuramente il secondo; se l’Iran manterrà un basso profilo o tenterà invece di incendiare tutti i paesi limitrofi, questo dipenderà anche dal contesto diplomatico in cui si svolgeranno i fatti: ad esempio sarebbe importante che la “bomba siriana” fosse stata nl frattempo disinnescata, giusto per evitare complicazioni con Turchia e soprattutto Libano.
Insomma, pur non essendo mai stato convinto dalla famosa teoria dell'”effetto domino”, credo che in questo caso i rischi di contagio siano effettivamente elevati e che le diplomazie occidentali dovrebbero agire con i piedi di piombo.

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