Geografia e Guerra

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Territory of New Guinea and Papua

Territory of New Guinea and Papua, di Archives New Zealand, su Flickr

Segnaliamo la mostra, di prossima apertura presso gli spazi Bomben (Fondazione Benetton, Treviso), con la quale si intende indagare sul rapporto tra carte geografiche e guerra. Questi indispensabili strumenti sono infatti anche un potente mezzo di comunicazione, stante la loro capacità di influenzare l’opinione pubblica, quando asservite alle logiche militari ed alle volonta degli Stati Maggiori.

Il percorso espositivo si sforza comunque di dimostrare come un uso diverso della “carte” sia possibile, come dimostrato dalla presenza di tappeti geografici e di opere di artisti contemporanei.

La mostra, curata da Massimo Rossi, aprirà 6 novembre e durerà fino al 19 febbraio 2017.

La solitudine dell’Europa

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Gone with the wind...

Gone with the wind..., su Flickr di Theophilos Papadopoulos

A quasi una settimana dagli attentati di Bruxelles, nonostante l’orgia di articoli, commenti ed analisi prodotti e messi in circolazione, mi pare che un aspetto non sia stato sufficientemente evidenziato ed è quello che io definirei “la solitudine dell’Europa”: solitudine di fronte alle sfide del terrorismo islamista ma anche, e soprattutto, dal punto di vista dell’aiuto da parte degli altri attori della politica internazionale ed in particolar modo degli Stati Uniti.
Difatti, al di là delle canoniche dichiarazioni di solidarietà e di vicinanza per le vittime, è innegabile che a Washington (del resto coerentemente con la politica estera di questi ultimi otto anni e tanto più ora che il mandato obamiano volge al termine e la sfida per le presidenziali si infiamma) siano tutto fuorché propensi a farsi coinvolgere in prima persona nelle beghe mediorientali.

Si tratta, a ben vedere, di un autentico capovolgimento rispetto a tre lustri fa: se 15 anni fa, con gli attacchi dell’11 Settembre 2001, erano gli Stati Uniti, in quanto Grande Satana, a rappresentare l’obiettivo principale dei gruppi terroristici di ispirazione islamica e, conseguentemente, a richiedere l’aiuto dell’Europa (a proposito, vi ricordate la divisione tra “cattiva” old Europe e “buona” new Europe?) e della NATO, oggi è il Vecchio Continente ad essere divenuto il bersaglio favorito e a risultare incapace di organizzare, orfano dell’ombrello statunitense, una ancorché minima reazione coordinata. Ad essere indicativo di questo dato di fatto è il numero estremamente limitato di attentati di matrice islamica avvenuti sul suolo statunitense dal 2001 ai giorni in confronto con quelli condotti in Europa: se negli Stati Uniti si sono verificati appena tre attacchi (vale a dire il massacro di Fort Hood del 2009, le bombe alla maratona di Boston del 2013 e la strage di San Bernardino del 2015) in Europa occidentale, solo per citare i più eclatanti, vanno ricordati quelli di Madrid (2004), Londra (2005), Parigi (gennaio e novembre 2015) e Bruxelles (2016). Certo, si può giustamente obiettare come gli Stati Uniti abbiano protetto il proprio territorio mandando i propri soldati all’estero, e pagando il relativo tributo di sangue, ma considerazioni analoghe possono essere fatte per gran parte degli Stati europei, le cui forze armate sono state impiegate in Afghanistan, Iraq, Corno d’Africa, Libia, Mali, etc ed i cui cittadini, peraltro, sono stati l’obiettivo principale dei non meno numerosi attentati verificatesi nel medesimo lasso di tempo in Egitto, Tunisia, Mali, Costa d’Avorio, etc.

A queste semplici considerazioni quantitative ne vanno poi aggiunte altre, ben più importanti, di natura qualitativa: gli attentati occorsi negli Stati Uniti sono avvenuti per mano di singoli individui o comunque da parte di persone legate da vincoli affettivi / di parentela (un aspetto comunque presente anche in Europa) ma sprovvisti della rete logistica, delle connivenze e delle protezioni sulle quali possono invece fare affidamento i terroristi attivi nel Vecchio Continente; inoltre mentre nel caso americano siamo in presenza di legami con l’estremismo islamico stretti perlopiù via Internet (strumento di proselitismo), gli jihadisti europei sono stati spesso e volentieri forgiati nelle “palestre” afghane, irakene e da ultimo siriane.

Anche in questo sta la solitudine dell’Europa: tanto gli Stati Uniti, grazie anche alla protezione offerta dalla geografia, sono riusciti ad impedire di essere infiltrati dai network jihadisti, tanto l’Europa si è trovata “con il nemico in casa”, allevato tra i giovani figli di immigrati di seconda od addirittura terza generazione (senza considerare i casi di convertiti).
Un nemico, dunque, difficile da individuare e contro il quale non sono sufficienti (per quanto comunque necessarie) le misure invocate in questi giorni, quali ad esempio l’armonizzazione delle intelligence nazionali (con una vera condivisione delle informazioni), la costituzione di un esercito europeo (strumento però perfettamente inutile, si badi, fintantoché non verrà elaborata una vera politica estera europea!) e la difesa delle frontiere esterne dell’Unione.

Se consideriamo poi come la minaccia terroristica si concretizza in un contesto caratterizzato da un’economia ancora in affanno nonostante i tassi d’interesse negativi, un’emergenza immigrazione che ha indotto alla sospensione di Schengen, con il referendum britannico alle porte (e che, qualora il sì dovesse risultare vincitore, potrebbe aprire un’ulteriore breccia nella solidità dell’edificio europeo), appare evidente come la sfida che si para innanzi sia davvero titanica.

In questo senso, la consapevolezza da un lato che gli Stati Uniti, chiunque sia il prossimo inquilino della Casa Bianca, oramai guardano altrove (teatro Asia – Pacifico) e che dunque non ci si deve aspettare grandi aiuti, e dall’altro la certezza che il vecchio Continente sarà bersaglio privilegiato dell’estremismo islamista per motivi che sono insieme storico-religiosi (la secolare lotta tra Califfato ed il cuore del cristianesimo), ideologici ed operativi (la presenza di una consistente comunità islamica e di una rete logistica ed operativa) non lascia molto spazio all’ottimismo: come si ripete da anni il radicalismo islamista va combattuto, oltre che militarmente, aggredendone le radici di ordine culturale e socio-economico, il che richiede evidentemente tempi lunghi per vedere i primi effetti. Purtroppo sono già trascorsi 15 anni dall’11 settembre e poco o nulla è stato fatto su questo fronte e l’Europa, di tempo, ne ha sempre meno.

Arte e scienza militare nella collezione di Giampaolo Soranzo

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Siege of San Sabastian 1813 by Lord Wellington1815, su Flickr

Siege of San Sabastian 1813 by Lord Wellington1815, su Flickr (NOTA. La foto qui riprodotta non appartiene al fondo descritto nell'articolo)

Segnalo la seguente iniziativa che si terrà a Treviso presso la Fondazione Benetton (via Cornarotta, 7-9) martedì 19 febbraio 2016 alle ore 18.00: “Arte e scienza militare nella biblioteca della Fondazione: la collezione di Giampaolo Soranzo”, con Piero Del Negro, storico militare.

Nel corso dell’incontro (come potete approfondire qui) si descriverà la collezione Soranzo, che raccoglie 324 opere di argomento militare stampate nel corso di quattro secoli: il volume più antico data al 1582, quando
fu pubblicato Il Brancatio, della vera disciplina, et arte militare di Giulio
Cesare Brancaccio
, il più recente al 1982, quando apparve un’edizione anastatica di
Della fortificatione delle città di Girolamo Maggi, un’opera uscita nel 1583.
La formazione della raccolta è dovuta da un lato ad esigenze “professionali” (in particolare i manuali di tattica che appartennero ad ufficiali di carriera) dall’altro da
un’inclinazione al collezionismo in ambito militare tout court senza la predilezione per un ambito specifico.
Il profilo complessivo della collezione risulta dunque in linea con ciò che si conosce sia delle biblioteche professionali del Settecento, sia di alcune biblioteche di famiglia del patriziato veneziano.

Ricordiamo infine che in occasione dell’incontro, nelle sale espositive degli spazi Bomben, verrà allestita una mostra con una selezione di materiali tratti dalla collezione Soranzo.

Per informazioni: biblioteca@fbsr.it.

La strage del 55° Reggimento fanteria

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Segnaliamo il seguente evento organizzato dall’ISTRIT – Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano – ed ospitato presso gli spazi della Fondazione Benetton (via Cornarotta, 7-9 – Treviso):

La strage del 55° Reggimento Fanteria a Largo Valona

Enzo Raffaelli rievocherà il tragico destino di questo reggimento nel corso della I Guerra Mondiale.

L’incontro si svolgerà giovedì 17 dicembre con inizio alle ore 17.00

Grexit: alcune considerazioni geopolitiche e geostrategiche

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Unione Europea

Unione Europea (rielaborazione da pagina ufficiale UE)

Mentre tutti gli occhi sono puntati sul Parlamento greco, chiamato ad accettare le condizioni poste dai Capi di Stato e di Governo nella maratona negoziale di domenica notte (condizioni peraltro complessivamente ben più dure rispetto a quelle respinte dal popolo greco per via referendaria non più di dieci giorni or sono, particolare che a mio modo di vedere rende l’approvazione tutt’altro che scontata), voglio spostare l’attenzione su un aspetto della vicenda che personalmente mi lascia basito: si dà infatti il caso che in tutto questo parlare di debiti, di miliardi di euro, di Bancomat presi d’assalto, di piani di rientro, etc. non si è praticamente mai affrontato (intendo dire sui media mainstream, ai quali si rivolge il grande pubblico, un po’ meglio sono andate le cose nelle riviste di settore ma anche qui non è che ci si è sprecati più di tanto!) il tema dei costi, in termini geopolitici e geostrategici, derivanti dall’eventuale avverarsi dell’opzione Grexit.

In effetti, posto che l’uscita dall’euro non significa un’uscita dall’Unione Europea (né tanto meno dalla NATO, della quale la Grecia è membro sin dal lontano 1952), inutile dire che, vedendo Atene venir meno lo spirito solidaristico che dovrebbe essere alla base dell’Unione, la possibilità che il governo ellenico (indipendentemente dal suo “colore”) vada a cercare aiuto altrove è tutt’altro che remota.

In particolare il pericolo, purtroppo mai evocato con sufficiente chiarezza, era (è) che la politica scarsamente lungimirante della Germania potesse (possa) spingere la Grecia nelle braccia della Russia, la quale sarebbe prestatrice tutt’altro che disinteressata di quei soldi vitali ad Atene per evitare il collasso (per Mosca si tratterebbe di un bis, dopo che già all’epoca della crisi del debito cipriota il Cremlino aveva aperto il portafogli assicurando a Nicosia un sostanzioso prestito ponte), con tutto ciò che ne potrebbe conseguire per gli equilibri complessivi dell’UE.

Basta infatti dare un rapido sguardo alla carta geografica per capire come la Grecia, stante l’attuale inaffidabilità della Turchia (altro storico partner NATO che per un complesso ed interconnesso insieme di fattori – quali lo scontro tra componente laica ed islamica, il rinnovarsi delle istanze indipendentiste da parte della minoranza curda alla luce dei successi ottenuti sul campo nella lotta anti-ISIS, con quest’ultimo a fungere da ulteriore fattore di crisi – potrebbe andare incontro ad una forte instabilità), rappresenti un avamposto imprescindibile tanto nel Mediterraneo orientale (qui proprio insieme alla succitata Cipro) quanto nei Balcani.

Per quanto riguarda il primo teatro, Creta potenzialmente potrebbe divenire l’ideale base logistica per eventuali operazioni contro l’emirato di Derna (per intenderci Gaudo, isola poco a sud di Creta nonché estremo lembo meridionale dell’UE, dista dalla città libica circa 270 km) nonché, assieme a Cipro, per eventuali azioni – non necessariamente belliche – in Siria (ricordo a riguardo che a Cipro si trova la base RAF di Akrotiri e che sempre su quest’isola si svolgono parte delle operazioni di smantellamento dell’arsenale chimico siriano). Similmente la “fuoriuscita” di Atene e l’entrata nell’orbita di Mosca creerebbe non pochi grattacapi nei Balcani: alla faccia di decenni di presenza di truppe occidentali (sotto le varie bandiere di ONU / NATO / UE), si verrebbe infatti a costituire un “nucleo” cristiano-ortodosso sufficientemente omogeneo e, in quanto tale, capace di avviare dinamiche destabilizzanti per l’intera area soprattutto qualora dovessero prevalere le sempre presenti ale oltranziste (in particolare penso alle possibili tensioni con le minoranze islamiche dell’area ma anche con la Turchia stessa)

Le preoccupazioni non mancano ragionando su scala continentale: l’uscita di Atene (sempre ponendosi nell’ipotesi che quest’ultima finisca nelle braccia di Mosca, n.d.r.) indebolirebbe sostanzialmente l’intero fianco sud dell’Unione, la quale si verrebbe a trovare pericolosamente sbilanciata a Nord, con gli stati baltici che si infilano per centinaia di km in territorio russo (peraltro con l’exclave di Kaliningrad alle spalle) mentre a sud molti territori e talvolta interi Stati potrebbero per l’appunto finire, direttamente od indirettamente, nella sfera d’influenza russa: parte dell’Ucraina (altro Stato i cui conti sono tutt’altro che floridi), la Transnistria, la Serbia ed ora appunto la Grecia (si costituirebbe in tal modo quel polo cristiano-ortodosso a suo tempo preconizzato da Samuel Huntington!).

Per quanto questi possano essere considerati giochi “da tavolino”, appare a mio modo di vedere evidente che c’è bisogno di una strategia europea e che essa sia veramente condivisa; purtroppo, temo, il “peccato originale”, a volerlo chiamare così, è già stato commesso allorquando, nel momento in cui si doveva elaborare la “costituzione europea”, non si è stati capaci di dare a questa costruzione interstatuale e superstatuale chiamata Unione Europea il necessario contenuto “ideale” e “fondante”; all’epoca ci si accapigliò sulle (innegabili peraltro) radici giudaico-cristiane dell’Europa e non si pervenne a nulla con il risultato che ci è rimasto, come unico collante, il “mercato”.
Ciò ha equivalso a consegnare la leadership alla Germania, indiscussa ed indiscutibile potenza economico-finanziaria del Continente; peccato che nel momento in cui ad imperare sono le leggi dell’economia, quel che importa sono “i conti” ed ogni spirito solidaristico viene meno, tanto più che la dottrina economica seguita da Berlino è quella del rigore più assoluto (nella fallace convinzione che la ricetta che funziona per un paese sia buona anche per tutti gli altri…).
Pertanto, vista da questa prospettiva, l’ipotesi di uscita della Grecia, alla quale dobbiamo l’invenzione stessa del concetto stesso di Europa, non rappresenterebbe anche simbolicamente la fine di questa Unione Europea senz’anima?

Sulla trascendenza della memoria digitale (e sulla necessità di instillarvi un po’ di immanenza)

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Memoria digitale

Cimitero militare di Magura Małastowska Cimitero militare di Magura Małastowska [original foto credits: Wuhazet – Henryk Żychowski (Own work) – GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html) or CC BY 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/3.0), via Wikimedia Commons]

E’ molto tempo, ormai, che non cerco più la Storia nei libri e nei monumenti. La memoria è nei ciottoli di un fiume, nel bosco di Pollicino, nel folto del regno vegetale, nel gusto dei mirtilli color del sangue

E’ questo uno dei passaggi a mio avviso più densi ed intriganti dell’ultimo libro di Paolo Rumiz, “Come cavalli che dormono in piedi” (Feltrinelli, 2014); un libro che nelle intenzioni iniziali dell’autore doveva essere incentrato sulla figura del nonno, combattente nel corso della Prima Guerra Mondiale nelle fila dell’esercito austro-ungarico sul dimenticato fronte galiziano, ma che finisce per trasformarsi in un viaggio per l’intera Europa Orientale alla ricerca degli “altri” soldati italiani: triestini, trentini, istriani e dalmati che – da sudditi dell’Imperatore quali erano – combattono…

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Una bianca nuvola di morte, l’impiego del gas nella Prima guerra mondiale

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WWI Stereoscope Gas Masks by Kenneth Hagemeyer

WWI Stereoscope Gas Masks by Kenneth Hagemeyer, on Flickr

Considerando l’attualità del tema ad oltre un secolo dai primi impieghi bellici (vedi la crisi siriana, l’accertato uso di gas che è stato fatto da parte di entrambi i contendenti nonché le preoccupazioni circa il destino degli arsenali posseduti dal regime siriano), segnalo il seguente incontro che verrà ospitato dalla Fondazione Benetton, va Cornarotta 7-9, Treviso il giorno 6 novembre alle ore 17.00:

“Una bianca nuvola di morte, l’impiego del gas nella Prima guerra mondiale”

Incontro con Licio Dettori, a cura dell’ISTRIT – Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano (info@istrit.org).

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